Andrea Filloramo & il prete influencer don Alberto Ravagnani: Ci sono aspettative nei confronti di noi preti, che a volte sono disumane

Andrea, il prete influencer don Alberto Ravagnani, di cui tanto si è scritto e parlato, per sua scelta, non esercita più il ministero di sacerdote. A dare l’annuncio è stata una semplice nota del vicario generale dell’arcidiocesi di Milano, che ha così commentato: “La sofferenza che una simile decisione provoca in tante persone può diventare anzitutto occasione di preghiera e di affidamento al Signore”. Da allora molti sono stati i commenti a quella che è sembrata quasi un’indifferenza da parte della Curia milanese davanti all’ennesimo abbandono del ministero da parte di giovani preti. Cosa ne pensi? 

Non mi meraviglio più di tanto di fronte a quella che tu chiami indifferenza. Il Vicario Generale nella sua nota non ha fatto altro che attenersi a quello che è il protocollo della Chiesa di fronte all’ abbandono del sacerdozio dei preti, cioè agli standard da seguire e alle probabili direttive provenienti dalla CEI- 

Cerca di essere più chiaro… 

Il Vicario Generale della Curia milanese ha considerato la storia di don Alberto Ravagnani, prete tiktoker – influencer come una sua storia privata e, quindi l’abbandono del ministero, come una scelta personale, sofferta, rispettabile. Tale considerazione, però, come nei molti casi dei preti che lasciano, non regge assolutamente ed è una scorciatoia comoda, utile solo a chi non vuole guardare o non riesce a guardare in faccia la realtà. 

A tuo parere quale è allora la realtà? 

Lo dico subito. Il problema non è la fragilità dei preti – come si vuol fare pensare- ma del sistema che produce fragilità che la Chiesa non sa come governare e quindi non le rimane altro che scaricarli, e “lasciarli al loro destino”.  

Forse il termine “scaricare “è molto pesante, forse vuoi dire “non prendersi cura”… 

Considero i due termini come sinonimi. In riferimento all’abbandono del ministero da parte del ministero di don Alberto Ravagnani, come da parte di molti altri preti, quella data dal Vicario Generale, è una lettura individualizzante che sposta in modo surrettizio l’attenzione dalla struttura alle coscienze. In realtà, la fragilità è prodotta, amplificata e spesso resa ingestibile dalla Chiesa che pretende molto, offre poco e fatica a riconoscere i limiti umani.  

Il prete prima di essere ordinato ha dovuto percorrere un lungo periodo di formazione nel seminario. Sapeva, quindi, a che cosa andava incontro...

Sì, è vero, ma, se osserviamo bene, a monte del ministero di ogni prete c’è una formazione profondamente inadeguata. I seminari, infatti, continuano a preparare sacerdoti per una Chiesa che non esiste più: idealizzata, protetta, astratta, dove si spiritualizza tutto ciò che dovrebbe essere affrontato con competenza umana: affettività, solitudine, bisogno di riconoscimento, fallimento. Il modello ministeriale dominante tende a formare sacerdoti secondo un ideale astratto di disponibilità totale, lasciando poco spazio all’elaborazione reale delle emozioni, dei desideri, dei conflitti interiori. Quando, usciti dal seminario, ad un certo punto emergono stanchezza, solitudine, crisi affettive o dubbi vocazionali, questi vengono letti non come segnali normali di un percorso umano, ma come falle personali, mancanze di fede o di disciplina. In questo modo il sistema non solo produce fragilità, ma non possiede neppure gli strumenti per governarle. Così, quando la tensione diventa insostenibile, l’unica soluzione praticabile diventa l’uscita da parte del prete come auto-esclusione. 

Da quanto dici – e non vale soltanto per il caso di don Roberto Ravagnani-  scaricare il peso sulle persone per la Chiesa è il modo più semplice per evitare una revisione profonda del modello.  

Sì, è proprio così. Quel che è successo a quel prete brianzolo è successo a molti altri preti. Dire, infatti, che un prete “ è fragile”, permette di salvare l’idea del sistema, mentre riconoscere che il sistema genera fragilità, obbliga a ripensare la formazione, l’esercizio dell’autorità, la solitudine strutturale del ministero e la mancanza di reali spazi di umanità condivisa.  

 

Oltretutto sembra che don Alberto Ravagnani fragile – da quel che si sa – non è stato affatto 

Ravagnani ha confidato: “Ci sono le aspettative nei confronti di noi preti, che a volte sono disumane. Come se noi fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, addetti al sacro, programmati per essere buoni”. Al di là del ruolo istituzionale don Alberto si è sentito diverso in mezzo agli altri sacerdoti come lui: i dubbi di tanti ragazzi che ha incontrato, sono diventati anche i suoi dubbi. Ha quindi così aggiunto: “Alla fine, certe mie certezze troppo granitiche – grazie a Dio – sono venute giù […] Io ho capito che i miei sono diversi. Ho capito che sono cambiato, che posso ancora cambiare. E ho scelto di farlo. Sono molto consapevole di quello che sto facendo, ci ho pensato tanto. Non so esattamente cosa succederà ora, ma sono sereno”. 

Ciò non toglie che lasciare il ministero per lui come per tutti preti che lasciano sia un fallimento. 

Finché la Chiesa non si avrà il coraggio di affrontare queste dinamiche, le uscite dal ministero continueranno a essere lette come fallimenti individuali, quando in realtà, però, sono spesso il sintomo più evidente di un sistema che non sa prendersi cura delle persone che esso stesso chiama e forma. 

Per la Chiesa la vocazione al sacerdozio è un dono di Dio e come tale ogni prete lo deve sentire, custodire e difendere, 

La Chiesa ama parlare di vocazioni come dono, ma le gestisce soltanto come risorse da sfruttare. Finché funzionano, vengono esibite; quando iniziano a incrinarsi, diventano imbarazzanti. Esiste solo il silenzio, un silenzio spesso cupo che non si vede all’esterno perché bene occultato, che copre un silenzio ovattato, quasi istituzionale, che non si espone e non racconta. Non c’è nessun riconoscimento visibile del travaglio umano che spesso accompagna il prete.  

Certo che non è facile abbandonare il ministero. 

E’ proprio così. Da osservare che un prete che lascia il ministero non cambia semplicemente lavoro: attraversa una frattura esistenziale. Eppure, l’istituzione sembra trattare questi percorsi come casi da gestire quasi con imbarazzo. La discrezione può essere comprensibile per tutelare le persone coinvolte, ma quando diventa sistematica e totale rischia di trasformarsi in rimozione. In questo vuoto comunicativo si insinuano solitudine e stigma. 

Con che cosa si può sostituire questo silenzio? 

Non proclami, ma ascolto; non giustificazioni, ma accompagnamento; non occultamento, ma trasparenza. Perché anche le debolezze e le stesse vocazioni interrotte fanno parte della storia della Chiesa, e raccontarle non indebolisce l’istituzione — possono, al contrario, renderla più consapevole e più vera. Nessuno spiega se e come un sacerdote esposto sia stato guidato, corretto, sostenuto. Nessuno dice quali strumenti siano stati introdotti prima che la rottura diventasse inevitabile. Il sistema si dichiara innocente per omissione. Le responsabilità, però, sono evidenti. La Chiesa chiede innovazione, ma non la sa governare. Invoca il linguaggio dei giovani, ma ne teme le conseguenze. Vuole preti moderni, ma solo finché restano controllabili. Appena qualcuno ha una voce propria, una visibilità non totalmente gestibile, scatta l’allarme.  

Continuerà, a tuo parere, questa emorragia fra i preti? 

Finché vescovi, curie e organismi continueranno a proteggere l’istituzione invece delle persone, a salvare la faccia invece delle vite, la Chiesa continuerà a perdere sacerdoti, credibilità, autorità morale e continuerà tuttavia a parlare di “discernimento”, “sofferenza”, “mistero”.