Ho letto con attenzione l’articolo apparso su Lettera emme – EleMe26, i programmi dei candidati a sindaco parte 4: l’innovazione – e ho pensato che si trattasse di un ottimo pezzo promozionale per l’Università di Messina. Pubblicità ben fatta, del resto: inquadra perfettamente il prodotto che l’ateneo offre (ricerca, spin-off, trasferimento tecnologico) come unica via di salvezza per la città. Peccato che, letta con occhi meno interessati, quella narrazione assomigli più a una favola consolatoria che a un’analisi seria dell’economia reale di Messina e del Sud.
In una città segnata da domanda interna debole, commercio anemico, salari bassi, turismo stagionale e industria limitata, a cosa servono davvero hub, co-working, summit dell’innovazione e la retorica delle startup? A poco o niente di strutturale.
Spesso si riducono a spazi gradevoli dove freelance, consulenti e partite IVA pagano una scrivania per lavorare su progetti che generano reddito altrove. Si organizzano eventi, workshop e pitch day con soldi pubblici, creando l’illusione di un “ecosistema” mentre fuori la città continua a svuotarsi.
I sindaci, dal canto loro, ripetono diligentemente questo copione. Del resto, è l’unico che garantisce bandi, fondi regionali, risorse PNRR e visibilità mediatica. Parlare di dissesto idrogeologico, manutenzione ordinaria del territorio, Piano Casa pubblico, assunzioni stabili nella PA o riconquista di margini di sovranità economica significherebbe ammettere la propria impotenza di fronte ai vincoli nazionali ed europei, o peggio, rischiare di restare fuori dai giochi che contano. Meglio promettere cittadelle della tecnologia e hub mediterranei: suona moderno, costa poco in termini di responsabilità reale e soprattutto porta risorse che altrimenti non arriverebbero.
I giovani, intanto, si laureano – spesso con risorse pubbliche e sacrifici familiari – e se ne vanno lo stesso verso Nord o all’estero, attratti da salari dignitosi, carriere e servizi decenti. Ogni anno il Sud perde decine di migliaia di laureati, con un costo stimato in oltre quattro miliardi di euro annui in formazione dissipata.
Un co-working con wi-fi e caffè non ferma questa emorragia.
I numeri nazionali delle startup sono impietosi, soprattutto al Sud. Oltre il 92% sono micro-imprese, più della metà senza dipendenti. Fatturati medi sotto i 250.000 euro, mortalità altissima (oltre 1.400 chiusure solo nel 2024) e impatto occupazionale modesto rispetto alla retorica. Molte “exit” di successo finiscono in acquisizioni da grandi gruppi, spesso esteri, che portano via team e know-how. Nel Mezzogiorno restano soprattutto eventi, rendering e finanziamenti che passano, mentre popolazione e vitalità commerciale continuano a declinare.
Il meccanismo è collaudato: piccolo investimento privato (o quasi) più bonus, contributi a fondo perduto, tax credit e fondi pubblici permettono di occupare spazi e aree. Si crea una società “innovativa” che fattura consulenze e sviluppa piattaforme. Il valore reale tende però a migrare verso multinazionali o catene esterne. Risultato: trasferimento di risorse dai contribuenti verso privati che incassano l’upside, mentre il territorio resta con briciole, lavoratori precari e strutture vuote una volta esauriti i fondi.
Non è sviluppo. È rent seeking con etichetta tecnologica.
Questa narrazione persiste perché è comoda. Non tocca i nodi veri (costo del denaro, fisco sul lavoro, caro energia, burocrazia, mancanza di campioni industriali, domanda interna distrutta). Permette di spendere fondi UE e nazionali con indicatori facili da esibire e offre l’impressione di “fare qualcosa per i giovani” senza affrontare le scelte pesanti che servirebbero. Nel frattempo, la spina dorsale economica del territorio si assottiglia.
Hub, startup e digitalizzazione sono strumenti, non strategie salvifiche. In un contesto di impoverimento economico e perdita di sovranità reale servono principalmente a far ruotare denaro pubblico, occupare spazi e arricchire intermediari. Non invertiranno la tendenza demografica, commerciale e produttiva di Messina e del Sud finché non si tornerà a garantire le condizioni di base: lavoro dignitoso, costo della vita sostenibile e imprese vere radicate sul territorio.
Un’alternativa concreta esiste: far tornare lo Stato a fare lo Stato, investendo direttamente nella sicurezza del territorio, nella manutenzione di coste e infrastrutture, in un serio Piano Casa, nella sanità, nella scuola e nella tutela del patrimonio. Ma questa strada è ostruita da vincoli di bilancio, regole europee su aiuti di Stato, limiti alla spesa del personale, condizionalità dei fondi comunitari e perdita di sovranità monetaria e fiscale. I soldi pubblici, invece di essere usati direttamente, diventano leva per finanza privata e partnership che socializzano le perdite e privatizzano i guadagni.
Chi propone l’innovazione come unica via possibile dovrebbe avere l’onestà di riconoscerne i limiti strutturali. Se si è ingegneri, forse sarebbe più utile occuparsi di ingegneria – con rigore e competenza – e lasciare che dell’economia e delle sue scelte strategiche si occupino coloro che ne conoscono almeno le basi reali, non solo quelle del proprio settore.
bilgiu
