NO PONTE. LO STRETTO E’ DI TUTTI

di Andrea Filloramo 

Sentiamo da più parti dire che il Ministro Salvini – e con lui il governo – dovrebbe al più presto abbandonare il sogno del Ponte sullo Stretto e concentrare risorse e attenzione su problemi considerati più urgenti o concreti, in quanto il Paese ha bisogno di realtà e non di slogan, su cui i leader politici fanno spesso facile esercizio di demagogia. 

Da anni il Ponte sullo Stretto viene presentato come l’opera simbolo di una nuova Italia, moderna e capace di realizzare progetti ambiziosi. 

Matteo Salvini ne ha fatto una bandiera politica, rilanciandone continuamente la costruzione e indicando, una dopo l’altra, date che dovrebbero segnare l’inizio dei lavori. Eppure, tra annunci, rinvii continui, ricorsi, verifiche tecniche e ostacoli burocratici, la realtà continua a raccontare una storia ben diversa. 

È arrivato il momento che il ministro delle Infrastrutture deve avere l’onestà e il coraggio di prendere atto dei fatti. Non si tratta di essere favorevoli o contrari per principio al Ponte sullo Stretto. Si tratta di comprendere che i tempi, le condizioni economiche e le priorità del Paese impongono una riflessione seria. 

L’Italia, l’Europa e il mondo stanno vivendo – ed è sotto gli occhi di tutti – una fase complessa e non sappiamo come sarà il nostro futuro. Le risorse pubbliche sono limitate, le infrastrutture esistenti necessitano di manutenzione e ammodernamento, mentre intere aree del Mezzogiorno attendono ancora collegamenti ferroviari efficienti, strade sicure e servizi adeguati.   

In questo contesto, continuare a inseguire un’opera gigantesca che da decenni rimane sulla carta e che ha fino ad oggi impiegato milioni di euro per vedere solo l’ombra di ciò che il Ponte dovrebbe essere, si è trasformata in un esercizio di propaganda più che in una concreta politica infrastrutturale. 

Anche ammettendo che il Ponte possa essere realizzato dal punto di vista tecnico, resta il nodo dei tempi. Ogni previsione avanzata negli ultimi anni è stata puntualmente, infatti, smentita dai fatti.  

Le procedure autorizzative sono ancora oggetto di discussione; si apre, oltretutto, un fronte penale, con accuse di corruzione e rivelazione. I costi, intanto, continuano a crescere e le incognite restano numerose.  

Il  Ponte è diventato un fine e non uno strumento. Le infrastrutture servono a migliorare la vita dei cittadini e a favorire lo sviluppo economico. Quando però un progetto assorbe il dibattito pubblico per decenni senza tradursi in risultati concreti, è legittimo domandarsi se non sia arrivato il momento di cambiare approccio. 

Salvini – a parere di molti – dovrebbe compiere una scelta di responsabilità politica: mettere da parte il sogno del Ponte e concentrare energie e risorse su interventi immediatamente realizzabili e capaci di produrre benefici tangibili per milioni di cittadini. Sarebbe un segnale di pragmatismo e di attenzione alle esigenze reali del Paese. 

La grandezza di un ministro non si misura dalla capacità di fare propaganda, di inseguire un simbolo, ma dalla volontà di riconoscere quando la realtà impone di cambiare strada. E oggi la realtà sembra dire che l’Italia abbia bisogno di opere possibili, non di promesse che continuano a rincorrere il futuro che forse non arriverà mai.