Ci sono edifici che smettono di essere utilizzati. E poi ci sono edifici che smettono di essere ascoltati.
A Gabicce Monte, nel cuore del borgo fortificato affacciato sull’Adriatico, la cosiddetta “Casa Rossa” — le ex Scuole elementari — è diventata il centro di una mobilitazione che ha superato i confini locali, raggiungendo le istituzioni regionali, il Ministero della Cultura e persino il Presidente della Repubblica. Non si tratta di nostalgia. Né di una semplice vertenza urbanistica. È una questione di identità.
L’edificio sorge appena oltre la porta del Castello, intra muros, nel punto in cui nei borghi medievali si concentravano le funzioni civiche più rilevanti. Non è una collocazione casuale. È una posizione di soglia: tra dentro e fuori, tra comunità e mondo, tra memoria e futuro.
Secondo la storica Maria Lucia De Nicolò, la più autorevole studiosa della storia gabiccese, l’edificio presenta un impianto tardo medievale, collocabile tra il Quattrocento e il primo Cinquecento, con stratificazioni successive fino all’età moderna. Non è dunque una semplice scuola novecentesca adattata alla bisogna, ma un organismo architettonico di lunga durata, uno di quegli edifici che nei centri castellani si trasformano senza mai perdere il proprio ruolo.
La documentazione notarile quattrocentesca attesta nel Castello la presenza di una “Scola Sancte Marie de Ligabitiis”, menzionata già nel 1467 come edificio confinante. Non è una suggestione romantica: è un dato archivistico. Gabicce possedeva già nel XV secolo istituzioni comunitarie strutturate. E la continuità civica dell’area d’ingresso del borgo è un fatto storico, non un’invenzione contemporanea.
Ma la forza di questo edificio non è solo nelle carte.
È nella pietra.
È nella torretta campanaria che per decenni ha scandito il tempo della scuola.
È nella lapide ai Caduti della Grande Guerra, collocata nel dicembre 1922 sulla facciata, atto pubblico di monumentalizzazione civica.
È nel cippo commemorativo del 2008 che ne rinnova la funzione memoriale.
È nelle fotografie. Nelle cartoline. Nelle immagini d’epoca conservate negli archivi locali, dove la scuola compare come uno dei pochi riferimenti visivi dominanti del paese. Ed è, soprattutto, nelle parole delle persone.
«La mia scuola elementare.»
«Ci andava mia madre.»
«Mio padre parlava spesso della sua scuola.»
Le testimonianze raccolte in questi mesi non sono dichiarazioni programmatiche. Sono memorie involontarie. La prova che quell’edificio non è stato mai percepito come un semplice contenitore didattico, ma come uno spazio fondativo dell’esperienza collettiva.
La mobilitazione nasce quando si affaccia l’ipotesi di una banalizzazione della struttura, di un utilizzo non coerente con la sua storia. È allora che un gruppo di cittadini, associazioni culturali e realtà della società civile si organizza. Nasce un dossier, vengono presentate relazioni, si chiede la Verifica dell’Interesse Culturale, si invoca il rispetto del Codice dei Beni Culturali.
Roberto Malini, storico e co-presidente di EveryOne Group, è tra i promotori dell’iniziativa, accanto al Comitato per la salvaguardia del borgo di Gabicce Monte e all’associazione Lupus in fabula. In una recente dichiarazione afferma:
«La storia del borgo di Gabicce è tanto lunga quanto affascinante. Ne ho parlato a lungo con la studiosa Maria Lucia De Nicolò e abbiamo concordato sulla notevole importanza culturale dell’edificio, in cui coesistono strutture del tardo medioevo e dei secoli successivi, fino ai nostri giorni. La sua collocazione entro le mura del castello, la presenza del campanile a torretta, la sua continuità secolare con un’istituzione scolastica locale ne fanno un vero monumento storico-architettonico, mentre il suo ruolo legato all’istruzione e alle istituzioni ne fanno un simbolo civile che la comunità sente ancora oggi e non a caso leva un coro di voci per dire no alla banalizzazione della struttura, che deve essere invece il “Museo delle Gabicce”.»
L’idea non è quella di cristallizzare il passato.
È quella di trasformarlo in infrastruttura culturale.
Qui entra in gioco un altro elemento decisivo. La storiografia più recente sugli edifici scolastici rurali — come dimostrato dagli studi pubblicati su riviste scientifiche specializzate — riconosce che le scuole, soprattutto nei piccoli centri, sono beni culturali per definizione: non solo per la loro architettura, ma per la funzione simbolica e civica che hanno svolto. La scuola rurale non era mai neutra. Era presidio dello Stato, architettura pubblica, elemento dominante del paesaggio comunitario. Se questo vale per edifici costruiti ex novo nel Novecento, a maggior ragione vale per un edificio che affonda le proprie radici nel tardo medioevo, dotato di campanile, lapidi pubbliche, stratificazioni murarie e collocazione strategica intra muros.
In questo senso, le ex Scuole di Gabicce non sono semplicemente tutelabili. Sono paradigmatiche.
Ora si attende l’incontro tra il Soprintendente e la Sindaca di Gabicce. Si attende l’esito del vincolo con destinazione culturale. Si attende che l’edificio venga riconosciuto per ciò che è: un nodo identitario, non un vuoto edilizio.
La battaglia non è contro qualcuno. È per qualcosa.
È per la possibilità che un piccolo borgo marchigiano continui a riconoscersi nella propria storia.
È per l’idea che la memoria non sia un ornamento, ma una struttura portante.
È per affermare che la modernità non deve significare cancellazione.
Se la decisione sarà quella di valorizzare l’edificio come Museo delle Gabicce o centro culturale rappresentativo, non sarà solo una scelta amministrativa. Sarà un gesto simbolico: la dichiarazione che un paese non è fatto soltanto di immobili, ma di continuità.
E che alcune case, anche quando smettono di essere scuole, continuano a insegnare.
Nella foto, la cartolina diffusa in questi giorni dalle organizzazioni di cittadini che si battono per il vincolo e la valorizzazione delle ex Scuole.
