Rigore ed equilibrio, Autorevolezza e Umanità questa la bussola per il futuro…
Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana.
Giovanni Falcone

L’avv. Giovanna Francesca Russo ricopre la carica di Garante regionale dal 21 gennaio 2025. Ricercatore, avvocato esperto nel settore dei Diritti Umani, delle tutele, garanzie e monitoraggio dei diritti delle persone. Esperto in gestione dei conflitti, delle politiche internazionali ed europee. Garante Regionale della Calabria per i diritti dei privati della libertà personale, già Garante per i Diritti delle Persone Private della Libertà Personale del Comune di Reggio Calabria, e Garante per i Diritti Umani del comune di Palmi. Docente a contratto presso la Dimitrie Cantemir University di Târgu-Mureș. Esperto in procedure di De-escalation impegnata nel settore dei diritti umani in Italia e all’Estero, mediatore penale e penale minorile, mediatore scolastico, referente responsabile della Federazione Italiana Diritti Umani (FIDU) per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e Referente Calabria, Vicepresidente Nazionale. Autrice di pubblicazioni scientifiche e relatrice in convegni su diritti umani, diritto penitenziario e criminalità organizzata, ha ricevuto riconoscimenti nazionali e internazionali per il suo impegno nel settore. Collabora con enti pubblici e privati per la progettazione e rendicontazione di interventi nell’ambito della formazione e della realizzazione di programmi di formazione. Cattolica, impegnata nel mondo del volontariato, dedica la sua attività professionale alla tutela delle persone più deboli, con particolare attenzione ai temi della giustizia giusta, dell’inclusione e dello sviluppo umano integrale.

Avvocato Russo, ricopre in Calabria l’incarico di Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale dal gennaio 2025. Dodici mesi dopo che bilancio possiamo tracciare?
È stato un anno complesso, perché avviare un Ufficio coerente alle realtà delle altre regioni per rendere operativa un’Autorità regionale come quella del Garante dei diritti dei privati della libertà personale richiede tempo, struttura e continuità. Ne parleremo meglio nella relazione annuale. Personalmente ritengo che la figura del Garante, inoltre, sia ancora in fase di consolidamento anche sul piano della percezione istituzionale/pubblica: non è una funzione di mera rappresentanza, ma un presidio istituzionale e tecnico di monitoraggio e controllo. Il termometro di diritti, tutele, legalità e condizioni in cui vive la persona nella privazione della libertà personale. In dodici mesi ho incontrato le difficoltà tipiche dei sistemi organizzativi complessi, che in Calabria sono amplificate dalla complessità territoriale, ma che ho potuto affrontare grazie a una solida rete di supporto nelle istituzioni del mondo della giustizia e delle forze dell’ordine tutte che ringrazio. Ho visto anche due realtà convivere ogni giorno: da un lato la professionalità e il senso dello Stato di molte donne e uomini del settore penitenziario; dall’altro una sofferenza strutturale che non può essere ridotta a ‘emergenza’. Chiamarla emergenza rischia di farci perdere la dimensione storica e sistemica del problema, ma soprattutto svia dal passo successivo la riorganizzazione che crea welfare penitenziario.
Il bilancio è fatto di ascolto, visite, segnalazioni e interlocuzioni costanti con Direzioni, Polizia penitenziaria, Sanità, Magistratura, Procure, Avvocatura, Chiesa, Volontariato. Fondamentali i rapporti con i vertici dell’Amministrazione penitenziaria e gli organi di governo e l’Autorità nazionale. Basilare la collaborazione con i colleghi regionali che ringrazio per il loro infaticabile operato. Il dialogo e il confronto sono la bussola. Ho provato a portare un metodo: presenza, misurazione delle criticità, dialogo costruttivo, interventi puntuali e equilibrio nei rapporti istituzionali. La linea resta ferma: diritti e sicurezza non sono alternative. Un carcere che garantisce dignità, norme certe e percorsi reali riduce conflitti, aggressioni, traffici, radicalizzazioni, criminalità e recidiva. E questo significa più sicurezza per tutti, dentro e fuori le mura.

Sovraffollamento e condizioni igienico-sanitarie estranee a un Paese civile. Come si rimedia? Che bisogna fare per rimettere ordine negli istituti di pena?
Serve agire su due piani: quello dell’immediato e strutturale. Il sovraffollamento è oggettivamente un moltiplicatore di problemi: peggiora igiene, salute, tensioni, sicurezza interna e condizioni di lavoro degli operatori. E se non c’è consapevolezza di cosa sia il carcere e della sua funzione costituzionale, si interviene sempre in modo frammentario.
Nell’immediato occorrono priorità concrete: presa in carico sanitaria reale e continuativa (cronicità, dipendenze, salute mentale), protocolli operativi per prevenire autolesionismo e suicidi, standard minimi garantiti ogni giorno (pulizia, docce, acqua calda, kit igiene, disinfestazioni, biancheria, spazi dignitosi), e manutenzione rapida e programmata di celle, impianti e aree comuni.
Sul piano strutturale serve invece potenziare lavoro, scuola e formazione professionalizzante, negli ultimi dodici mesi in Calabria abbiamo fatto un lavoro importante penso al protocollo di reinserimento lavorativo siglato a Reggio. Urge rafforzare strumenti contro traffici illeciti (cellulari e droga); rendere stabile il trattamento rieducativo; e ridurre il sovraffollamento attraverso misure alternative e percorsi territoriali credibili, di presa in carico delle vulnerabilità, soprattutto per dipendenze e fragilità psichiche. Quando questo equilibrio manca, il carcere diventa un luogo che produce ulteriore illegalità e criminalità.

Aiutare chi ha bisogno: quando è nata in lei questa mission? Come è stato il suo impatto con l’umanità che popola gli istituti di pena? Che cosa significa indossare la toga?
È nata prima dell’incarico, nel lavoro e nelle storie incontrate. Nella formazione ricevuta. Ho sempre avuto chiaro che la fragilità non è una colpa e che uno Stato si giudica anche da come tratta chi è più esposto e chi ha meno voce.
L’impatto con il carcere non è mai neutro: impone di tenere insieme due parole che spesso vengono separate, responsabilità e dignità. Dentro ci sono persone colpevoli di reati, certo, ma anche presunti innocenti, malati, dipendenti, persone fragili, povere, straniere, con legami familiari spezzati. E ci sono operatori che reggono un carico enorme e poi tornano nelle loro case.
Indossare la toga, significa ricordare ogni giorno a sé stessi che la legalità non è un’etichetta: è il privilegio di poter esercitare una disciplina quotidiana, l’esercizio della giustizia con equilibrio e senso del dovere. Significa tutelare diritti senza sconti, ma anche pretendere doveri e norme chiare rispettate da tutti. In carcere la toga richiama la dimensione etica del diritto: bilanciamento, prevenzione degli abusi, rispetto della legge per chiunque.
Dal suo punto di vista le priorità più urgenti?
Le priorità sono chiare e le sintetizzerei per punti anche al fine di rendere più comprensibili al lettore le nostre urgenze:
– Sanità penitenziaria e salute mentale: presa in carico vera, integrazione col territorio, continuità terapeutica, dipendenze.
– Prevenzione suicidi e autolesionismo: protocolli operativi chiari, équipe multidisciplinari, osservazione dinamica, formazione e spazi dignitosi.
– Legalità e antimafia penitenziaria: contrasto ai traffici e alle pressioni criminali, tutela di chi vuole sottrarsi alle dinamiche di dominio.
– Lavoro e formazione: senza opportunità, il carcere diventa attesa e l’attesa produce tensione e recidiva.
Il carcere non può essere un “fuori campo” della Repubblica: è Stato, ed è Stato ogni giorno.
– Risorse e organizzazione dell’Ufficio del Garante: strumenti, procedure, digitalizzazione e trasparenza; senza mezzi, i diritti restano dichiarazioni e in Calabria non possiamo e non vogliamo permettercelo. Bisogna sempre scegliere da che parte stare.

Non è un paradosso che il problema suicidi in cella sia quasi normalizzato? A ogni vicenda si assiste a un balletto di responsabilità…
Per la mia personale esperienza io non parlerei di normalizzazione: nelle interlocuzioni istituzionali, dietro ogni fatto grave e complesso come anche i suicidi, è chiaro a tutti che anche un solo suicidio è una sconfitta collettiva. Il problema, piuttosto, è il rischio di assuefazione al dolore: in uno Stato di diritto è un segnale grave. Dopo ogni morte spesso il rischio è che parte un rimpallo di responsabilità. E qui il pericolo è doppio: si scarica tutto sul singolo operatore – che già lavora in condizioni difficili – e si perde di vista che il suicidio in carcere è sì prevedibile e prevenibile se esistono strumenti, personale, protocolli e continuità assistenziale, ma la storia ci insegna che ci sono stati casi che non facevano presagire l’evento suicidario.
La responsabilità non è quindi una caccia al colpevole: è una catena di doveri. Prevenzione significa valutazione del rischio, osservazione dinamica, accesso tempestivo alla salute mentale, gestione delle dipendenze, contatti familiari, tutela nei momenti di frattura (ingresso, trasferimenti, udienze, lutti, isolamento, provvedimenti disciplinari), ambienti dignitosi, analisi e ricerca scientifica multidisciplinare. Non basta commuoversi: serve un patto operativo con risultati misurabili.

Ho sempre pensato che scrivere sia il modo, che ci è dato, di realizzare, in qualche modo, quel bisogno umano inappagato di volare. Di liberarci, da una cella come dai mille pesi e limiti delle nostre realtà, e dare voce all’animo, quella parte di noi troppo stretta nel corpo e nella vita… La prigione non è solo per loro, perché ristretti, in queste condizioni; tutti, proprio tutti, se ci pensiamo, siamo un po’ sperduti in isole deserte, nomadi, col bisogno di scrivere aiuto o qualsiasi pensiero e comunicarlo, pur anco in bottiglia, o più banalmente per pochi secondi e pochi intimi sui palcoscenici social, oggi concessi come gioco, sfogo illusione. Questa suggestione del carcere quanto è vicina alla realtà?
È molto vicina. La detenzione restringe lo spazio, ma soprattutto restringe il tempo e l’identità. Per questo scrivere – lettere, diari, poesie, appunti – spesso diventa un modo per restare umani, riordinare i pensieri, chiedere aiuto senza saperlo dire.
La società produce solitudini anche fuori, ma dentro le mura la solitudine è amplificata e il futuro può spegnersi rapidamente. La differenza è che fuori si possono cercare vie d’uscita; dentro, se mancano lavoro, scuola, cura e relazioni significative, quella tensione rischia di diventare disperazione. Per questo laboratori di scrittura, lettura, teatro e scuola non sono ornamento: sono trattamento, prevenzione e sicurezza. È rieducazione nel senso più serio della Costituzione.

Per raccontarla, la mafia, ho vissuto decenni della mia vita in aula, a fronte dei mafiosi, pur ristretti nelle gabbie. E ho letto in tanti volti, fra le gabbie, un pentimento non dichiarato e non dichiarabile, la delusione, il dolore, il pagare e non avere altra via che pagare, l’errore e colpa di essere entrati nel mortale ingranaggio della mafia. L’essere rimasti coinvolti, per scelta sì ma anche per ambiente luogo situazioni e destino, in una macchina infernale che li ha portati a distruggere tante vite ma anche la loro. Quante di queste storie vedranno mai una luce in fondo al tunnel? La voglia di riscatto è così impossibile per un detenuto?
No, il riscatto non è impossibile. È difficile, soprattutto quando la criminalità organizzata è ambiente, linguaggio e appartenenza. Ma proprio per questo è necessario renderlo concretamente praticabile dimostrando che lo Stato c’è e che siamo qui per offrire un’alternativa.
Io vedo persone che non vogliono cambiare e persone che cambierebbero se avessero una scelta diversa e credibile dalla quale ripartire. La ‘luce’ non è retorica: è fatta di tappe verificabili — studio, lavoro, misure alternative, comunità, tutoraggio, sostegno alle famiglie, giustizia riparativa quando possibile, protezione dalle pressioni. Anche questo è depotenziare le mafie partendo dal carcere.
Per alcuni riscatti significa recidere legami, non tornare nello stesso contesto, sottrarsi a dinamiche familiari e sociali oppressive. Non si ottiene esclusivamente con appelli morali: serve un’alternativa sociale e lavorativa più competitiva delle mafie. Un carcere che funziona non giustifica il reato: impedisce che si ripeta.

La vita di un avvocato può essere sintetizzata in un’immagine: il codice. Il diritto di libertà, i diritti sociali e i diritti politici. Quello della ricerca degli ideali è il più pericoloso: devi raggiungere luoghi inesplorati, originali… Quanto ha contato l’ambizione nel suo percorso? Può raccontarci qualche storia senza ovviamente violare la privacy?
L’ambizione, intesa come carriera, conta poco. Conta la tenacia e l’idea che il diritto debba essere una protezione concreta, non un linguaggio per pochi, ma universale.
Senza entrare in dettagli identificativi, ho visto persone che in carcere hanno incontrato per la prima volta la scuola come svolta reale: imparare a scrivere una richiesta, comprendere un provvedimento, sostenere un colloquio con consapevolezza. È un passaggio decisivo: da oggetto a soggetto.
E ho visto operatori che non si ‘abituano’ alla sofferenza: segnalano, insistono, costruiscono rete per far prendere in carico le fragilità. Non sempre si riesce, ma quella professionalità silenziosa è lo Stato nella sua forma migliore. Più che ambizione, direi responsabilità condivisa: pesa, ma dà senso. In Calabria fatichiamo perché alcuni personalismi rischiano di vanificare invece il lavoro di chi vuole fare squadra e lasciare una testimonianza credente e credibile in un settore oggettivamente molto complesso.

Come si riesce a restare immuni nonostante quello che si vede?
Non si resta immuni, e forse non sarebbe nemmeno sano. L’immunità può diventare indifferenza. Serve equilibrio: essere equidistanti, ma non rinunciare alla tutela della dignità.
Io mi affido a tre ancore: la fede, che dà senso a tutte le cose; il metodo, che trasforma l’emozione in azione; e un asettico ascolto, per non assorbire tutto e per rispettare ruoli e limiti. La rete istituzionale funziona solo così. E poi, ma non per ultima c’è l’umiltà: prestare attenzione alla persona soprattutto a chi regge il peso quotidiano. Il carcere è dolore, ma anche resilienza civile. Servono discernimento e presenza. Serve studiare e aggiornarsi tanto su più discipline, ma soprattutto, il carcere per conoscerlo devi viverlo.
Non si resta immuni e se vivi in Calabria, se vivi a Reggio Calabria la vita ti cambia, ma è un fattore che devi mettere in conto se vuoi occuparti con serietà di tematiche così complesse. Paolo Borsellino diceva: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Ecco il vero amore, quello disinteressato anche se costa fatica, spera nel cambiamento. I giovani sono la Speranza, ma noi siamo artefici, nel qui ed ora del mondo che stiamo consegnando loro.
Come è nata l’idea in lei di dare vita una cultura dell’antimafia penitenziaria? Non crede sia scomodo e rischioso? Che benefici può portare?
È nata dall’osservazione concreta del contesto carcerario, supportato dallo studio dei metodi di Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa. Un dato è evidente: la mafia non si ferma ai cancelli. Entra come linguaggio, gerarchia, intimidazioni silenziose, reclutamento, traffici, controllo delle relazioni e continuità di potere.
È scomodo parlarne? Sì. Può essere rischioso? Assolutamente si, perché mette in discussione abitudini, zone grigie, rassegnazione e talvolta interessi. Ma lo Stato non può scegliere la comodità: antimafia penitenziaria significa tenuta democratica, non è un tema accessorio.
La tutela sta nel metodo: non una crociata individuale, ma un lavoro istituzionale, tracciabile, condiviso, con alleanze corrette e responsabilità distribuite. È questa la direzione.
I benefici sono concreti: più sicurezza dentro e fuori; carceri più governabili e meno violente; tutela dei detenuti fragili e di chi vuole dissociarsi dal contesto criminale; maggiore protezione per Polizia penitenziaria e operatori; trattamento reale attraverso lavoro e formazione; e credibilità istituzionale della Calabria, capace di costruire un modello serio e replicabile.
In sintesi: meno illegalità, più sicurezza, più dignità, più reinserimento. Una pena più coerente con la Costituzione.



