di Roberto Malini
C’è una forma di censura che non brucia libri, non chiude giornali, non manda la polizia in redazione. Arriva con una PEC, una diffida, una richiesta di risarcimento sproporzionata, una querela penale. Non sempre vuole vincere in tribunale. Spesso le basta produrre paura prima ancora del processo. È la tattica del “denuncio tutti”: usare il diritto non per ottenere giustizia, ma per scoraggiare la partecipazione pubblica, isolare chi critica, prosciugare energie, denaro e tempo, far capire agli altri che parlare può costare caro.
In Italia questo fenomeno pesa in modo particolare sulla libertà di stampa e sulla libertà di espressione. Il Paese è sceso al 49° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa di Reporter senza frontiere, e diverse analisi internazionali collegano il deterioramento del clima informativo anche all’aumento delle pressioni giudiziarie, delle querele e delle cause civili contro giornalisti, media e voci critiche. Non è un dettaglio tecnico: è un indicatore della qualità democratica. Dove chi indaga o denuncia viene trascinato in giudizio con facilità, il dibattito pubblico si impoverisce. Dove la minaccia di una causa diventa un’arma ordinaria, molti scelgono il silenzio.
Le SLAPP — Strategic Lawsuits Against Public Participation — sono proprio questo: azioni giudiziarie strategiche contro la partecipazione pubblica. Colpiscono giornalisti, attivisti, ricercatori, associazioni, comitati, cittadini che intervengono su questioni di interesse generale: ambiente, salute, corruzione, diritti umani, criminalità organizzata, gestione del territorio, responsabilità delle imprese. La loro forza non sta necessariamente nella fondatezza giuridica, ma nello squilibrio. Da una parte c’è spesso un soggetto forte — economico, politico, istituzionale — con risorse, avvocati, tempo e potere reputazionale. Dall’altra una persona, una piccola testata, un’associazione, un comitato civico. Anche quando la causa è debole, il suo peso può essere devastante.
È il classico “chilling effect”, l’effetto raggelante: non si censura solo chi è chiamato in giudizio, ma anche chi osserva. Il messaggio è implicito e potentissimo: “guarda cosa succede a chi parla”. Così la diffida diventa una forma di censura preventiva; la querela, una minaccia sociale; la richiesta milionaria, un modo per spostare il discorso dai fatti al timore personale. Non si risponde nel merito della critica: si porta il critico in tribunale.
Il fenomeno riguarda in modo crescente anche l’ambiente. Le grandi controversie sui combustibili fossili, sulle infrastrutture industriali, sull’inquinamento e sulla salute pubblica generano conflitti asimmetrici. In Europa e in Italia, organizzazioni ambientaliste hanno denunciato l’uso di azioni legali da parte di grandi gruppi energetici per limitare o intimidire il dissenso. Il Guardian, ad esempio, ha documentato il caso Eni, accusata da associazioni e osservatori di ricorrere a cause per silenziare critici, giornalisti e ONG; la società respinge questa lettura, ma il caso mostra quanto il terreno climatico ed energetico sia diventato uno dei fronti principali delle SLAPP contemporanee.
Per questo non basta dire che “chi diffama deve pagare”. È vero: la libertà di stampa e di espressione non sono licenza di calunniare. Una democrazia ha bisogno di regole, responsabilità, rettifiche, tutela della reputazione. Ma proprio perché la reputazione è un diritto serio, non può essere trasformata in una clava. La tutela dell’onore non deve diventare uno strumento per impedire il controllo civico su chi esercita potere.
Qui sta il punto: una critica dura, se fondata su fatti, documenti, opinioni riconoscibili e interesse pubblico, appartiene al cuore della democrazia. Può essere aspra, scomoda, persino ingenerosa. Ma non per questo deve diventare materia di intimidazione giudiziaria. Il diritto di critica, soprattutto quando riguarda ambiente, salute, istituzioni e imprese che incidono sulla vita collettiva, deve essere protetto con particolare cura.
L’Unione europea ha già indicato una strada. La Direttiva (UE) 2024/1069, nota come Direttiva anti-SLAPP, mira a proteggere le persone impegnate nella partecipazione pubblica da procedimenti manifestamente infondati o abusivi. È entrata in vigore nel 2024 e deve essere recepita dagli Stati membri entro il 7 maggio 2026. Il suo spirito è chiaro: quando una causa appare sproporzionata, abusiva o finalizzata a intimidire chi partecipa al dibattito pubblico, il sistema giudiziario deve poter intervenire presto, non dopo anni di logoramento.
L’Italia dovrebbe recepirla con urgenza e ambizione, non al minimo sindacale. Servono filtri rapidi contro le cause intimidatorie, possibilità di rigetto anticipato, sanzioni effettive contro l’abuso del processo, tutela delle spese legali per chi viene colpito, riconoscimento esplicito del ruolo di giornalisti, attivisti, ricercatori e difensori dell’ambiente. Servono anche garanzie contro l’uso strumentale delle querele penali per diffamazione, che in Italia restano uno dei dispositivi più efficaci per produrre paura.
Il problema non è “difendere i giornalisti” come categoria. Il problema è difendere il diritto dei cittadini a sapere. Quando un’inchiesta viene interrotta, quando un comitato tace, quando una redazione rinuncia a pubblicare, quando un attivista misura ogni parola non sulla verità ma sulla propria capacità economica di affrontare un processo, è la società intera a perdere informazione.
La tattica del “denuncio tutti” è una forma moderna di repressione morbida: formalmente legale, sostanzialmente intimidatoria. Non ha bisogno di vietare la parola; le basta renderla troppo costosa. Ma una democrazia in cui parlare costa troppo è già una democrazia meno libera.
Per questo intervenire contro l’eccesso di cause civili e penali temerarie non significa indebolire la giustizia. Significa restituirle la sua funzione propria: proteggere i diritti, non diventare lo strumento con cui il potere mette a tacere chi lo controlla.
