Messina, 16 gennaio 1998. Eseguita la perquisizione, l’Isp. Salvatore Sbarra chiese alla signora Ildefonsa D’Alcontres di compiere uno sforzo straordinario ma necessario, seguendoli in ufficio, perché era necessario procedere al suo interrogatorio per conoscere quanti più particolari in ordine agli ultimi giorni di vita del marito.
Era quasi l’una di notte quando la moglie della vittima dichiarò a verbale che il marito, oltre a essere professore associato presso la Facoltà di Medicina del Policlinico Universitario, dove era anche responsabile del servizio di Endoscopia Digestiva, effettuava la libera professione in uno studio privato all’interno della clinica “Cappellani”, ubicata nel Viale Regina Elena di Messina, di cui possedeva una piccola quota societaria, nonché presso altra struttura medica in Cosenza, su espressa richiesta del collega Nino Iannello.

Città questa raggiunta dalla vittima il giorno precedente l’omicidio, unitamente a un altro giovane medico a nome Fabio D’Amore, suo fedele collaboratore anche presso il Policlinico Universitario.
La moglie del professore Matteo Bottari, all’epoca, indicò tra le persone più vicine al marito il professore “…Emanuele Scribano, il Rettore Diego Cuzzocrea e qualche altro”, ma non fu in grado o meglio non volle fornire – a detta dei poliziotti che la stavano interrogando – elementi che permettessero di risalire al possibile movente dell’omicidio e riferiva che nella giornata del 15 Gennaio 1998, aveva sentito per l’ultima volta telefonicamente il marito, intorno alle ore 15.00, mentre quest’ultimo stava recandosi alla clinica “Cappellani” per eseguire delle visite.
La prima testimonianza resa dalla vedova Bottari fu certamente omissiva e, all’epoca dei fatti, gli investigatori della Mobile vollero credere che la stessa fosse confusa per quanto accaduto, anche se dovettero aspettare due mesi, sino al Marzo 1998, per ottenere dalla stessa delle piccole indicazioni che li potessero aiutare nelle indagini.
Quasi contemporaneamente alla moglie, furono interrogati collaboratori e colleghi del defunto, Pallio Socrate, Andrea Tortora e Pietro Cavaliere, i primi due, all’epoca dei fatti, erano medici presso la Divisione di Chirurgia Endoscopica dell’Università di Messina, alle dipendenze del de cuius, e l’ultimo era il direttore sanitario della Clinica Cappellani.

Gli stessi furono concordi nell’affermare che Bottari, anche negli ultimi giorni, era parso tranquillo e socievole come suo solito e pertanto non sapevano spiegarsi la motivazione di quanto accaduto.
Sempre la stessa notte del grave fatto di sangue, venne raccolta la testimonianza di Pietro Bucca, assistente tecnico di endoscopia presso il locale Policlinico Universitario e collaboratore del Bottari anche presso la clinica Cappellani.
Quest’ultimo, come prevedibile, nulla seppe riferire sulle possibili motivazioni dell’omicidio, ma fornì una ricostruzione delle ultime ore della vittima, riferendo che nella giornata del 15/01/1998, dopo aver svolto regolare servizio presso il policlinico, alle ore 15.20 circa, aveva raggiunto Bottari presso la clinica Cappellani, poiché il giovedì era il giorno in cui quest’ultimo eseguiva in quella casa di cura gli esami endoscopici in struttura privata, concentrando, invece, le visite nella giornata di martedì.
Bucca riferì che avevano lasciato la clinica, alle ore 21.10 circa, non appena avevano terminato gli esami sui pazienti prenotati.
Quella notte, da ultimi furono interrogate le tre persone presenti all’interno della videoteca “Videociak”, esercizio questo ove l’auto dell’ucciso aveva finito la sua corsa, che, oltre all’indicazione dell’unico colpo esploso, non avevano notato alcunché, ma la loro testimonianza fu utile solo a fissare l’arco temporale ove si era consumato il delitto.
Stante il clamore mediatico suscitato dall’efferato omicidio, il Capo della Polizia dell’epoca, il Prefetto Ferdinando Masone, legato da motivi affettivi alla città dello Stretto, decise di richiedere al Servizio Centrale Operativo di Roma di inviare a Messina personale del Centro Criminalpol di Catania, al fine di coadiuvarci e supportarci nelle indagini.

Naturalmente sul grave fatto di sangue, che ebbe clamore nazionale, indagarono pure, oltre agli apparati investigativi dei Carabinieri, anche i servizi di sicurezza nazionali, SISMI e SISDE.
Già dal giorno successivo all’omicidio investigatori della Criminalpol di Catania giunsero a Messina a prestare il loro contributo alle indagini, unitamente al loro Dirigente dell’epoca, Carmelo Casabona, abile sbirro, ma dal carattere impossibile, tanto che, già dal primo incontro con il suo collega Roberto Bocca, i due ebbero dei piccoli attriti, perché il Dirigente della Mobile mal sopportava l’invadenza del collega che, essendo più anziano nel grado, era solito sedersi sulla sua poltrona ogni qualvolta si recava negli uffici della Squadra Mobile
Tale circostanza, notata da tutto il personale, non suscitò molte simpatie tra i dipendenti e in Gaetano Bonaccorso, Vice Dirigente della Mobile e Dirigente della I^ Sezione Omicidi.
Bonaccorso, messinese di nascita ma professionalmente cresciuto alla Squadra Mobile di Palermo, era un trentaseienne di bell’aspetto, gentile e dai modi educati ma guai a farlo incazzare, perché con la sua calma e la gentilezza ti faceva delle prediche da farti sentire una merda. Astuto e intelligente, aveva una grande capacità di analisi ed era una grande penna. Grande sbirro dento e fuori gli uffici ove si faceva rispettare sia dai mafiosi che dall’A.G..
L’indomani, 16 Gennaio 1998, stante l’assoluta carenza di notizie o particolari che potessero spiegare il misterioso delitto, il capo della Mobile, Bocca, unitamente al suo Vice, decisero di procedere alla verbalizzazione di tutte quelle persone che facevano parte dell’ambiente lavorativo del Bottari e, naturalmente, i suoi amici più stretti, visto che i primi soggetti interrogati si erano chiusi nel massimo riserbo o forse nascosti dietro una coltre di omertà.
Inoltre, i due funzionari a capo della Mobile, durante una riunione avvenuta quella mattina, chiesero al personale di verificare se, tra gli abitanti del luogo del delitto, ve ne fosse qualcuno che avesse sentito gli spari, o che, magari, avesse visto qualche circostanza utile alle indagini, nonché di verificare, tra gli istituti di credito presenti nella zona, se qualcuno di questi avesse registrato qualcosa nei loro sistemi di video registrazione.
Infine, autorizzarono tutti i colleghi a contattare i loro confidenti, pur di apprendere qualcosa di utile che gli facesse meglio comprendere il movente e le modalità del delitto e, magari, apprendere se qualche malavitoso messinese risultasse coinvolto nel delitto.

Purtroppo, tutte queste attività ebbero esito negativo, così come la ricerca del mezzo di fuga degli ignoti killers, tranne l’individuazione di una testimone che aggiunse qualche particolare alla ricostruzione della dinamica del fatto di sangue. La perseveranza degli ispettori Stornante e Maiorana vista la necessità di individuare testimoni oculari dell’omicidio, fu premiata con l’individuazione di una teste che abitava nel palazzo sito proprio di fronte l’ingresso della Casa di Cura Cappellani, a nome C. C., la quale riferì che, proprio la sera dell’omicidio, aveva fatto rientro a casa, intorno alle ore 20.15/20.20, e prima di svoltare per Via Duca degli Abruzzi, ovvero la strada che conduce dal Viale R. Elena al Viale della Libertà, e immettersi immediatamente nel cortile dello stabile, notò due giovani, dell’età di circa 20/25 anni, seduti sul muretto che delimita il marciapiede, proprio di fronte l’ingresso della clinica in argomento.
La testimonianza della donna assunse particolare importanza sia perché, dato l’orario, apparve strana la presenza dei due sul posto, sia in relazione all’evento poi verificatosi ed anche perché il luogo ove gli stessi sostavano, era idoneo per un avvistamento della vittima, allorquando la stessa fosse uscita dalla casa di cura.
Peraltro, in tale luogo non vi era la presenza di esercizi commerciali o di ritrovi, per cui quel sito, nell’ora del verificarsi dell’evento, solitamente non era frequentato da pedoni né tantomeno da abituali utilizzatori di mezzi pubblici, nonostante la presenza di una fermata dell’autobus, per cui la presenza dei due giovani fu da ritenersi alquanto “sospetta”.
Nel frattempo, furono così interrogate una moltitudine di persone tra colleghi del defunto, personale che lo collaborava, amici del medesimo, ma nessuno, in prima battuta, fornì notizie utili che potessero orientare le indagini.
Le aspettative di Bocca e del collega Bonaccorso, di acquisire elementi da cui fare partire le investigazioni, andarono deluse perché i più stretti amici del prof. Bottari non fornirono, o intesero fornire, con atteggiamento omertoso, alcuna motivazione che potesse quantomeno indirizzarli su un individuo con il quale il medico non andava d’accordo, o notizie utili sia sull’ambiente professionale dello stesso che sulla sua vita privata.
Una delle prime delusioni, in riferimento agli interrogatori eseguiti, fu la deposizione del prof. Emanuele Scribano, primario del Reparto di Radiologia del locale Policlinico, amico di famiglia del Bottari, il quale, per anni, aveva condiviso con la vittima uno studio professionale, ubicato nella via Ugo Bassi di Messina.
Questi, durante il suo primo interrogatorio, nonostante si fosse dichiarato amico del defunto da oltre 30 anni, riferì che la vittima non aveva mai partecipato in passato alla gestione di grossi appalti universitari, e nulla sapeva o voleva riferire in ordine alla vita privata della vittima.
Si procedette anche all’interrogatorio del radiologo Giovanni Spiro, intestatario del telefono mobile Omnitel rinvenuto in possesso della vittima, dal quale appresero che il cellulare, pur ad egli intestato, era stato da lui acquistato su richiesta di Fabio D’Amore, ma che poi, in realtà, finì nella disponibilità del Bottari per le sue necessità di carattere sentimentale.

Circostanza che fu confermata dallo stesso D’Amore, il quale fornì anche una dettagliata rappresentazione dei suoi rapporti di amicizia con il prof. Bottari, nonché una serie di notizie utili al fine di delimitare le piste investigative per la ricerca del movente di un così efferato delitto.
Infatti, il teste riferì che il defunto Bottari era un professionista di assoluto rilievo anche in campo nazionale, che il medico endoscopista era benvoluto da tutti i suoi collaboratori, tanto da essere considerato come un fratello maggiore. Lo stesso D’Amore riferì che il prof. Bottari era un insegnante magnanimo, tanto da non aver mai bocciato alcun esaminando, ed era benvoluto dagli studenti, mentre escludeva il coinvolgimento della vittima in un caso di malasanità evidenziato su un organo di stampa. Inoltre, riferì che gli unici episodi in cui aveva notato turbato, in quegli ultimi tempi, il prof. Bottari erano relativi ad alcune recenti riunioni del Consiglio di Facoltà, nonché in merito alla futura collocazione Servizio Endoscopico diretto dalla vittima.
Entrambi i due episodi riferiti dal D’Amore, come accertarono all’epoca, avevano come principale attore tale prof. Giuseppe Longo, gastroenterologo, professore associato, titolare dell’Unità Operativa delle Malattie dell’Apparato Digerente, con il quale il Bottari doveva dividere i nuovi locali che stavano per essere assegnati ai due.
Salteremmo per adesso qualunque giudizio morale sulla vicenda. E’ una storia che si commenta da sola, che tutti sapevano sarebbe un giorno ricominciata e che pochissimi hanno cercato di non far ricominciare. Ma al di là delle colpe (molte e ben distribuite) resta soprattutto una sgradevolissima sensazione, quella di essere soltanto all’inizio. C’è qualcosa che non quadra nel grande scenario che viene infatti definendosi adesso. Restiamo per un attimo ai nomi eccellenti.
Continua…
