La natalità: alibi che frena il progresso

Ovunque dichiarazioni preoccupate sul calo della natalità. Istat sciorina i suoi dati ricordando che il numero medio di figli per donna nel 2025 è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024. Mentre nei primi due mesi di questo anno la popolazione ammonta a quasi 59milioni.

Tutti preoccupati perché “chi pagherà per le pensioni degli anziani che continuano ad aumentare”?

Mia nonna nel secolo scorso sfornò 7 figli e gli asili nido non esistevano, uno morì bambino, i tre maschi tutti laureati, le tre donne, quinta elementare e casalinghe. La madre di mia figlia (2006) ha partorito una volta sola, e la ragazza sta per laurearsi.

A quasi cento anni dai tempi di mia nonna, solo il 31,6% dei bimbi 1-5 anni trova posto in asilo.

Qualcuno, con l’approccio welfare/economico al primo posto, dice: “nei Paesi scandinavi è tutta un’altra musica”. Ma anche in Svezia, pur se il 96% dei bambini frequenta asili nido, il tasso di fecondità femminle è a 1,4, in costante calo.

Non è che le donne, in Italia come in Svezia, si sono stufate di essere considerate essenzialmente come riproduttrici? 

Sembra proprio che il problema non sia solo economico, e il dato esistenziale abbia notevole importanza.

E il trend non si rovescia con gli assegni pubblici e gli incentivi fiscali alle “super-mamme” che lavorano. Sembra che gli assegni pubblici funzionano di più sulla popolazione musulmana; un paradosso per un governo che non ha familiarità col mondo musulmano, le cui donne preferiscono (o sono costrette) a lavorare in casa: tasso di  occupazione stimato inferiore al 30-40%, mentre le italiane sono al 53-57%.

Insomma, siamo sicuri che in Italia si starebbe molto meglio se dai quasi 59 milioni di ora si passasse a 60 milioni e oltre di popolazione?

Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, poi, ci sarà sempre meno bisogno di lavori qualificati. Mentre quelli non-qualificati (badanti, manovali, pulizia, etc) non piacciono più a nessuno, italiani ed immigrati: il killer di Modena ha giustificato la propria disperazione non per mancanza di lavoro, ma per assenza di lavoro all’altezza dei suoi studi.

E poi c’è il trend mondiale di crescita demografica che, al momento, è sempre in crescita nei Paesi più poveri, con le migrazioni verso i Paesi più ricchi in costante crescita, anche se non passa giorno in cui le nostre autorità non mostrano fierezza e capacità per il calo di accoglienze …… fino a quando durerà, e tutti sappiamo che non sono questi blocchi temporanei che bloccheranno le migrazioni? Con l’aggravante che quando i disperati non emigrano dai propri Paesi, in questi ultimi crescono di più i conflitti interni ed esterni che minano anche le sicurezze dei giardini delle nostre case.

Oggi 2026, c’è una realtà diversa quanto contraria da quella che si è sviluppata dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando le popolazioni in crescita erano sinonimo di progresso e civiltà. Ci stiamo “compattando”, per motivi economici (tecnologia che richiede meno forza lavoro) ed esistenziali (la donna riproduttrice non gradisce più di esser tale). A questo compattamento la risposta non è certo la crescita demografica, ma felicità e serenità per quelli che ci sono, e che continuano  a diminuire.

Qualcuno dirà: “come si farà con il welfare, soprattutto per gli anziani”? Forse il modello svedese che dicevamo potrebbe essere studiato con una certa attenzione. Nati in calo, tecnologia anche maggiore che da noi con conseguente calo di manodopera, anziani in crescita e felici:  la Svezia è al quinto posto tra i primi Paesi al mondo con maggiore felicità, e altri tre – Finlandia (primo), Islanda (secondo) e Danimarca (terzo) – sono al vertice, e sono tutti Paesi con sistemi economici e sociali simili.

Considerando anche che questi paesi, a differenza di qualche anno fa, non sono più una sorta di isola felice che “campa” sui nostri disagi, ma sono sempre più coinvolti e al nostro pari in tutti gli aspetti geopolitici e migratori.

Insomma, l’essere umano non è solo ciò che mangia, ma anche, ed essenzialmente, quel che pensa e desidera. Soprattutto quelli fino ad oggi marginalizzati quanto sottomessi, donne e migranti tra loro.

Vincenzo Donvito Maxia
Presidente ADUC