Reato di concussione per il medico SSN che spinge al privato. Cassazione

Quando si fa riferimento alla sanità e si parla di Ospedali raramente si ricevono feedback positivi.

Sono note le lungaggini connesse alla prenotazioni di semplici visite o anche di interventi e chi può, spesso ricorre alle cliniche private per accelerare i tempi o auspicando un risultato, oltre che assistenza migliore. Secondo l’Ocse, il 7,6% degli italiani 4 milioni e mezzo) rinuncia a farsi curare dal SSN a causa delle liste d’attesa troppo lunghe.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20345/2026, ha analizzato una fattispecie “nuova”, ovvero la condotta di un medico, responsabile del reparto ospedaliero, che, per convincere un paziente ad operarsi presso la clinica privata dove egli collabora, lo spaventa facendo riferimento alle possibili conseguenze dannose per la sua salute qualora decidesse di operarsi in Ospedale, quindi tramite il Servizio Nazionale.

Il caso.

Un paziente si recava in Ospedale e, a seguito di accertamenti, emergeva che dovesse essere sottoposto ad un operazione.

Per tale ragione parlava con il responsabile del reparto al fine di valutare tempistiche e rischi dell’intervento.

Il medico, che operava anche nel settore privato, facendo riferimento alle difficoltà del SSN, alle notizie di cronaca legate ad episodi di malasanità nonché alle lunghe liste di attesa, cercava di indurre il paziente a decidere di sottoporsi all’intervento privatamente.

Il paziente, quindi, avrebbe dovuto sostenere il costo dell’intervento da eseguirsi presso la clinica privata dove il medico stesso operava.

La Corte, analizzando la condotta del medico, ravvisata la sussistenza del reato di concussione poiché egli aveva realizzato “un meccanismo costrittivo – anche se non minaccioso – dato dal prevedibile azzeramento della volontà e libertà di scelta di un paziente, che per definizione naturale è dominato dall’ansia per il proprio stato di malattia.”

Il reato si sarebbe configurato in virtù 1) della prospettazione di un male ingiusto (ovvero il cattivo esito dell’operazione eseguita in Ospedale) anche in virtù della lunga attesa; 2) nell’aver agito sulla legittima e giustificata paura del paziente; 3) nell’aver taciuto che lui stesso avrebbe potuto dare priorità all’intervento.

Sara Astorino
legale, consulente Aduc