Irène Némirovsky, il genio emerso dal vuoto di un secolo

di Roberto Malini

La letteratura ha una memoria selettiva. A volte sa custodire opere senza profondità o novità per ragioni di scuola, gruppo, appartenenza, influenza editoriale. Altre volte lascia affondare nella palude dell’oblio scrittori che sarebbero dovuti essere al centro del loro tempo e a fondamento del pensiero delle nuove generazioni. Irène Némirovsky appartiene a questa seconda categoria. Non perché sia stata sconosciuta in vita. Al contrario. Fu letta, discussa, adattata, ammirata. Ma quando la storia la raggiunse con la spietatezza e la vertigine delle sue notti, quasi nessuno la protesse. E dopo Auschwitz, per decenni, la letteratura francese continuò come se la sua assenza fosse il respiro di un’eco, irrilevante nel rumore dei nuovi movimenti, delle nuove idolatrie culturali.

Ebrea nata a Kiev nel 1903, cresciuta fra la Russia, la fuga dalla rivoluzione e l’esilio nel Paese dei Lumi, Irène Némirovsky fece del francese la propria lingua letteraria. A Parigi arrivò giovane, colta, poliglotta, pronta a entrare nel mondo che apriva e chiudeva porte di fronte a lei, sedotta dal fermento delle idee e spaventata dalla germinazione di altre idee. Con David Golder, pubblicato nel 1929, ottenne un successo immediato. L’editore Grasset, secondo la ricostruzione più nota, faticò persino a credere che quella giovane donna fosse l’autrice di un romanzo così maturo, crudele, preciso, sarcastico, ma ricco di stratificazioni culturali. In pochi anni Némirovsky divenne una promessa e subito dopo una realtà di primo piano della narrativa francese, capace di guardare senza indulgenza la borghesia, l’esilio, il culto del denaro, la famiglia e la legge della giungla che regolava nei fatti la società.

Il suo talento nasceva da una posizione scomoda. L’autrice non osservava il mondo da un centro stabile, ma da angolature differenti. Aveva stemperato le sue origini ebraiche convertendosi al cattolicesimo, come avevano fatto altri intellettuali, artisti e comuni cittadini. Era percepita come russa francofona, come straniera assimilata. Era lodata, celebrata, considerata un genio del suo tempo, ma non fu mai davvero accolta. La Francia le offrì uno stuolo di lettori, una ricca scelta di editori e i salotti che contavano, ma le negò la cittadinanza. Quando Vichy trasformò l’identità ebraica in condanna amministrativa e poi in deportazione, la sua fama non fu uno scudo sufficiente a salvarla. Le relazioni non bastarono. La letteratura non bastò.

Fu arrestata nel luglio 1942, internata a Pithiviers e deportata ad Auschwitz. Morì il 17 agosto dello stesso anno. Il marito Michel Epstein tentò di salvarla scrivendo agli editori e chiedendo interventi urgenti. Fu a sua volta arrestato e ucciso ad Auschwitz pochi mesi dopo. Le figlie, Denise ed Élisabeth, sopravvissero portando con sé una valigia di manoscritti. Dentro c’era anche Suite française, il romanzo incompiuto che avrebbe riportato Némirovsky nella storia letteraria, ma soltanto nel 2004, all’improvviso, nel silenzio più profondo della dimenticanza

Ecco la parte più inquietante, se non più tragica, della vicenda di Irène Némirovsky. Non la persecuzione, che appartiene alla storia criminale del Novecento. Ma il dopo. Il lungo vuoto. il buco nero. Una scrittrice di quella grandezza venne lasciata ai margini per decenni. Non mancavano i manoscritti, non mancava il nome, non mancava la memoria familiare né le edizioni delle sue opere in tante biblioteche e librerie. Mancò una comunità letteraria capace di sentire quell’assenza come una ferita propria.

Si dirà che l’Europa usciva a pezzi dalla guerra, che gli archivi erano dispersi, che le figlie erano bambine, che il trauma impediva di aprire la valigia. Tutto vero. Ma non basta. Il caso Némirovsky mostra anche l’egocentrismo strutturale della letteratura. Autori, critici, editori e accademie sanno edificare monumenti rapidi a ciò che conferma il loro gusto, la loro generazione, le loro ideologie, il loro potere. Sono molto meno rapidi nel mettersi sulle tracce di chi è stato cancellato quando quella soppressione li obbliga a rivedere la propria storia e il ruolo che hanno raggiunto in una società che è costretta a rifondarsi.

Nel 2004 Suite française apparve come una rivelazione editoriale. Contemporaneamente, tuttavia, era un atto d’accusa. Quel libro era rimasto al buio non perché fosse minore, ma perché il sistema letterario aveva accettato che una voce soppressa restasse in un limbo di indifferenza, come altre esistenze di scrittori, artisti e musicisti scomparsi nei luoghi di morte. La figlia Denise, conservando il manoscritto, e l’editore che volle pubblicarlo compirono un gesto più nobile e significativo di una mera riscoperta editoriale. Restituirono alla letteratura una protagonista assoluta e una precisa responsabilità.

Oggi Némirovsky è tradotta, ristampata, studiata, discussa. Ma il recupero non ha prodotto tutto ciò che avrebbe dovuto produrre. È diventata una presenza monumentale, non abbastanza feconda. La si ammira, la si cita, la si colloca nell’ambito dell’immane tragedia della Shoah, ma raramente la si assume come inizio di una scuola morale e formale. Eppure da lei si potrebbe ripartire.

Si potrebbe ricominciare dalla precisione mai compassionevole della sua prosa, dalla capacità di trasformare la società in tavolo anatomico, dalla libertà con cui osserva i rapporti familiari, l’avidità, la vergogna, la paura, la viltà delle classi dirigenti. Si potrebbe ripartire anche dalle sue zone in penombra, dal rapporto complesso con l’ebraismo, con le accuse di antisemitismo interno. O dall’ambiguità dell’assimilazione. Sono però dettagli che appartengono alla biografia di un’autrice centrale che si poneva criticamente di fronte alla sua comunità, senza sapere cosa sarebbe accaduto, quale mattanza avrebbe quasi annientato gli ebrei d’Europa. Al di là della tragedia dell’Olocausto, inoltre, Némirovsky ci interessa più per la sua visione e la sua scrittura del mondo che per le scelte personali in una società gravemente malata, priva di anticorpi contro la menzogna e l’orrore.

Per riscoprirla oggi, dobbiamo necessariamente cambiare direzione dello sguardo. La letteratura contemporanea, troppo spesso autoreferenziale, dovrebbe smettere di considerare i dimenticati come un repertorio da commemorazione. Deve rientrare nei vuoti, interrogare i nomi rimossi, i manoscritti salvati per caso, le opere interrotte dalla violenza politica, dalla deportazione, dall’esilio, dalla povertà, dalla censura, dall’indifferenza. Yitzhak Katzenelson e Avraham Sutzkever non sono poeti da Giornate della Memoria, ma giganti della letteratura di ogni epoca.

Auschwitz, nella vicenda di Némirovsky, non è più solo un luogo di iniquità e sterminio. È il buco nero che inghiotte una biografia, un’opera, una possibilità di discendenza letteraria. Una galassia narrativa. Digerita e sputata fuori da quel buco nero, la letteratura non può tornare a parlare di sé come se non ci fossero stati i sei milioni. Se desidera riconoscersi viva e importante per la cultura e la società, deve misurarsi con le ceneri dell’annichilazione, che a volte coprono frammenti umani il cui DNA è ancora identificabile. Le mani di chi scrive, di chi studia, di chi guida hanno la responsabilità di recuperare il tesoro di civiltà che può ancora risorgere da quei resti.

Irène Némirovsky non va solo letta. I suoi testi sono punti di partenza da cui proseguire attraverso la comprensione, non l’imitazione. Sono libri che ci rendono più ricchi, più vicini alle radici di un genio comune e universale. Possiamo leggerli superando con lo sguardo la superficie delle pagine, per raggiungere, sotto la pelle, il derma e la carne di romanzi che contengono destini, colpe, intuizioni, riflessi che ci riguardano e ci accompagneranno alla redenzione o a una nuova catastrofe. Se siamo scrittori, critici, lettori appassionati, siamo Irène.

Il suo tardivo ritorno non può rassicurarci e infatti ci inquieta, rivelandoci che la verità – come la scrittura – non ha la forma di una sfera uguale in ogni parte, ma è un rottame arrugginito, una rovina da ricomporre sempre. Una scrittrice come Némirovsky è stata perduta due volte. La prima a causa del nazismo, della collaborazione, dell’indifferenza e della codardia che permisero la sua deportazione. La seconda per colpa di un mondo letterario che impiegò sessant’anni – e fu aiutato dal caso – per ritrovarla e ricollocarla al proprio interno.

È evidente che ripartire da lei significa chiedersi quanti altri nomi siano dispersi nei sotterranei della storia e avere il coraggio di mettersi in cerca del genio perseguitato, interrotto, gassato, bruciato. Una missione che richiede un lavoro immenso, spesso frustrante, e un importante sacrificio del sé, delle ambizioni personali, dell’istinto che ci spinge a salire sempre, evitando di guardare sotto di noi. Solo così possiamo costruire una letteratura meno superficiale, meno compiaciuta, meno chiusa egocentricamente nell’illusione della propria contemporaneità.