Era una calda domenica il 19 luglio del 1992 quando, alle 16.58, un boato riecheggiò in una Palermo semi deserta: a distanza di 57 giorni dalla strage di Capaci, la mafia era tornata ad uccidere. Lo aveva fatto imbottendo di esplosivo un’auto posizionata sotto la casa in cui vivevano la madre e la sorella del giudice Borsellino. La deflagrazione travolse lui e i cinque poliziotti che lo proteggevano: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Oggi, nel 34° anniversario della strage, l’Italia intera ricorda queste donne e uomini dello Stato che hanno sacrificato la loro vita in difesa di libertà e democrazia.
Alla caserma Lungaro a Palermo, sede dello storico Reparto scorte della questura, il capo della Polizia Vittorio Pisani, accompagnato dal questore Vito Calvino, il vice presidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo alla presenza del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo, hanno deposto una corona d’alloro sotto la lapide dedicata alle vittime delle stragi mafiose Presenti, inoltre, il prefetto e il sindaco di Palermo, Massimo Mariani e Roberto Lagalla e le autorità civili e militari locali.
Alla commemorazione hanno preso parte anche i familiari dei caduti che, al termine della cerimonia solenne, hanno incontrato il prefetto Pisani e con lui si sono riuniti in preghiera nella cappella della caserma, dove è stata celebrata una messa in suffragio delle vittime officiata dal cappellano della Polizia di Stato, Massimiliano Purpura.
