L’intervento: La cultura che vince i festival

Che differenza c’è tra la canzone che ha vinto il festival di Sanremo (“Per sempre Sì”, cantata da  Sal Da Vinci) e il funerale del narco mexicano “El Mencho”, seppellito in una bara d’oro, dopo che tutto il Messico è stato sconvolto da disordini a seguito del suo assassinio da parte delle forze dell’ordine? Non poche differenze, soprattutto per il contesto legale e quello illegale a cui si riferiscono i fatti. Ma c’è un filo conduttore estetico-culturale: la rozzezza.

Entrambe le vicende appartengono a filoni culturali con l’esaltazione e compiacimento di se stessi come “poveri che si comportano come loro pensano che si debbano comportare i ricchi”. Dove tutto è esagerato, scintillante, abbondante, gridato, eccessivo, sguaiato. Proprio come una canzone che esalta patriarcato e anticamera del femminicidio o un funerale con la bara d’oro o – aggiungiamo – i gabinetti sempre d’oro, o le bottiglie del più noto e costoso champagne al mondo (Moet&Chandon) che vengono utilizzate come candele festose  (con le note conseguenze di Crans-Montana), o il cocainomane che sniffa con la banconota da 1000 dollari o 500 euro. Tutto con abbigliamento e accessori di alta marca che, quando non sono originali, sono copie e falsi (che legittimano, valorizzano e moltiplicano l’industria del falso) e automobili – sempre suv del valore di centinaia di migliaia di euro – che quando non sono noleggiati… sono rubati.

Dicono che questo sia popolare.

Vincenzo Donvito Maxia – presidente Aduc