MOHRE: MANICHE LUNGHE E PILE COVO DI PATOGENI

‘Nudi sotto i gomiti’ è l’indicazione adottata in paesi come la Gran Bretagna per la riduzione del rischio delle infezioni ospedaliere…

In principio fu lo stetoscopio, comunemente colonizzato dal temibile Stafilococco aureo [1] e poi toccò alla cravatta dei medici che, non venendo lavata di frequente, era un parco giochi per batteri e altri agenti patogeni (la British Medical Association ne parla dai primi anni 2000).

Indumento dopo indumento oggi l’attenzione è caduta sulle maniche lunghe dell’abbigliamento di medici e infermieri con un focus sui materiali più ‘attraenti’ per i patogeni [2].

Una minaccia potrebbe nascondersi proprio sotto i nostri occhi, o meglio, sulle maniche di medici, infermieri e operatori sanitari. Un recente studio pubblicato a gennaio 2026 [3] ha rivelato che le maniche lunghe degli indumenti degli operatori sanitari sono spesso contaminate da batteri, alcuni dei quali potenzialmente pericolosi. Una scoperta che potrebbe portare a ripensare le divise ospedaliere e le pratiche igieniche nei reparti.

L’indagine: oltre 8 maniche su 10 contaminate

La ricerca, condotta dalla dottoressa Maria F. Sanes Guevara e colleghi presso l’UPMC Presbyterian di Pittsburgh, ha analizzato 280 campioni prelevati dalle maniche degli operatori sanitari in diversi reparti ospedalieri. I risultati: l’81% delle maniche lunghe esaminate presentava crescita batterica, mentre il 21% ospitava almeno un patogeno potenzialmente dannoso.

“Un semplice gesto come rimboccarsi le maniche potrebbe fare la differenza nella lotta contro le infezioni nosocomiali, si tratta di una strategia semplice e a basso costo che potrebbe diminuire il carico di infezioni evitabili. Anche orologi e anelli possono diventare un ricettacolo di batteri, ragion per cui è opportuno rimuoverli in contesti di cura e rafforzare il lavaggio e la disinfezione delle mani. Alcune operazioni invece andrebbero eseguite con camici monouso con allacciatura posteriore, mascherine e uso di guanti. Ovviamente i presidi devono essere adeguati alle specificità del reparto, specialmente in funzione delle fragilità presenti” sottolinea il Dottor Fabio Beatrice, a capo del Board Scientifico del MOHRE e Primario Emerito a Torino.

Tra i microrganismi identificati figurano streptococchi alfa-emolitici (rilevati in 28 casi), diverse specie di Bacillus (20 casi), specie Pantoea e Mixta (8 casi), bacilli gram-negativi (6 casi) e, in due casi, lo Staphylococcus aureus, un batterio noto per la sua capacità di causare infezioni anche gravi.

Non tutti i tessuti sono uguali

L’indagine ha messo in luce differenze significative tra i vari materiali. Il pile si è rivelato il tessuto più “ospitale” per i batteri: oltre il 41% delle maniche realizzate in questo materiale ha mostrato la presenza di almeno un patogeno potenziale. I tessuti sintetici non in pile hanno registrato una contaminazione del 32,8%, mentre il cotone si è dimostrato leggermente più sicuro con il 24,1% di contaminazione.

Un altro dato interessante riguarda la distribuzione della contaminazione tra i vari reparti: il 69,6% delle maniche campionate nei reparti ordinari presentava crescita batterica, contro il 30,4% di quelle nelle unità di terapia intensiva, dove presumibilmente le misure di controllo delle infezioni sono più rigide.

La riduzione della contaminazione potrebbe essere ottenuta con un gesto semplicissimo: arrotolare le maniche ed espandere l’igiene delle mani, andando sino ai polsi. I ricercatori hanno precisato che lo studio non ha trovato prove dirette di trasmissione dai vestiti degli operatori ai pazienti. Tuttavia, hanno anche notato che “persino gli indumenti appena lavati diventano sostanzialmente contaminati entro poche ore dall’uso”, un dato che solleva interrogativi sull’efficacia delle sole pratiche di lavaggio.

Nel Regno Unito esiste già da tempo una politica chiamata “bare below the elbows” (scoperti sotto i gomiti), che incoraggia gli operatori sanitari a non indossare maniche lunghe. La Society for Healthcare Epidemiology of America ha sostenuto questa politica per oltre un decennio, ma negli Stati Uniti non è obbligatoria e le regole sull’abbigliamento dipendono dalle preferenze dei singoli ospedali.