Non so come, o forse sì, ma le avventure dell’inafferrabile professor Arday mi hanno trascinato nei meandri delle galere di Sua Maestà.
Il sovraffollamento delle carceri, che intorno a Ferragosto sale più o meno ritualmente nella gerarchia delle notizie, non è una patologia del sistema ma la spia di un collasso. E se l’Italia, storicamente, pare tenerci a primeggiare in questo ambito disonorevole, la piaga è transnazionale, come dimostrano i dati contenuti in alcuni tra i rapporti più recenti.
Secondo SPACE 2025 del Consiglio d’Europa,14 sistemi penitenziari europei hanno più detenuti che posti disponibili e nove sono in condizioni di grave sovraffollamento. Eurostat registra la crescita regolare della popolazione detenuta: 10% in più dal 2020 nei Paesi dell’Unione. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) continua a indicare nel sovraffollamento il problema strutturale più grave, mentre il Global Prison Trends 2026 di Penal Reform International descrive una crisi globale caratterizzata dal ricorso eccessivo alla detenzione anche per reati minori, dall’abuso della custodia cautelare e dall’allungamento delle pene.
Il carcere è una piaga globale che affligge e non funziona: produce recidiva e crimine eppure continua a essere la portata principale di ogni menù politico di risposta all’allarme sociale sulla sicurezza. Di pari passo, il populismo penale è una pandemia apparentemente incontenibile, alimentata da una classe di decisori/follower delle tendenze, accomunati tutti dallo stesso pietrificante timore: apparire “morbidi di fronte al crimine”.
Il caso del neo primo ministro britannico Andy Burnham alle prese con l’attuazione del piano di liberazione anticipata dei detenuti (Sentencing Act 2026) e la definitiva sepoltura di un mostro giuridico chiamato IPP (Imprisonment for public protection) è emblematico.
A fronte della crisi cronica di sovraffollamento delle carceri inglesi e gallesi, nel settembre 2024 il governo Starmer decise di adottare il cosiddetto SDS40 (Standard Determinate Sentence 40). Una misura emergenziale di liberazione anticipata in cui il detenuto usciva dal carcere dopo aver trascorso in cella il 40% invece che il 50% della pena, continuando a scontare la pena ‘on licence’, in regime di libertà vigilata. Una misura non generalizzata da cui erano esclusi, tra gli altri, reati sessuali, alcuni gravi reati violenti e pene collegate alla violenza domestica.
Il progetto Sentencing Act 2026, che Burnham ha ereditato da Starmer, intendeva in sostanza trasformare questa gestione emergenziale in un sistema strutturale, basato anche sulle raccomandazioni dell’Independent Sentencing Review guidata dall’ex ministro della Giustizia conservatore David Gauke, che, nel maggio 2025, ha proposto una riforma complessiva: meno tempo in carcere per determinate pene, maggiore controllo nella comunità e un sistema di ‘earned progression’ basato in sostanza sulla buona condotta e sull’attivazione di programmi di riabilitazione (budget permettendo).
Da noi per molto meno si parlerebbe di “resa dello Stato”. In realtà, si trattava di un progetto limitato, in cui ergastolani e condannati sottoposti alle cosiddette ‘extended determinate sentences’, pene determinate con un periodo esteso di sorveglianza, erano esclusi in partenza dai possibili benefici.
Il Sentencing Act 2026 doveva entrare in vigore il 2 settembre, ma la data di applicazione è già slittata di un mese e i contenuti riformatori devono resistere ora ai colpi di una campagna, amplificata dalla stampa, che ha visto al centro la famiglia della vittima di un efferato delitto.
A luglio è esploso il caso dei tre giovani condannati per la morte dell’agente Andrew Harper, trascinato per oltre un chilometro da un’auto durante un furto nel 2019. Due di loro, Albert Bowers e Jessie Cole, condannati a 13 anni, potrebbero beneficiare delle nuove regole sulla liberazione anticipata. La protesta della famiglia Harper ha acceso la miccia politica.
Effetto immediato: il 22 luglio il premier Andy Burnham ha annunciato il riesame del piano e il giorno successivo ne ha sospeso l’applicazione in attesa di una verifica sui rischi per la sicurezza pubblica. La platea prevista era allora di circa 6.000 detenuti, con una prima tranche di circa 700.
Il riesame ha portato, all’inizio di agosto, a restringere la platea dei beneficiari, escludendo ulteriori categorie di condannati per gravi reati sessuali: i detenuti potenzialmente interessati sono scesi così a circa 5.000.
Burnham ha giustificato la revisione richiamando “la rabbia, l’ansia e l’angoscia” provocate dal piano originario.
Le modifiche concesse al “sentiment” dell’opinione pubblica non risolvono tuttavia il caso Harper: Bowers e Cole non rientrano nel nuovo perimetro di esclusione dalla liberazione anticipata. Cosa possono inventarsi ora i consiglieri del primo ministro per placare la fame di pena dell’opinione pubblica?
È di ieri l’intervento sui social di Burnham, che si è detto fiducioso di poter modificare il programma di liberazione anticipata in modo da escludere i responsabili della morte dell’agente Harper e di aver chiesto al ministro della Giustizia, Alex Norris, di portare rapidamente a termine una serie di misure volte ad aumentare il numero di posti disponibili nelle carceri.
Tra le strade indicate ci sono l’accelerazione dell’espulsione dei detenuti stranieri, un maggiore utilizzo del patrimonio penitenziario esistente (suona familiare?) anche riconvertendo sezioni femminili alla detenzione maschile e, last but not least, la liberazione di detenuti a basso rischio che, per un “morto vivente” giuridico (l’imprisonment for public protection, IPP) ormai abolito ma che continua a dispiegare i suoi effetti paradossali, stanno ancora scontando pene indeterminate.
Chi sono queste persone? Qualche storia tratta dalla stampa britannica: Ronnie, condannata a una pena minima di tre anni per aver rubato un vaso da fiori a 17 anni e rimasta in carcere per 16; Wayne, entrato in carcere nel 2007 per aver dato un pugno a un ragazzo e avergli rubato la bicicletta, con una pena minima inferiore a due anni, e ancora detenuto 19 anni dopo; Martin, condannato a un minimo di 20 mesi circa per il tentato furto di una sigaretta e rimasto intrappolato nel sistema IPP per 18 anni; Leroy, condannato a un minimo di due anni e mezzo per il furto di un cellulare e ancora in carcere quasi vent’anni dopo; Abdullahi Suleman, condannato per il furto di un computer portatile e ancora in custodia vent’anni dopo.
Il regime dell’IPP fu istituito nel 2003 con il Criminal Justice Act del governo Blair ed entrò effettivamente in vigore nel 2005. Uno studio di Harry Annison che fa il bilancio a provvedimento abolito, ricostruisce il clima in cui la misura fu concepita.
Il panorama è familiare: il sistema nacque principalmente dalla preoccupazione del ministro dell’Interno David Blunkett di rispondere ad alcuni casi di grande risonanza dell’epoca, in cui detenuti avevano commesso reati gravi dopo il rilascio. Con l’attenzione dei media rivolta alla sicurezza pubblica, mostrare il volto feroce nei confronti di “delinquenti pericolosi” parve allettante ai leader del New Labour.
L’impostazione carcerocentrica e securitaria sfuggì presto di mano. Pensato per proteggere la collettività da autori di reati violenti o sessuali, finì per essere applicato ampiamente anche al ‘petty crime’, core business della retorica populista che offre il miraggio della vendetta penale alla sete quotidiana di giustizia. Furono inflitti oltre 8.000 IPP con una durata media della pena base di circa due anni e sei mesi.
La struttura della pena IPP, molto attraente per i cercatori d’oro del consenso, rispecchiava quella dell’ergastolo con una durata minima commisurata alla gravità del reato (tariff) e un fine pena indefinito. Alla scadenza, il detenuto veniva rilasciato in libertà vigilata solo se riusciva a convincere l’organo di controllo (Parole Board) che non rappresentava più un rischio per la collettività. Anche reati minori si traducevano così in detenzioni potenzialmente perpetue.
Fatta la tara alle differenze tra sistemi, una logica che ricorda quella del binario delle misure di sicurezza nostrane con lo spettro del cosiddetto “ergastolo bianco” fondato sullo stigma della pericolosità sociale.
Oggetto di aspre critiche sia in linea di principio che per la sua inefficacia, dopo una prima stretta nel 2008, l’istituto fu abolito nel 2012 ma senza effetto retroattivo: le vecchie condanne rimasero in vigore. A giugno 2026 erano ancora detenute 2.271 persone sottoposte a IPP e quasi tutte avevano superato la pena minima.
Un esercito di persone la cui vita ha coinciso e coincide con la pena. Non sorprendono gli “effetti collaterali” di questo mostro giuridico.
Secondo i dati riportati da Simon Hattenstone sul Guardian, fino al marzo 2025 si sono tolte la vita in carcere 94 persone sottoposte a IPP; altre 44 sono morte suicide mentre si trovavano ancora in regime di libertà vigilata.
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Alice Jill Edwards, nel 2024 ha paragonato l’IPP a una forma di “tortura psicologica”.
David Blunkett, ministro dell’Interno del governo che concepì l’IPP, lo ha definito “il più grande rimpianto” della sua carriera politica.
Non solo un esperimento fallito, ma un modello del fallimento della risposta penale populista alla domanda di sicurezza.
Maurizio Morganti
giornalista, collaboratore Aduc
