Roma. “La cronaca recente restituisce un quadro sempre più inquietante: aggressioni, risse, episodi di violenza gratuita, fino a casi estremi di omicidio. Fatti che colpiscono l’opinione pubblica non solo per la loro gravità, ma per la crescente frequenza con cui vedono protagonisti giovanissimi. Di fronte a questi eventi si attiva, quasi automaticamente, un bisogno profondo di spiegazione. Comprendere diventa una necessità emotiva prima ancora che razionale: serve a contenere la paura, a ricostruire un senso di sicurezza che sembra incrinarsi ogni volta che la violenza irrompe senza apparente motivo”. Lo spiega la presidente dell’Istituto Integrato di Ricerca e Intervento Strategico (Iiris), Francesca Mastrantonio, commentando i numerosi episodi di violenza che vedono spesso protagonisti i giovani.
“Eppure- prosegue- la tentazione di cercare risposte semplici rischia di portarci fuori strada. Non è possibile confinare questi fenomeni a contesti marginali o attribuirli a categorie ‘altre’ rispetto alla nostra realtà. La violenza giovanile non ha un volto unico né un’origine facilmente identificabile: attraversa ambienti diversi e interroga l’intera società. Numerosi studi evidenziano il legame tra l’esposizione alla violenza in ambito familiare e lo sviluppo di comportamenti aggressivi nel corso della vita”.
“Tuttavia- evidenzia Francesca Mastrantonio- ridurre il problema alla responsabilità delle famiglie significherebbe semplificare eccessivamente una questione molto più complessa. Viviamo in un’epoca caratterizzata da profondi cambiamenti. L’impatto pervasivo dei social media, insieme a eventi globali destabilizzanti come pandemie e conflitti, ha contribuito a generare incertezza e fragilità, soprattutto nelle nuove generazioni”.
La presidente dell’Iiris ricorda che “anche il modello educativo si è trasformato. Alla famiglia normativa, fondata su regole chiare e non negoziabili, si è progressivamente sostituita una famiglia centrata sugli affetti, in cui il dialogo e la negoziazione tendono a prevalere. In molti casi, questo approccio nasce dal desiderio di proteggere i figli da frustrazioni e disagi, ma può comportare una difficoltà crescente nell’interiorizzare limiti e confini”.
“Il rischio- afferma inoltre- è quello di una delega all’esterno delle regole: i limiti arrivano tardi, vengono percepiti come ingiusti e risultano più difficili da accettare. Quando la realtà si impone con la sua inevitabile durezza, lo scarto tra aspettative e esperienza può generare frustrazione, senso di tradimento, impotenza e, in alcuni casi, rabbia. In questo scenario, anche i genitori appaiono spesso disorientati, privi di strumenti adeguati per affrontare un contesto in rapido mutamento”.
Secondo la presidente dell’Istituto Integrato di Ricerca e Intervento Strategico, “diventa allora necessario un ripensamento più ampio, che coinvolga non solo le famiglie ma tutte le istituzioni educative e sociali. Serve un modello basato sulla corresponsabilità, capace di leggere il disagio giovanile e di costruire risposte condivise. Al centro dovrebbe esserci una rinnovata attenzione alla qualità delle relazioni, anche quando si tratta di stabilire regole e limiti. Il rispetto, la chiarezza e la coerenza non sono in contrasto con l’empatia: possono, al contrario, rafforzarla”.
“Colpisce, in questo senso, un paradosso contemporaneo: le tecnologie più avanzate, progettate per interagire con gli esseri umani, sono costruite su modelli comunicativi gentili e rispettosi. Un’indicazione, forse, di quale possa essere la direzione da seguire anche nei rapporti tra persone. Educare al limite non significa imporlo attraverso la forza. Significa trasmetterne il senso, rendendolo comprensibile e condivisibile. E questo- sottolinea- richiede, prima di tutto, adulti capaci di incarnare ciò che insegnano: il dialogo, la responsabilità, il rispetto”.
“In assenza di questi riferimenti- conclude Mastrantonio- il rischio è che la violenza smetta di essere un’eccezione per diventare, sempre più, una modalità di relazione”.
