di Davide Romano
Chiude la Hoepli, non per mancanza di libri ma di lettori: a Milano si spegne uno storico faro civile, nell’indifferenza di un Paese che ha scambiato la fretta per progresso. Ma la sua chiusura è solo la punta dell’iceberg di una crisi più profonda, quella di un’intera industria culturale che si sta disgregando sotto il peso delle concentrazioni editoriali, delle leggi di mercato brutali e dell’abbandono istituzionale.
Un sintomo che arriva tardi
La chiusura della Hoepli non è una notizia: è un sintomo. E come tutti i sintomi arriva tardi, quando la febbre è già salita da un pezzo e noi abbiamo fatto finta di niente. La Hoepli – quella vera, di via Ulrico Hoepli a Milano, con le sue scale, i suoi reparti ordinati come una biblioteca prussiana e l’odore di carta che sapeva di Europa – non era soltanto una libreria. Era un’istituzione laica. Fondata nel 1870 da un editore svizzero trapiantato sotto la Madonnina, aveva attraversato monarchie, guerre, fascismi, boom economici e riflussi ideologici senza mai perdere la sua identità: vendere libri seri a gente curiosa. Un mestiere semplice e rivoluzionario.
Ora chiude. O, per essere più precisi, abbassa le serrande in un’Italia che non le alza più per nessuno. Non è un fallimento improvviso, non è la scena melodrammatica di un libraio in lacrime che spegne la luce per l’ultima volta. È qualcosa di più sottile e più grave: è la resa silenziosa di un presidio culturale in un Paese che ha smesso di considerare la cultura un bene primario.
L’editoria italiana in ginocchio
Ma la Hoepli non cade da sola. Cade in un ecosistema editoriale già devastato da decenni di trasformazioni traumatiche. Dal 2010 a oggi, l’Italia ha perso oltre 2.500 librerie indipendenti. Non stiamo parlando di botteghe obsolete travolte dal progresso: stiamo parlando di presidi culturali che hanno resistito a guerre mondiali ma non hanno retto alla combinazione micidiale di recessione economica, concorrenza digitale e politiche culturali inesistenti.
I dati parlano chiaro. Il mercato editoriale italiano vale oggi circa 3 miliardi di euro, in calo costante dal 2008. Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a un crollo del 25% nelle vendite di libri cartacei, solo parzialmente compensato dall’ebook – che in Italia resta un fenomeno marginale, attestato intorno al 7-8% del mercato totale, contro il 20-25% di altri paesi europei. Gli italiani leggono sempre meno: secondo l’ISTAT, nel 2023 solo il 39% della popolazione ha letto almeno un libro nell’anno precedente, escludendo i testi scolastici. Siamo ultimi in Europa, dietro alla Grecia e al Portogallo.
E mentre i lettori scompaiono, il settore si concentra. La parola chiave degli ultimi vent’anni è stata “concentrazione”: fusioni, acquisizioni, incorporazioni. Mondadori, diventato un colosso attraverso l’acquisizione di Einaudi, Rizzoli, Sperling & Kupfer, controlla oggi quasi il 30% del mercato trade italiano. Feltrinelli ha assorbito le attività retail di RCS. GeMS – il gruppo controllato da DeAgostini – ha inglobato Garzanti, UTET, Adelphi (in parte) e decine di marchi minori. Tre gruppi controllano quasi il 70% del mercato italiano dei libri di narrativa e saggistica.
La dittatura del best seller
Cosa significa questa concentrazione per il lettore, per l’autore, per la cultura? Significa che l’editoria italiana ha smesso di essere un’industria culturale per diventare un’industria dello spettacolo. Gli editori dei grandi gruppi non pubblicano più libri: producono prodotti. I cataloghi sono costruiti intorno a pochi titoli “traino”, quelli che devono vendere decine di migliaia di copie per coprire i costi fissi della macchina distributiva. Il resto – la letteratura di qualità, la saggistica specializzata, la poesia, la traduzione di opere straniere non commerciali – sopravvive come complemento d’arredo.
Il risultato è una standardizzazione del gusto. Nelle vetrine delle librerie – quelle che resistono – si vedono sempre gli stessi volti: influencer che firmano romanzi scritti da altri, politici che raccontano la “loro” verità, sportivi che confessano traumi e trionfi. Le autobiografie di personaggi televisivi vendono più di Calvino. I libri di ricette di chef stellati occupano più spazio di Primo Levi. E quando un romanzo letterario riesce a emergere, è quasi sempre perché ha vinto un premio: il sistema si è talmente cristallizzato che senza l’imprimatur di una giuria autorevole, nemmeno i librai sanno più cosa proporre.
La concentrazione editoriale ha prodotto anche un’uniformità ideologica. I grandi gruppi, legati a holding finanziarie e imperi mediatici, privilegiano opere “sicure”: niente troppo critico, niente troppo sperimentale, niente che possa alienare segmenti di pubblico o turbare gli inserzionisti. L’editoria è diventata conservatrice per paura, non per convinzione. E la paura non genera mai cultura degna di questo nome.
I piccoli editori. Eroi in trincea
Di fronte ai giganti, resistono gli editori indipendenti. Adelphi, Sellerio, Neri Pozza, Iperborea, Nottetempo, Edizioni E/O, L’Orma: sono loro a tenere in piedi ciò che resta dell’editoria come missione culturale. Pubblicano autori stranieri sconosciuti che poi vincono i Nobel. Recuperano classici dimenticati. Scommettono su esordienti che scrivono in modo diverso. Ma lo fanno con bilanci risicati, tirature minime, distribuzione precaria.
Perché per un piccolo editore indipendente, pubblicare in Italia è diventato quasi impossibile. La distribuzione è controllata dai grandi gruppi: se non appartieni a una delle reti maggiori, finisci ai margini. Le librerie indipendenti che potrebbero valorizzare la tua produzione chiudono una dopo l’altra, sostituite da catene che espongono ciò che il marketing centrale decide. I costi di produzione – carta, stampa, logistica – sono schiaccianti per chi non ha economie di scala. E lo Stato? Lo Stato italiano finanzia la cultura con le briciole: il Fondo per l’editoria distribuisce meno di 50 milioni di euro all’anno per l’intero settore, mentre la Francia investe dieci volte tanto.
Il risultato è che gli editori indipendenti sopravvivono per ostinazione personale, non per sostenibilità economica. Sono editori-missionari, spesso precari loro stessi, che pubblicano per vocazione più che per profitto. Una situazione eroica e tragica al tempo stesso. Perché quando un editore indipendente chiude – e ne chiudono decine ogni anno, senza clamore mediatico – con lui se ne va un pezzo di biodiversità culturale. Ogni piccola casa editrice è un ecosistema: ha la sua linea, i suoi autori, il suo pubblico. Quando sparisce, quella nicchia muore. E l’uniformità avanza.
La distribuzione, il nodo che strozza
Se la concentrazione editoriale è il primo problema strutturale, la distribuzione è il secondo. In Italia, la catena distributiva è una giungla opaca dove si annidano inefficienze, ritardi, sprechi e rendite di posizione. Un libro che esce oggi in libreria arriverà al distributore tra 60 giorni, all’editore tra 90, e l’editore pagherà l’autore tra 180. Nel frattempo, il 30-35% delle copie tornerà indietro come reso. Un sistema folle che nessun altro settore merceologico tollererebbe.
I distributori – una decina di operatori che controllano quasi tutto il mercato – impongono condizioni leonine: sconti superiori al 50% sul prezzo di copertina, pagamenti dilazionati, diritto di reso illimitato. Per un editore piccolo, significa lavorare con margini sotto il 10% e cashflow negativo per mesi. Per una libreria indipendente, significa avere gli scaffali pieni di libri non pagati, con il rischio costante di trovarsi in magazzino titoli invendibili che dovrà restituire a proprie spese.
E poi c’è Amazon. La piattaforma digitale che ha cambiato tutto senza cambiare niente. Amazon non è solo un competitor: è un sistema parallelo che ha bypassato l’intera filiera tradizionale. Vende a sconti che nessuna libreria può replicare, consegna in 24 ore, offre reso gratuito, recensioni immediate. Per molti lettori, Amazon è diventato il luogo dove si comprano i libri, punto. Il risultato è che i grandi editori devono trattare con Amazon quasi alle sue condizioni – e Amazon prende un’altra fetta di margine già striminzito – mentre le librerie indipendenti competono con un gigante globale che non paga le tasse in Italia e non ha personale da formare, scaffali da allestire, affitti da pagare.
La colpa è anche nostra
Qualcuno dirà che è colpa di Amazon. È la risposta più comoda, e dunque la più gettonata. Amazon è il nuovo Attila: dove passa lui, non cresce più un segnalibro. Ma la verità è meno epica e più domestica. Amazon vende quello che noi chiediamo. E noi chiediamo velocità, sconti, consegna in ventiquattr’ore e la possibilità di restituire un romanzo come fosse una camicia che non ci dona. La Hoepli, invece, vendeva tempo. E il tempo, nell’epoca della fretta permanente, è un prodotto fuori mercato.
Entrare alla Hoepli significava esporsi al rischio dell’incontro. Si cercava un manuale di diritto amministrativo e si usciva con un trattato di astronomia. Si andava per un dizionario e si inciampava in un saggio di teologia o in un volume di ingegneria navale. Era una libreria che non ti blandiva: ti sfidava. Ti ricordava che l’ignoranza è vasta e che l’intelligenza richiede fatica. Oggi preferiamo che un algoritmo ci suggerisca “chi ha comprato questo ha comprato anche…”. È più rassicurante. L’algoritmo non ti giudica. Un buon libraio, invece, sì.
Ma c’è qualcosa di più profondo. La crisi dei lettori italiani non è solo una questione di pigrizia digitale. È una crisi educativa e sociale. Legge chi ha studiato bene e in famiglie dove si leggeva. Legge chi vive in città con biblioteche funzionanti e librerie accessibili. Legge chi ha tempo e soldi. Tutti gli altri – e sono milioni – sono tagliati fuori da un circuito che è diventato elitario non per snobismo, ma per abbandono. Lo Stato italiano spende per la cultura il 1,4% del PIL, contro il 2,2% della Francia e il 2% della Germania. Le biblioteche pubbliche sono cronicamente sottofinanziate. L’educazione alla lettura nelle scuole è affidata al volontariato degli insegnanti. E poi ci stupiamo se legge solo il 39% della popolazione.
Lo Stato assente
In questo disastro, lo Stato italiano brilla per assenza. Non c’è una politica industriale per l’editoria. Non c’è una strategia per sostenere le librerie indipendenti. Non c’è un piano serio per promuovere la lettura. C’è, al massimo, qualche bonus sporadico – il famoso 18App, che ha fatto vendere più PlayStation che romanzi – e qualche convegno ministeriale dove si celebra la bellezza del libro senza mai affrontare i nodi strutturali.
Altri Paesi hanno fatto scelte diverse. La Francia ha una legge sul prezzo fisso del libro che impedisce sconti selvaggi e protegge le librerie indipendenti. Ha un sistema di sovvenzioni pubbliche per editori e librai. Ha un limite agli affitti commerciali nei centri storici per evitare la gentrificazione. Ha biblioteche comunali aperte fino a tarda sera, gratuite, frequentatissime. L’Inghilterra ha un fondo pubblico che compra copie di libri di esordio per distribuirli alle biblioteche, garantendo agli editori una base di vendite minima. La Spagna ha esenzioni fiscali per chi apre librerie in aree periferiche. L’Italia ha i selfie davanti alla Scala e le luminarie di Natale in centro.
Il messaggio implicito è chiaro: la cultura è ornamento, non fondamento. È qualcosa per i weekend, per le serate al teatro, per le mostre quando viene il turista. Non è un investimento strategico. Non è infrastruttura civile. E infatti le librerie chiudono come chiudono gli ospedali nelle aree interne: per mancanza di sostenibilità economica in un contesto dove il pubblico si è ritirato e il privato non ce la fa da solo.
Le città vetrina
C’è poi la questione, tutta italiana, delle città trasformate in vetrine. Milano, che un tempo era capitale morale e officina editoriale, è diventata un centro commerciale con skyline. Le librerie indipendenti resistono come le botteghe degli artigiani: eroiche, ma circondate da affitti stellari e da un turismo mordi e fuggi che fotografa le facciate e ignora gli scaffali. La cultura non fa rumore, non produce code da selfie. E dunque non rende abbastanza.
Via Dante, via Torino, corso Buenos Aires: dove c’erano librerie storiche ora ci sono flagship store di catene internazionali. I proprietari degli immobili preferiscono affittare a marchi globali che garantiscono canoni sicuri e contratti lunghi. Una libreria indipendente, con i suoi margini risicati e la sua fragilità strutturale, è inquilino indesiderato. E così Milano, che aveva una tradizione editoriale seconda solo a Parigi, sta espellendo le sue librerie dai centri urbani. Quelle che sopravvivono si spostano in periferia, dove gli affitti sono sostenibili ma i clienti scarseggiano, o si rifugiano in spazi culturali ibridi – librerie-bar, librerie-laboratori – che sopravvivono grazie alla diversificazione delle entrate.
Lo stesso fenomeno si ripete a Roma, Torino, Bologna, Firenze. Le città turistiche si gentrificano, i centri storici diventano musei a cielo aperto, la vita culturale si sposta ai margini o scompare. E le amministrazioni comunali, quando non sono complici, sono impotenti. I regolamenti urbanistici che dovrebbero proteggere le attività culturali esistono sulla carta ma vengono sistematicamente aggirati. I fondi per sostenere i presidi culturali sono irrisori. Il messaggio è sempre lo stesso: arrangiatevi, e se non ce la fate, chiudete.
La fine di una borghesia
La chiusura della Hoepli è anche la sconfitta di una certa idea di borghesia. Quella che comprava enciclopedie a rate, che regalava libri per Natale invece di gift card, che considerava lo studio un investimento e non un fastidio. Quella borghesia aveva dei difetti, certo: era spesso conformista, pavida, ipocrita. Ma aveva anche una consapevolezza: la cultura costa fatica e tempo, e vale la pena investirci.
Oggi quella borghesia è in via di estinzione, sostituita da un ceto medio impaurito, precario, ossessionato dalla performance economica immediata. Si studia per trovare lavoro, non per capire il mondo. Si legge – se si legge – per svago, non per formazione. L’idea stessa di “investimento culturale” suona antiquata, quasi ridicola. A che serve leggere Proust quando puoi imparare l’inglese commerciale? A che serve studiare filosofia quando i posti sono nell’informatica? A che serve comprare libri quando puoi scaricarli gratis o, meglio ancora, guardare il riassunto su YouTube?
È una visione utilitaristica della cultura che ne nega la natura. Perché la cultura non è utile nello stesso senso in cui è utile un trapano o un foglio Excel. La cultura è utile come sono utili le fondamenta di una casa: non si vedono, ma senza di esse l’edificio crolla. Una società senza cultura solida produce cittadini disorientati, incapaci di pensiero critico, vulnerabili a qualsiasi manipolazione. E infatti è esattamente quello che sta succedendo. In un Paese che legge poco e male, trionfa la politica degli slogan, il giornalismo delle headline, il dibattito pubblico dei tweet incendiari.
Cosa sopravvivrà
Certo, sopravvivranno le piattaforme digitali, gli e-book, le audiocronache lette da voci suadenti. Sopravviveranno le classifiche dominate da influencer e autobiografie di celebrità effimere. Il mercato non tollera vuoti. Ma il mercato non garantisce qualità, garantisce domanda. E se la domanda è modesta, l’offerta si adegua. La Hoepli rappresentava l’ostinazione della qualità. Era una libreria che credeva ancora nel lettore come cittadino, non come cliente.
Forse la Hoepli riaprirà in altra forma, forse si reinventerà online, forse diventerà marchio e memoria. Il capitalismo è creativo quando vuole. Ma una libreria fisica, con i suoi scaffali e le sue polveri sottili di carta, non è replicabile in pixel. È un’esperienza civile prima ancora che commerciale. È un luogo dove la casualità conta più dell’algoritmo, dove il tempo si dilata invece di comprimersi, dove l’incontro umano – con un libraio, con un altro lettore, con un libro inaspettato – è ancora possibile.
Cosa perdiamo davvero
Non si tratta di nostalgia. La nostalgia è un sentimento pigro. Qui non si rimpiange un’epoca d’oro che forse non è mai esistita. Si constata un impoverimento. Quando chiude una libreria come la Hoepli, non perdiamo soltanto un negozio: perdiamo un luogo di orientamento. Un faro. E in un Paese che naviga a vista, spegnere un faro non è mai una buona idea.
Perdiamo anche qualcosa di più sottile: perdiamo la possibilità dell’inaspettato. In un ecosistema editoriale dominato da algoritmi e best seller, la scoperta casuale è quasi impossibile. Gli algoritmi ti propongono ciò che hai già dimostrato di gradire. Le classifiche ti mostrano ciò che tutti stanno leggendo. I social ti bombardano con i libri di cui tutti parlano. Il risultato è un’omologazione del gusto, una bolla culturale dove ognuno legge (se legge) solo ciò che conferma le proprie preferenze. Una libreria come la Hoepli era l’antitesi di questo: un luogo caotico, imprevedibile, dove potevi imbatterti in qualcosa che non sapevi di cercare e che poteva cambiarti la vita.
Perdiamo, infine, un pezzo di memoria collettiva. La Hoepli non era solo un negozio: era un archivio vivente della cultura italiana ed europea. Generazioni di studenti, professionisti, intellettuali, curiosi avevano attraversato quelle scale. Lì si erano formati ingegneri, medici, architetti, scrittori. Lì erano nati amori, vocazioni, progetti. Quando una libreria così chiude, chiude un secolo e mezzo di storie individuali e collettive. E quelle storie non sono trasferibili online, non sono archiviabili in cloud. Esistevano nello spazio fisico, nell’esperienza condivisa, nella materialità della carta e del legno.
Le finte soluzioni
Qualcuno proverà a organizzare una petizione. Altri scriveranno post indignati sui social – magari proprio mentre aspettano il corriere con l’ennesimo pacco ordinato online. È il nostro sport nazionale: piangere sulle rovine che abbiamo contribuito a creare. Poi passerà anche questa, come passano tutte le notizie che non riguardano il campionato o l’ultima polemica televisiva.
Ma le petizioni non servono a niente. Non servono gli appelli, i manifesti, i convegni di intellettuali preoccupati. Servirebbero politiche strutturali: leggi sul prezzo fisso del libro, fondi seri per l’editoria indipendente, vincoli urbanistici a protezione delle librerie, investimenti massicci in biblioteche e promozione della lettura, educazione scolastica seria e non episodica. Servirebbero scelte difficili, che costano soldi e consenso. E siccome nessuno vuole pagare il prezzo politico di queste scelte, ci limitiamo ai gesti simbolici.
Il problema è che i gesti simbolici non salvano le librerie. Non salvano l’editoria. Non salvano la cultura. Salvano la coscienza di chi li compie, che può continuare a sentirsi dalla parte giusta mentre il sistema che ha contribuito a creare continua a funzionare come prima. Compriamo su Amazon, condividiamo l’ennesimo post di sdegno per la chiusura di una libreria, ci sentiamo a posto. E domani sarà la volta di un’altra libreria, di un altro editore, di un altro pezzo di civiltà che se ne va.
Un pezzo di coscienza civile che si assottiglia
Eppure la chiusura della Hoepli dovrebbe inquietarci più di quanto faccia. Perché misura la temperatura culturale del Paese. Un Paese che legge poco, investe poco in istruzione, considera la cultura un ornamento e non un fondamento, finisce per trovarsi senza librerie e senza idee. E quando mancano le idee, restano solo gli slogan.
La serranda che si abbassa in via Hoepli non è un gesto teatrale. È un rumore secco, quasi burocratico. Ma dentro quel rumore c’è un secolo e mezzo di storia editoriale italiana. C’è l’eco delle generazioni che hanno studiato su quei testi, che hanno preparato esami, costruito carriere, alimentato passioni. C’è un pezzo di Milano che se ne va in silenzio, senza cortei né fanfare. E c’è il segnale inequivocabile che l’editoria italiana, così come l’abbiamo conosciuta, sta morendo.
Non sta morendo per cause naturali. Sta morendo perché l’abbiamo abbandonata. Perché abbiamo preferito la comodità alla curiosità, la velocità alla profondità, il risparmio alla qualità. Perché le istituzioni hanno scelto di non scegliere, lasciando che il mercato decidesse tutto. E il mercato, come sempre, ha deciso secondo logiche di profitto immediate, non di valore culturale a lungo termine.
Non è la Hoepli che chiude, siamo noi che ci chiudiamo. Chiudiamo la curiosità, la pazienza, la voglia di approfondire. E mentre le serrande scendono, continuiamo a dirci che va tutto bene, che è il progresso, che il mondo cambia.
Il mondo cambia, sì. Ma non sempre migliora. E quando una libreria storica abbassa la saracinesca, quando un’industria editoriale si disgrega, quando un Paese smette di leggere, non è solo un esercizio che fallisce. È un pezzo di coscienza civile che si assottiglia. Milano perderà un indirizzo. L’Italia perderà un simbolo. E noi perderemo un’altra occasione per accorgercene in tempo.
Ma forse – e questa è la speranza più flebile – questa chiusura potrà essere l’ultima campanella d’allarme prima del punto di non ritorno. Forse la scomparsa della Hoepli, con tutto il suo peso simbolico, potrà finalmente costringere qualcuno a fare i conti con la realtà: senza libri non c’è cultura, senza cultura non c’è cittadinanza, senza cittadinanza non c’è democrazia. E quando la democrazia si svuota, rimangono solo le rovine. Come quelle di una libreria che un tempo fu grande.
