Mariateresa “Teta” Colamonaco, in arte Teta Mona, è un’artista pugliese dalla visione ampia e dalla voce profonda. La sua opera nasce come esperienza condivisa nella scena underground londinese dei primi anni 2000, quando a Londra – insieme a due giovani musicisti giapponesi – fonda gli Screaming Tea Party, gruppo indie-rock psichedelico che si fa notare per l’energia, l’originalità e un approccio creativo fuori dagli schemi. Nel 2007 lascia l’Inghilterra per New York, dove inizia a esibirsi da sola, affermando gradualmente la sua voce unica come solista. È in quegli anni che la sua ricerca artistica si amplia, portandola alla pittura assidua e all’esplorazione di nuove forme espressive.
Il ritorno a Londra segna un altro passo importante: l’incontro con Dylan Carlson, chitarrista degli Earth, che la coinvolge nella registrazione del suo progetto solista, un riconoscimento della maturità artistica che la Colamonaco stava maturando. Dal 2014 Teta Mona decide di rientrare in Italia e di riavvicinarsi alle sue radici, intrecciando i ritmi del roots-rock, del reggae e del dub con sfumature psichedeliche e cantautorali mediterranee. È in questo periodo che nasce l’EP “Sheena” (2015), realizzato con Prince Jaguar, e che la sua musica comincia a mescolare suggestioni globali con un forte senso di appartenenza territoriale.
Nel 2016 esce “Mad Woman”, il suo primo album ufficiale per l’etichetta Garrincha Go Go, accolto con interesse dalla critica per la sua capacità di unire mondi sonori e sensazioni emotive con una voce calda e avvolgente. L’album, costruito con un linguaggio personale fatto di psic-folk, dub e melodie profonde, include tra i brani anche omaggi originali come la cover in italiano di “Whiskey”, in cui emergono influenze che vanno da Mina al filo rosso delle sue numerose ispirazioni.
Il percorso di Teta Mona non si limita alla musica: la sua sensibilità artistica si esprime anche nella pittura e nella scrittura, discipline che convivono con il suo impegno performativo. È un’artista che continua a muoversi tra le culture, le lingue e le forme d’arte, portando con sé un’identità fluida e ricca di sfaccettature.
Oltre a scrivere sceneggiature, a dipingere e a scrivere e cantare musica, insegna inglese Cambridge e yoga, discipline nelle quali trova un terreno di equilibrio e condivisione con chi, ogni giorno, sceglie di mettersi in gioco.
Il punto di partenza per raccontare la tua storia?
Proverei a partire dal momento presente, in questa stanza piena di chitarre e tappeti, alle pareti i miei quadri ed il vinile di Billie Holiday live al Carnagie Hall nel 1956 in sottofondo. I punti di partenza per me sono sempre una sensazione, mai un fatto preciso. Può essere un disagio, una nostalgia, una domanda che non trova subito risposta.
La musica è un viaggio umano che coinvolge tutti i sensi. Qual è stata la sfida maggiore?
Quella di scegliere di tenere la musica in posto sacro e tutto mio, lontano dalle dinamiche del business prima, e dei reel di Instagram poi. La narrazione delle donne ha sempre a che fare con il coraggio.
Pensi di essere coraggiosa o semplicemente determinata?
Un mio caro amico giapponese un giorno mi ha regalato un foglio con un kanji (ideogramma giapponese) fatto da lui per me, che foneticamente si leggeva “Teresa” (mi chiamavano Teresa) ma che in realtà voleva dire “coraggio”. Ma anche la determinazione é stata fondamentale: senza determinazione i sogni resterebbero sospesi, senza coraggio non avrebbero mai la possibilità di arrivare agli altri.
L’arte, la musica, il teatro, i libri possono essere una sorta di riscatto o sono semplicemente un percorso naturale di una persona sensibile?
Credo che possano essere entrambe le cose, ma non in modo separato. Per una persona sensibile l’arte è spesso un percorso naturale, quasi inevitabile: un modo per stare al mondo e dare un senso a ciò che si sente. Allo stesso tempo, però, può diventare anche una forma di riscatto, non nel senso eroico del termine, ma come possibilità di trasformare fragilità, ferite o marginalità in linguaggio. L’arte non salva da tutto e non risolve, ma offre uno spazio di libertà. Ti permette di non restare imprigionata in una definizione, di riscrivere la tua storia ogni volta da un’altra prospettiva. In questo senso è un riscatto silenzioso, quotidiano, che passa attraverso l’ascolto e la condivisione.
Fin qui hai vissuto di cultura, viaggi e relazioni sociali: di queste esperienze umane cosa conservi e cosa hai resettato? E soprattutto, lungo il percorso, quali momenti vissuti hanno fatto la differenza?
Quando vivevo a Camden Town, Amy Winehouse abitava 20 metri da casa mia. Un mio amico paparazzo restava a casa mia tutta la notte perché sapeva di beccarla alle 4 am per prendere un taxi e andare a Soho. Ho vissuto a Londra per 10 anni negli anni belli, facendo qualsiasi lavoro possibile pur di pagarmi l’affitto. Ho partecipato agli open mic di Brooklyn e conosciuto Fiona Apple, ho suonato con David Amram per festeggiare i 50 anni di Pull My Daisy ed onorare Jack Kerouac, queste cose le conservo.
Ho dovuto però resettare il dolore di vivere e provare a fare musica al sud Italia con quel bagaglio che mi portavo, le gelosie il provincialismo la mancanza di visione, la pochezza di alcuni individui con cui ho purtroppo avuto a che fare, assieme alla consapevolezza di dover imparare a credere in me stessa. La differenza l’ha fatta aver cominciato a capire il valore che ho, senza necessariamente qualcosa da mostrare e dimostrare agli altri.
Un’artista mostra la realtà che vede nella sua anima: quanto c’è di autobiografico nei tuoi spettacoli?
C’è sempre una componente autobiografica, anche quando non è dichiarata. Nelle mie canzoni non racconto la mia vita in modo diretto, ma uso esperienze, emozioni che mi appartengono per parlare di qualcosa di più universale. Quello che porto in scena nasce da ciò che osservo, da ciò che mi attraversa e da come reagisco alla realtà. In questo senso, tutto è personale, ma niente è solo mio: l’obiettivo è che chi guarda possa riconoscersi, anche senza sapere da dove tutto è iniziato.
Nel mondo di oggi dove conta soprattutto apparire, quanto bisogna veramente essere?
Credo che oggi “essere” sia diventato quasi un atto di resistenza. L’apparire è veloce, premia la superficie e chiede continuamente conferme, mentre l’essere richiede tempo, silenzio e anche il coraggio di non piacere subito. Non penso si tratti di scegliere tra una cosa o l’altra, perché viviamo comunque dentro l’immagine. La differenza sta nell’allineamento: quanto quello che mostriamo corrisponde davvero a ciò che siamo. Più questa distanza si riduce, meno l’apparire diventa una maschera e più diventa uno strumento. Alla fine, ciò che resta non è quanto siamo stati visibili, ma quanto siamo stati veri.
Gli esperti di comunicazione sostengono che noi siamo il brand di noi stessi o, ancora meglio, noi siamo i media di noi stessi e in quanto tali, facciamo notizia, diventiamo ogni giorno notizia. Tutto viene alla luce o qualcosa scompare?
Direi che non tutto viene alla luce. Oggi siamo davvero “media di noi stessi”, ma questo non significa che ogni cosa emerga. Al contrario, la visibilità è selettiva. Mostriamo ciò che scegliamo di raccontare e, allo stesso tempo, piattaforme e algoritmi amplificano alcuni contenuti e ne rendono invisibili molti altri. Ogni giorno diventiamo notizia, sì, ma solo attraverso un filtro continuo fatto di scelte, omissioni e semplificazioni. Quello che spesso scompare è la complessità. Restano i messaggi più immediati, coerenti con l’immagine che vogliamo dare o che funziona meglio nello spazio pubblico. Per questo il personal branding non è solo esposizione, ma anche responsabilità. Decidere cosa mostrare significa anche accettare che ciò che non viene raccontato, col tempo, smetta di esistere agli occhi degli altri.

Mi ha sempre affascinato la coesistenza di tante anime, spesso diverse, nelle donne. In modo particolare quando le manifestate con orgoglio. In te quante anime convivono?
Ne convivono molte, e non sempre sono allineate tra loro. C’è un’anima più razionale, che osserva e cerca di capire, e un’altra più istintiva, che reagisce prima di pensare. C’è quella fragile, che dubita e si mette in discussione, e quella più forte, che non ha paura di esporsi e di prendersi spazio. Non le vivo come contraddizioni, ma come una ricchezza. Il punto non è sceglierne una sola, ma permettere a tutte di esistere, senza chiedere il permesso. Quando riesco a manifestarle con orgoglio, sento di essere più autentica, perché è proprio da questa pluralità che nasce la mia voce.
I sogni si avverano se solo lo desideriamo abbastanza: è una delle citazioni più famose di Peter Pan…che cosa è rimasto dei tuoi sogni adolescenziali? Com’eri a quell’età?
Di quei sogni è rimasta soprattutto la direzione. Da adolescente ero piena di entusiasmo, ma anche di ingenuità. Pensavo che bastasse desiderare qualcosa con forza per ottenerla, senza immaginare quanta disciplina, quante rinunce e quanta pazienza servissero davvero. Non tutti i sogni si sono realizzati come li immaginavo allora, alcuni si sono trasformati, altri li ho lasciati andare. Ma è rimasta la spinta a cercare una vita che mi somigli, la curiosità e il bisogno di esprimermi. Forse oggi sogno in modo diverso, con più consapevolezza e meno illusioni, ma con la stessa voglia di non smettere mai di credere che valga la pena provarci.
Quando hai intrapreso questa strada immagino avessi degli obiettivi da raggiungere: contenta per quello che hai realizzato o ha dei rimorsi per ciò che non è riuscita a fare? Vogliamo davvero vivere inseguendo ideali irraggiungibili, o dovremmo avvicinarci alle lezioni che ci dà il tempo?
Quando ho iniziato avevo obiettivi chiari, ma anche un’idea molto più rigida di cosa volesse dire “arrivare”. Oggi posso dire di essere grata per quello che ho costruito, anche perché non sempre coincide con ciò che avevo immaginato all’inizio. Alcune tappe sono state diverse, più lente, o semplicemente altrove. I rimorsi ci sono, come per tutti, ma non li vivo come fallimenti. Li considero passaggi mancati che mi hanno insegnato qualcosa su di me, sui miei limiti e su ciò che conta davvero. Credo che inseguire ideali irraggiungibili sia utile solo se ci spinge a crescere, non se ci tiene in una perenne insoddisfazione. Il tempo, se lo ascolti, non ti toglie sogni: li ridimensiona, li rende più veri e, spesso, più vicini a chi siamo diventati.









