Petrolio. Rileggere Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini ha intuito prima di molti che il nodo del nostro tempo non è semplicemente “quanto” si cresce, ma “come” e a quale prezzo. In un testo del 1973 intitolato “Sviluppo e progresso” distingueva con nettezza tra la corsa quantitativa alla produzione – lo sviluppo – e il miglioramento qualitativo della vita civile – il progresso. In questa prospettiva, la dipendenza dal petrolio non è solo una questione energetica, ma un sintomo di una malattia più profonda. Un modello di crescita che misura tutto in termini di PIL, consumi e potenza industriale, e quasi nulla in termini di giustizia, cultura, libertà reale.

L’Italia del boom, agli occhi di Pasolini, era l’emblema di uno “sviluppo senza progresso”. L’autostrada, l’auto privata, la benzina a buon mercato vengono esaltate come segni di modernità, mentre le campagne si svuotano, le culture popolari vengono annientate, le periferie si gonfiano di cemento e solitudine. Nel romanzo incompiuto Petrolio (pubblicato postumo nel 1992), l’oro nero è la materia oscura di un nuovo ordine che tiene insieme affari di Stato, trasformazioni antropologiche, corruzione della democrazia. Non è un dettaglio tecnico. E’ il carburante di una rivoluzione consumistica che uniforma linguaggi, desideri, perfino i corpi, sotto il segno della merce.

Alla domanda se sia possibile uno sviluppo senza petrolio, Pasolini risponderebbe spostando il fuoco. La vera alternativa non è fra petrolio e rinnovabili, ma fra uno sviluppo cieco e un progresso che sappia porsi dei limiti. Da un lato, certo, si può immaginare una società energeticamente decarbonizzata che riproduce però la stessa logica di sfruttamento, di consumo compulsivo, di colonizzazione culturale. Sarebbe ancora “sviluppo senza progresso”, la sola differenza sarebbero i pannelli solari al posto dei pozzi. Dall’altro, Pasolini accenna alla possibilità di un “progresso senza sviluppo”, fatto di istruzione, partecipazione politica, relazioni più ricche, perfino con meno beni materiali e meno energia.

Riletta oggi, la sua lezione è un monito ecologico e politico insieme. Non basta sostituire il carburante se resta intatto l’immaginario del benessere illimitato. Il rischio è di replicare la stessa violenza del ciclo petrolifero sui corpi, sui territori, sulle culture. La domanda decisiva, per Pasolini, non è se potremo continuare a “svilupparci” senza petrolio, ma se sapremo rinunciare all’idolo dello sviluppo per riconoscere nel progresso umano – fragile, conflittuale, non misurabile in barili – l’unica metrica che valga davvero. In questo senso, la transizione energetica è credibile solo se diventa anche transizione antropologica.

Però Pier Paolo Pasolini è morto nel 1975, oscuramente ucciso.

Gian Luigi Corinto
docente di Geografia e marketing agroalimentare Università Macerata, collaboratore Aduc