Per anni, in oncologia, c’è stata una parola che suonava come una condanna: intrattabile.
Un’etichetta appiccicata alle proteine RAS, il motore molecolare di alcuni dei tumori più feroci. Un bersaglio perfetto, sì, ma impossibile da colpire. Troppo piccolo, troppo sfuggente, troppo essenziale per la vita stessa delle cellule. Ogni tentativo di disattivarlo era finito in un vicolo cieco.
Poi, quasi in silenzio, è arrivato un farmaco dal nome complicato: daraxonrasib.
Un nome che fino a ieri non diceva nulla a nessuno, ma che oggi entra di diritto nella storia della ricerca oncologica.
Perché per la prima volta un farmaco ha colpito in pieno un bersaglio considerato impossibile. E lo ha fatto nel territorio più ostile: il cancro al pancreas avanzato.
La crepa nel muro
Il cancro al pancreas è una malattia che non concede tregua. Quando viene scoperto, spesso è già troppo tardi. Le terapie tradizionali rallentano, ma non cambiano il destino. La sopravvivenza si misura in mesi, non in anni.
Eppure, nello studio clinico condotto su 500 pazienti, pubblicato su Nature, qualcosa si è incrinato.
* Con la chemioterapia standard, la sopravvivenza media è stata di 6,7 mesi.
* Con daraxonrasib, è salita a 13,2 mesi.
Non è un miracolo. Ma è un raddoppio.
E nel cancro al pancreas, un raddoppio è un terremoto.
Daraxonrasib fa una cosa che fino a ieri sembrava fantascienza: disattiva tutte e tre le proteine RAS – KRAS, NRAS, HRAS – quelle che, quando mutate, tengono l’interruttore della crescita cellulare bloccato su “ON”.
È come entrare in una centrale elettrica impazzita e riuscire finalmente a trovare il quadro comandi.
E spegnerlo.
Per decenni, nessuno c’era riuscito.
La prudenza degli scienziati, la speranza dei pazienti
Gli oncologi parlano con cautela. Non è una cura. Non è la fine della malattia.
Ma è la prima vera breccia in una fortezza che sembrava impenetrabile.
E soprattutto, è un punto di partenza.
Perché i ricercatori sono convinti che la combinazione del farmaco con immunoterapia, radioterapia o altri inibitori mirati possa allungare ulteriormente la sopravvivenza. Forse di molto.
Un cambio di paradigma
La storia di daraxonrasib non è solo un risultato clinico.
È un cambio di mentalità: la dimostrazione che anche i bersagli più ostinati possono cedere, se la scienza insiste abbastanza a lungo.
Primo Mastrantoni
presidente comitato tecnico-scientifico di Aduc
