Mentre la crisi climatica riduce la disponibilità idrica, cresce il consumo di acqua in bottiglia (e i profitti delle multinazionali). Una risorsa pubblica svenduta a pochi millesimi di euro, tra sprechi, reti colabrodo e profitti privati.
Nel nostro Paese, infatti, si continuano a imbottigliare miliardi di litri di acqua, una risorsa sempre più scarsa, concessa a condizioni irrisorie e rivenduta a caro prezzo. È un paradosso che racconta il fallimento di un modello di gestione che ignora la crisi climatica – i cui effetti come emergenze idriche, incendi e restrizioni nell’uso dell’acqua – sono sempre più evidenti e frequenti. Svilendo lo stesso valore dell’acqua come bene comune.
Da anni denunciamo questa contraddizione: mentre la crisi climatica riduce la disponibilità idrica e mette sotto stress fiumi, falde e acquedotti, siamo uno dei maggiori consumatori di acqua in bottiglia al mondo. Un sistema che produce sprechi ambientali, alimenta disuguaglianze e garantisce guadagni elevati a pochi soggetti privati, lasciando ai territori costi ambientali e infrastrutture sempre più fragili.
Crisi climatica e consumi record: una contraddizione che cresce
L’Italia è oggi il primo Paese in Europa per consumo di acqua in bottiglia. Secondo le elaborazioni di Beverfood.com, nel 2024 il consumo ha superato i 257 litri pro-capite all’anno, con una crescita dei volumi del +2,7% rispetto al 2023.
Un dato che colloca stabilmente l’Italia ai vertici mondiali, nonostante l’accesso all’acqua potabile sia quasi universale. Secondo l’ISTAT, infatti, oltre il 99% della popolazione è allacciato alla rete idrica, ma una quota rilevante di cittadini continua a preferire l’acqua confezionata.
Questo primato pesa ancora di più se letto alla luce della crisi climatica. Le estati sempre più calde, la riduzione delle portate fluviali e l’abbassamento delle falde mostrano come l’acqua non sia più una risorsa abbondante. Continuare a incentivare un consumo così elevato di acqua in bottiglia significa aggravare uno sfruttamento che moltiplica emissioni, sprechi energetici e rifiuti lungo tutta la filiera, dall’imbottigliamento al trasporto su gomma.
Una risorsa pubblica svenduta a fronte di profitti massimi
Il cuore del problema è politico ed economico. In Italia l’acqua è un bene pubblico sistematicamente svenduto. Le aziende imbottigliatrici prelevano miliardi di litri pagando canoni concessori spesso pari a pochi millesimi di euro al litro, mentre quella stessa acqua viene rivenduta sugli scaffali a prezzi fino a centinaia o migliaia di volte superiori.
Lo abbiamo denunciato con chiarezza già nel dossier “Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana”: un settore che genera miliardi di euro di fatturato, a fronte di ritorni minimi per le casse pubbliche e per i territori che vedono sfruttate le proprie sorgenti.
Ad oggi, l’ultimo dato disponibile è del 2023: sono stati 16,5 milioni di metri cubi imbottigliati che hanno fruttato 16,5 milioni di euro circa dai canoni regionali applicati (con un canone medio utilizzato di circa 1 euro a metro cubo).
La nostra proposta è da sempre quella di applicare un canone minimo a livello nazionale di almeno 20 euro/metro cubo (equivalente ad appena 2 centesimi di euro al litro imbottigliato) che – per il 2023 – avrebbe permesso di passare dai 16 milioni di euro incassati in totale dalle Regioni ad almeno 330 milioni di euro; una cifra che, seppur sempre di molto inferiore rispetto al fatturato delle aziende imbottigliatrici e al costo di vendita al pubblico, non andrebbe ad incidere sulle tasche delle aziende e sarebbe invece utile a incrementare le entrate per le regioni, da reinvestire in politiche e interventi di tutela della risorsa idrica.
Questo squilibrio diventa ancora più inaccettabile in un contesto di crisi climatica. Mentre si chiede ai cittadini di ridurre i consumi durante le emergenze idriche, si continua a consentire uno sfruttamento intensivo delle sorgenti senza riconoscere il valore ambientale della risorsa e senza reinvestire adeguatamente nei territori e nel servizio idrico pubblico.
Reti colabrodo, sfiducia e la necessità di cambiare modello
La diffusione dell’acqua in bottiglia è spesso giustificata con la sfiducia verso l’acqua di rubinetto. Una sfiducia che affonda le sue radici in problemi reali, a partire dallo stato delle infrastrutture idriche. Secondo Ecosistema Urbano, il nostro rapporto annuale sulle performance ambientali delle città, le perdite nelle reti di distribuzione idrica arrivano in alcuni capoluoghi a sfiorare il 70% dell’acqua immessa in rete.
Per capire cosa significhi questo dato basta un esempio concreto: un foro di appena 3 millimetri in una condotta può causare una perdita fino a 340 litri d’acqua al giorno, pari al consumo medio quotidiano di una famiglia. Una situazione tutt’altro che rara, se si considera che il 60% delle reti idriche italiane ha più di 30 anni, percentuale che sale al 70% nei grandi centri urbani, mentre il 25% delle infrastrutture supera i 50 anni di età.
Ci sono poi alcune situazioni di spreco, disservizi e interruzioni del servizio che non migliorano di certo la percezione dei cittadini sul tema e su cui è importante sia agire con una tempestiva e corretta informazione che con interventi mirati per risolverle.
La qualità dell’acqua del rubinetto
Queste segnalate precedentemente sono però situazioni puntuali, per lo più note e segnalate dalle autorità competenti, che non devono essere generalizzate su tutto il territorio nazionale.
L’acqua che esce dai nostri rubinetti è controllata attentamente e ripetutamente e per essere potabile deve infatti soddisfare stringenti parametri microbiologici, chimici e fisici.
I controlli sono dettati dalle normative vigenti, e sono molto accurati e frequenti: da un lato, vi sono i controlli interni del gestore che fornisce il servizio idrico, dall’altro vi sono i controlli delle unità sanitarie locali di competenza territoriale, programmati su base regionale.
In alcuni territori si sta inoltre iniziando ad applicare il Water Safety Plan (non ancora obbligatorio ma previsto dalle direttive comunitarie), ovvero il Piano di sicurezza per l’acqua potabile, che prevede più controlli, più prelievi, più parametri nell’intera filiera idro-potabile, da quando l’acqua viene prelevata fino al punto di erogazione finale.
Non è dunque veritiera la percezione comune dell’acqua del rubinetto meno salutare e meno controllata di quella in bottiglia.
Invertire la rotta è possibile
In questo contesto, l’acqua in bottiglia non è la soluzione, ma parte del problema. Spostare il consumo verso il mercato privato riduce la pressione per investire nella manutenzione delle reti, nella riduzione delle perdite e nel miglioramento del servizio pubblico. È un circolo vizioso che va spezzato, soprattutto mentre la crisi climatica rende l’acqua sempre più scarsa.
Invertire la rotta è possibile e necessario. Adeguare i canoni di concessione, reinvestire nella modernizzazione delle infrastrutture, ridurre drasticamente le perdite e valorizzare l’acqua di rubinetto significa difendere l’acqua come bene comune. Una scelta ambientale, sociale e climatica, senza la quale non sarà possibile garantire il diritto all’acqua alle generazioni future.
