Il vangelo e la campagna del bene. Basta conflitti tra nazioni

di Andrea Filloramo 

C’è un rumore di fondo che accompagna il nostro tempo. È il rumore delle sirene, delle esplosioni, delle crisi diplomatiche, dei mercati in caduta, delle alluvioni, degli incendi, delle migrazioni, delle minacce nucleari. È il rumore di un mondo che sembra aver smarrito l’equilibrio. 

Non passa giorno senza che una nuova emergenza occupi le prime pagine. L’Europa torna a fare i conti con la guerra. Il Medio Oriente continua a essere attraversato da conflitti che alimentano nuove tensioni internazionali. Le grandi potenze si sfidano sul piano economico, tecnologico e militare. Il clima presenta il conto di decenni di ritardi. La fiducia nelle istituzioni vacilla, mentre la disinformazione corre più veloce dei fatti. 

Di fronte a questo scenario, è difficile non provare inquietudine. 

Ma il rischio più grande non è soltanto quello di vivere in un’epoca instabile. È convincersi che tutto questo sia inevitabile. 

La storia dimostra che le civiltà non sono eterne. Crescono, prosperano, commettono errori, attraversano crisi profonde e, talvolta, scompaiono. Nessuna società può considerarsi immune dal declino. Pensarlo sarebbe un atto di presunzione. 

Allo stesso tempo, la storia racconta anche altro. Racconta di generazioni che hanno affrontato due guerre mondiali, la minaccia dell’olocausto nucleare, pandemie devastanti e crisi economiche che sembravano senza via d’uscita. Ogni epoca ha avuto la sensazione di trovarsi davanti all’abisso. E molte volte è riuscita a fare un passo indietro. 

Oggi la differenza è nella velocità. 

Viviamo con il mondo in tasca. Ogni conflitto entra nei nostri telefoni pochi secondi dopo essere iniziato. Ogni tragedia diventa immediatamente globale. Non abbiamo più il tempo di elaborare una crisi che siamo già immersi nella successiva. L’informazione continua è un privilegio straordinario, ma ha anche un costo: alimenta la percezione di vivere in un’emergenza permanente. 

Questo non significa che le paure siano infondate. Significa che dobbiamo imparare a distinguerle dalla realtà. 

La realtà è che il mondo attraversa una delle fasi più delicate dalla fine della Guerra Fredda. Gli equilibri geopolitici stanno cambiando. Le democrazie affrontano sfide interne ed esterne. Le nuove tecnologie trasformano il lavoro, l’economia e perfino il concetto di verità. Il cambiamento climatico non è più una previsione: è un fatto con cui conviviamo ogni anno. Anche la Chiesa vacilla dentro questi sovvertimenti, fra scismi, che in realtà sono tanti, anche se non tutti vengono formalizzati e bene occultati nei paramenti pregiati e nei riti riesumati. 

La domanda, allora, non è se esista una crisi. Esiste. 

La domanda è se siamo ancora capaci di governarla. 

Per troppo tempo abbiamo dato per scontato che pace, stabilità e crescita fossero conquiste irreversibili. Non lo sono mai state. Sono il risultato di scelte politiche, diplomatiche, economiche e culturali ed anche religiose. Quando queste scelte vengono rimandate o sacrificate all’interesse immediato, il prezzo arriva puntuale. 

La tentazione del nostro tempo è rifugiarsi nell’impotenza. Dire che tanto non cambierà nulla. Che il destino è già scritto. Che il futuro appartiene inevitabilmente ai conflitti. 

È una tentazione pericolosa. 

Le società non crollano soltanto sotto il peso delle guerre. Crollano quando perdono fiducia nella possibilità di costruire qualcosa di diverso.  Quando la tradizione a ogni costo vuole sostituire l’innovazione. Quando il cinismo prende il posto della responsabilità. Quando la paura diventa l’unico criterio con cui leggere il presente.  

Il mondo non ha bisogno di ottimismo ingenuo. Ha bisogno di coraggio civile, di politica lungimirante, di cooperazione internazionale e di cittadini che non rinuncino al pensiero critico. 

Perché il futuro non si decide nei titoli allarmistici delle notizie. Si decide nelle scelte quotidiane, nei governi che sapranno dialogare invece di alimentare lo scontro, nelle istituzioni che sapranno riconquistare credibilità, nelle persone che rifiuteranno l’indifferenza. 

Il rumore del mondo continuerà a farsi sentire. Ma non è il rumore a decidere il destino della storia. Sono le decisioni degli esseri umani. Ed è proprio questa, oggi, la nostra più grande responsabilità.