La penna e il riscatto: le ex Scuole elementari di Gabicce Monte rinnovano una lezione di civiltà e vita

di Roberto Malini

C’è un’Italia che non compare nei manuali di storia, ma che ha costruito il Paese con una matita fra le dita. È l’Italia delle scuole rurali e dei borghi, fra gli anni della guerra e il dopoguerra, quando l’istruzione non era solo un diritto sancito sulla carta — lo diventerà pienamente solo con la Costituzione del 1948 — ma una conquista personale, spesso faticosa, quasi eroica. In quei decenni le scuole elementari non erano semplicemente edifici pubblici: erano presìdi civili. Nei piccoli centri, spesso in posizione dominante, rappresentavano la promessa che la povertà non fosse un destino immutabile.

Erano luoghi dove l’infanzia imparava a leggere il mondo, ma anche dove gli adulti tornavano sui banchi per riscrivere il proprio. La fotografia scattata nel 1940 alle ex Scuole di Gabicce Monte racconta tutto questo con una chiarezza che nessuna statistica può restituire. Sedute ai banchi della scuola serale, si riconoscono — in prima fila — Matilde Pianosi, Tina Gaudenzi, Gemma Tamburini, Elena Ghiandoni; dietro di loro Giovanna Morini, Adele Giammattei, Anna Aiudi, la maestra Franca Bontempi, Rita Franchini, Evelina Geminiani, Giovanna Arduini. Non sono bambine. Sono donne adulte. Alcune madri. Donne che durante il giorno lavorano nei campi, nelle case, nelle attività familiari. Donne che portano sulle spalle un’economia domestica fragile e un Paese in guerra. Eppure, la sera, siedono ai banchi di scuola.

I loro volti sono determinati, ma sereni. La maestra Franca Bontempi, in piedi alle loro spalle, ha un’espressione fiera: sa che ciò che sta facendo è più grande di una lezione di ortografia. Sta partecipando a un atto di emancipazione collettiva. In quegli anni l’analfabetismo era ancora una realtà concreta nelle aree rurali italiane. Le scuole serali rappresentavano una seconda possibilità: uomini e donne inseguivano la licenza elementare come un lasciapassare per la dignità. Imparare a scrivere il proprio nome significava entrare pienamente nella cittadinanza. Per le donne, il percorso era ancora più arduo. Il peso del lavoro domestico, la cura dei figli, la fatica quotidiana rendevano l’istruzione un’impresa che richiedeva tanto coraggio e altrettanto spirito di sacrificio. Tuttavia quelle donne di Gabicce Monte sono lì, nella foto che le ha immortalate in un attimo fondamentale delle loro esistenze, con la penna in mano. La penna: un oggetto semplice, ma simbolico. Quante di loro non l’avevano mai usata prima per scrivere una frase completa? E ora tracciano lettere, fanno di conto, costruiscono parole. In quel gesto c’è il passaggio da un’esistenza subita a una vita afferrata fra mani non più per produrre o allevare, ma finalmente per mettersi alla prova e crescere. Dietro di loro, appesa alla parete, una carta geografica. Presente in quasi tutte le scuole italiane del tempo, era molto più di uno strumento didattico. Era la promessa di un mondo da conoscere per poterne far parte. Guardare una mappa significava allargare l’orizzonte oltre il borgo, oltre il lavoro nei campi, oltre la guerra.

In quegli anni difficili, mentre l’Europa bruciava, nelle aule dei piccoli paesi si compiva un’altra rivoluzione — silenziosa, ostinata, decisiva. L’istruzione diventava il motore del riscatto sociale. Nel dopoguerra, con la ricostruzione materiale e morale del Paese, la scuola assunse un valore ancora più evidente. La Costituzione sancì l’istruzione come diritto e dovere. Le scuole elementari divennero il primo gradino di un’Italia che voleva rialzarsi. E nelle scuole serali continuò il cammino di chi non aveva potuto studiare da bambino. Cos’, oggi che le vedono in pericolo, i cittadini di Gabicce affermano a gran voce che le ex Scuole del borgo antico non sono soltanto mattoni, malta, calcina e intonaco. Sono il luogo dove si è depositata la loro storia: la storia di un’Italia che, anche nei momenti più bui, ha creduto nella cultura come strumento di liberazione. Ogni banco di legno consumato, ogni carta geografica appesa, ogni registro compilato parla di un progresso che va molto oltre le infrastrutture o le industrie, perché riguarda le coscienze. Quelle donne del 1940 — Matilde, Tina, Gemma, Elena, Giovanna, Adele, Anna, Rita, Evelina — non sapevano forse di essere parte di un capitolo decisivo della storia nazionale. Ma lo erano. Con la penna fra le dita hanno contribuito al progresso della loro comunità e, silenziosamente, del Paese. E in quell’aula, fra la guerra che incombeva e il futuro che ancora non si vedeva, la scuola non era semplicemente un edificio, ma un vero atto di speranza.