C’è un momento, nella vita di un genitore di un ragazzo con disabilità, in cui lo Stato si ricorda improvvisamente di essere uno Stato. È quando leggi l’articolo 14 del D.Lgs. 66/2017, quello che – dopo le modifiche entrate in vigore il 29 luglio 2024 – proclama che la famiglia può chiedere la conferma del docente di sostegno a tempo determinato per garantire la continuità didattica. Una frase che suona bene, quasi commovente: la Repubblica che si prende cura dei più fragili, la scuola che assicura stabilità, la pedagogia che annuisce soddisfatta.
Poi arriva la realtà, e la poesia evapora. Perché insieme al diritto ti consegnano un modulo. E nel modulo c’è scritto, con la grazia di un avviso di pignoramento, che la continuità è sì un tuo diritto, ma solo se tutto l’universo amministrativo si allinea: se il posto rimane disponibile dopo le operazioni del personale a tempo indeterminato, se le procedure straordinarie non intervengono, se le GPS non ribaltano tutto, se il docente ha titolo, se il docente accetta, se nessun algoritmo decide diversamente. In pratica: il diritto è tuo, la decisione è di chiunque altro.
Il Decreto Ministeriale n. 27 del 16 febbraio 2026 – quello che disciplina la procedura per l’anno scolastico 2026/27 – non fa che confermare questo meccanismo: la continuità è possibile, certo, ma solo se non disturba nessuno dei passaggi burocratici che vengono prima di te. È un diritto che esiste, ma esiste come esistono le stelle cadenti: bello da vedere, raro da ottenere, impossibile da pretendere.
Il modulo che ti fanno firmare è un piccolo capolavoro di ingegneria difensiva. Ti riconosce un diritto e, nella stessa pagina, ti spiega perché quel diritto potrebbe non valere. Ti chiede di dichiarare di essere consapevole che la continuità dipende da tutto tranne che dalla tua volontà. È il classico “ti do, ma non troppo”, o meglio: “ti do, ma solo se superi un percorso a ostacoli che ho costruito io”. E tu, che dovresti essere il titolare del diritto, diventi il richiedente che spera che tutto vada bene.
Succede perché le norme sono scritte per tutelare l’amministrazione, non il cittadino. Perché la paura del contenzioso spinge a riconoscere un diritto e, subito dopo, a limitarlo. Perché ogni ufficio aggiunge un livello di cautela, modulistica, controlli, interpretazioni. Perché l’ambiguità è potere: se la norma è interpretabile, chi la gestisce comanda, e tu no.
E mentre tutto questo accade, la scuola – intesa come istituzione concreta, fatta di dirigenti e docenti – mantiene un silenzio che non è discrezione, ma comodità. Nessuno spiega, nessuno chiarisce, nessuno si assume la responsabilità di dire come stanno davvero le cose. Il D.S. si rifugia dietro il solito “non dipende da noi”, i docenti si schermano con un “vedremo”, e l’intero sistema si comporta come se la continuità didattica fosse un argomento da trattare sottovoce, meglio ancora se non se ne parla affatto. È un’elegante forma di lavaggio delle mani: non si vede, non si sente, non si dice. E soprattutto, non si disturba l’ordine delle cose.
Ma la parte più amara è che questo silenzio non è solo della scuola. È anche dei genitori. Molti non parlano, non chiedono, non contestano. Per paura di ritorsioni, per vergogna di “disturbare”, per ignoranza indotta da anni di burocrazia che ti fa sentire sempre in difetto. E così il sistema ringrazia: meno domande, meno problemi. Il silenzio diventa collaborazione involontaria. Una resa educata. Una complicità forzata. E ciò che dovrebbe essere un diritto diventa un favore da non pretendere troppo. Con una semplice firma in un modulo ci si toglie dall’impaccio, si evita il conflitto, si accetta l’ordine delle cose. E l’apparato, che vive di quieto vivere, non potrebbe chiedere di meglio.
Il risultato è un diritto che dovrebbe essere pieno e invece diventa condizionato, mediato, negoziato. Un diritto che non puoi esercitare liberamente, ma solo se tutto ciò che non dipende da te si incastra alla perfezione. E allora la frase che ti esce spontanea – “La legge mi riconosce un diritto, ma poi mi mette in una posizione in cui non posso esercitarlo” – non è una lamentela: è una diagnosi. Perché questo non è un diritto. È una concessione.
E qui sta la verità che nessuna circolare, nessun decreto e nessun dirigente avrà mai il coraggio di scrivere nero su bianco: noi cittadini viviamo convinti di avere diritti, fino al giorno in cui proviamo davvero a esercitarli. È lì, esattamente lì, che scopriamo la natura delle cose. Scopriamo che ciò che chiamavamo “diritto” era solo una promessa condizionata, un privilegio revocabile, una gentile concessione dell’apparato. Una porta che si apre solo se nessuno dall’interno decide di chiuderla.
E allora la continuità didattica resta lì, sospesa tra la legge che la promette e il modulo che la nega. Un diritto che c’è, certo. Come no.
Fino a quando non provi a usarlo.
bilgiu
