Ancora polemiche sugli uomini in divisa. Questa volta la sinistra prende di mira il Corpo degli Alpini che sabato e domenica si preparano alla 97esima adunata nella città di Genova. Nei giorni scorsi sono comparsi volantini e scritte contro la manifestazione, con riferimenti agli “alpini molestatori”. In città sono comparsi manifesti offensivi e provocatori: “Saluti da Genova” con la cattedrale di San Lorenzo in fiamme e la scritta shock “Alpini assassini”.
Le contestazioni riprendono le denunce avanzate in occasione delle precedenti adunate a Biella e Rimini, dove alcune associazioni femministe avevano raccolto testimonianze di molestie, commenti sessisti e catcalling. Anche a Genova le attiviste di “Non una di meno” e i collettivi transfemministe hanno contestato il raduno, parlando di “celebrazione della mascolinità tossica” e diffondendo sui social un vademecum rivolto alle donne, con l’invito a portare con sé un fischietto “come deterrente” e a segnalare subito comportamenti inappropriati.
Praticamente un assurdo decalogo per “difendersi” dagli Alpini, dipinti come portatori di una cultura “militarista e patriarcale”. Un racconto ideologico che dipinge l’Adunata come una minaccia per donne e comunità LGBTQIA+. La sindaca Salis costretta a intervenire in consiglio comunale per tranquillizzare la comunità genovese. “Invito a non trasformare questo fine settimana in uno scontro di trincea”, ha detto la sindaca, chiedendo alla città di non lasciarsi trascinare da “contrapposizioni, insulti, mancanza di rispetto da una parte e dall’altra”. Parole rivolte tanto a chi teme l’arrivo degli Alpini quanto a chi, nel centrodestra, ha accusato l’amministrazione di freddezza e ambiguità verso l’evento.
In pratica la Salis ha chiesto di non “cadere nella trappola” delle generalizzazioni. Sul raduno genovese utilizzo ancora la replica postata su Facebook di Roberto Riccardi (Fango e Fischietti), che inizia ponendo una domanda alle femministe col fischietto. “Se domani un terremoto vi abbattesse la casa. Se un’alluvione distruggesse tutto ciò che avete. Chi arriverebbe a portarvi aiuto: le femministe con i fischietti, i centri sociali con i manifesti o gli alpini a scavare tra le macerie, salvare vite e donarvi una casetta in legno?” Eppure, a Genova, alla vigilia dell’Adunata che riporta le penne nere in città dopo venticinque anni, dei mestatori hanno scritto “ASSASSINI” sulla porta di una loro sede in piazza Soziglia.
Hanno tracciato sui muri “ALPINO MOLESTO STAI ATTENTO”. E la notte scorsa, in via di San Bernardo, hanno lanciato barattoli di vetro da un palazzo su sei penne nere sedute ai tavolini di un locale. E’ un clima che non nasce dal nulla. Lo ha costruito un cartello di sigle transfemministe che ogni anno, con la puntualità della Tari e la consistenza intellettuale del fischietto che distribuiscono, trasforma l’adunata degli alpini in un’emergenza nazionale. Il copione è brevettato e non prevede alcuna variazione creativa. Hanno attivato un form anonimo per raccogliere “testimonianze“, operativo dal 7 maggio. Un giorno prima che un solo alpino mettesse piede in città. Il reato precede il fatto. La condanna anticipa il processo. La colpevolezza è ontologica: basta portare la penna nera. E qui arrivano i numeri, che sono l’unica cosa che il transfemminismo militante teme più dei maschi. Rimini 2022. L’adunata precedente trasformata in psicodramma collettivo. Centinaia di segnalazioni raccolte dalle femministe con fragore mediatico. Assistenza legale gratuita offerta alle presunte vittime. Interrogazione parlamentare del pirotecnico Riccardo Magi. Risultato: una sola denuncia formalizzata. Archiviata per mancanza di elementi probatori. Il tenore delle “violenze”? Una donna segnalò che un alpino, vedendola con il passeggino, le aveva detto “tutti dovrebbero avere una mamma così”. Una cameriera denunciò che le avevano chiesto il numero di telefono. Una receptionist riferì che qualcuno aveva proposto di fare la doccia insieme.
Per questo si mobilitò il Parlamento della Repubblica. Dopo Rimini, le raccolte delle “testimonianze” sono proseguite a ogni adunata successiva. Nessuna denuncia è mai stata formalizzata. Mai. Zero. Sul raduno di Rimini e sulla clamorosa smentita giudiziaria delle “leggende nere” circolanti sugli Alpini era intervenuto Diego Torre sul blog di Alleanza Cattolica (Come si costruisce una bolla mediatica, 11.7.22, alleanzacattolica.org) anche Torre smontava la diffamazione ideologica orchestrata dalla sinistra contro gli Alpini. “I “tromboni” del politicamente corretto, ministri compresi, e i massmedia in prima linea hanno iniziato subito a tuonare contro il “machismo” che “evidentemente” circolerebbe fra le penne nere, attivando un discreto linciaggio mediatico e arrivando a chiedere un cambio di mentalità degli alpini. Gli alpini sono tradizionalmente maschi (ma da parecchio tempo sono state ammesse anche le donne), “bianchi”, italiani e patrioti: secondo alcuni, il perfetto identikit del “fascista”! Sono anche amati dagli italiani, che ne hanno apprezzato nel tempo la capacità di sacrificio e dedizione, particolarmente tra i triveneti, che vivono con loro una sorte di simbiosi storicamente consolidata.
Quindi sono “politicamente scorretti” sotto tutti i punti di vista: qualunque pretesto per additarli al pubblico ludibrio è ritenuto buono”. Allora a nulla sono serviti i chiarimenti sia dell’Associazione degli Alpini, che dello stesso sindaco di Rimini (Pd) per rilevare come in tanta folla potesse passare per alpino chiunque avesse comprato un berretto su una bancarella. Niente da fare, l’alpino resta un molestatore seriale, punto. Ma “Il meccanismo va chiamato con il suo nome – scrive Riccardi – diffamazione preventiva di massa. Si costruisce un archivio di farneticanti accuse anonime, ben sapendo che non reggeranno alcun vaglio giudiziario, ma con la certezza che produrranno la tanto agognata visibilità, grazie al circo mediatico che fiancheggia la sinistra. L’obiettivo non è proteggere alcuna donna. Se lo fosse, le femministe di Non una di Meno avrebbero distribuito da anni i fischietti nei caruggi del centro storico genovese, dove le molestie non hanno bisogno di un modulo anonimo perché finiscono dritte nelle cronache giudiziarie. Ma non lo hanno mai fatto. L’obiettivo è demolire un simbolo.
L’alpino è il bersaglio perfetto perché incarna tutto ciò che questo mondo vuole cancellare: mascolinità vissuta senza vergogna, amor di patria praticato con i fatti, servizio alla comunità senza tornaconto ideologico. Del resto, le promotrici lo confessano senza pudore: “La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata”. Quattrocentomila persone in festa equiparate a un esercito invasore da un pugno di attiviste che non ha mai montato una tenda, spalato un metro cubo di fango né cucinato un pasto caldo per uno sfollato. Lo stesso cartello che vede mascolinità tossica nelle penne nere sfilava con lo striscione “Migranti non lasciateci da sol* con i fascisti”, in italiano approssimativo. L’alpino bianco ed eterosessuale è colpevole per categoria; per chiunque altro, generalizzare è razzismo.
A questo punto, Riccardi, fa l’elenco dei vari interventi contro le calamità naturali che hanno visto gli alpini operare: Terremoto del Friuli, 1976: gli alpini accorsero a migliaia, gestirono dieci cantieri, e quando il governo americano affidò all’ANA cinquanta miliardi di lire per la ricostruzione, non una sola lira andò dispersa. Terremoto de L’Aquila, 2009: costruirono a Fossa trentatré case con piazza, chiesa, farmacia e parco giochi. Quel villaggio è ancora lì dopo diciassette anni, in piedi, funzionante, e rende centomila euro l’anno al Comune. Alluvione di Genova, 2014: arrivarono prima dell’alba con le motopompe e spalarono il fango di Marassi, Brignole e la Foce finché l’ultimo scantinato non fu svuotato. Crollo del ponte Morandi, 2018, quarantatré morti: il sindaco Bucci alzò il telefono e chiamò il presidente dell’ANA. Le penne nere risposero come rispondono sempre. Presenti.
a cura di Domenico Bonvegna
