Dalle strade alle nuvole: una nuova ricerca svela l’entità colossale dell’inquinamento atmosferico da polimeri. Non è più solo un problema di oceani, è nell’aria che respiriamo.
Mentre per decenni l’attenzione globale si è concentrata sulle “isole di plastica” negli oceani, una minaccia più sottile e pervasiva stava prendendo quota, letteralmente. Una nuova stima shock che sta circolando nei corridoi della comunità scientifica all’inizio di questo 2026, rivela che le fonti terrestri emettono ogni anno nell’atmosfera 600 quadrilioni di pezzi di microplastica.
Per visualizzare questa cifra, immaginate di contare ogni singola stella dell’universo osservabile: il numero di frammenti di plastica che fluttuano sopra le nostre teste è migliaia di volte superiore.
Contrariamente a quanto si potesse pensare, il principale colpevole non è il sacchetto della spesa abbandonato nel parco. Il “motore” di questa invasione invisibile è il traffico stradale. La ricerca è stata pubblicata dalla rivista scientifica Nature. Quando freniamo, acceleriamo o semplicemente percorriamo un chilometro, l’attrito tra lo pneumatico e l’asfalto rilascia una pioggia di particelle sintetiche. Queste particelle, pesanti quanto basta per restare a terra ma abbastanza piccole da essere sollevate dalle correnti d’aria, creano quello che gli esperti chiamano “l’effetto aerosol plastico”.
L’aspetto più inquietante della ricerca è la capacità di trasporto di questi frammenti. Una volta immessi nell’atmosfera, i 600 quadrilioni di pezzi diventano parte integrante del sistema meteorologico:
* con la nucleazione delle nuvole: le microplastiche agiscono come “semi” attorno ai quali si formano le gocce di pioggia e i cristalli di ghiaccio.
* con la pioggia polimerica: studi condotti in aree remote, dalle vette dell’Himalaya ai ghiacciai antartici, confermano che la plastica sta letteralmente piovendo dal cielo, contaminando ecosistemi che l’uomo non ha mai calpestato.
Il rischio non è solo ambientale, ma sanitario. Le particelle più piccole, i cosiddetti nanoplastici, sono in grado di superare la barriera polmonare e immettersi nel flusso sanguigno. Sebbene la ricerca medica stia ancora cercando di mappare gli effetti a lungo termine, i primi dati suggeriscono una correlazione tra l’inalazione di queste fibre e un aumento delle infiammazioni croniche.
“Non possiamo più limitarci a pulire le spiagge”, avvertono gli esperti. La soluzione richiede una rivoluzione nel settore dei trasporti e dell’industria tessile. Se non ridurremo l’abrasione degli pneumatici e la dispersione di fibre sintetiche dai nostri capi d’abbigliamento, la “nuvola di plastica” globale continuerà a crescere, rendendo l’aria stessa un veicolo di inquinamento permanente.
L’epoca della plastica non è finita; è semplicemente diventata invisibile, sospesa sopra di noi, in attesa della prossima pioggia.
Primo Mastrantoni, presidente Comitato tecnico-scientifico di Aduc
