Fake news: da neologismo a fenomeno globale

Ai nostri giorni, il termine fake news ha valicato ogni confine spazio-temporale, tanto che il Collins Dictionary lo ha definito, nel 2017, “espressione dell’anno”. Il fenomeno è in continua crescita e basta avviare una ricerca su Google Trends per confermarlo: dall’ottobre 2016, le interrogazioni sul motore di ricerca con il termine fake news sono diventate ricorrenti, per poi aumentare esponenzialmente nel mese seguente e attestarsi su livelli elevati sino a oggi. 

L’Eurispes si è occupato dell’argomento con uno studio intitolato “Fake News. Origini, evoluzione e contrasto del fenomeno”, con l’obiettivo di proporre un “quadro di situazione” complessivo sul tema sia su un piano normativo-sostanziale sia su quello empirico-fattuale, cercando di far luce su fenomeni che risultano ancora in fase di piena definizione sul piano normativo e di cui gli addetti ai lavori, soprattutto dei Paesi occidentali, iniziano ad essere consapevoli, ma che ancora ricevono una scarsa e inadeguata attenzione mediatica.

La deliberata creazione e diffusione di informazioni false (la c.d. disinformazione) e la condivisione involontaria di informazioni false (la c.d. “misinformazione”), ha varcato i nostri confini, quelli del marketing politico e della propaganda, venendo condivise e commentate forse più delle notizie pubblicate online dai media tradizionali, diffondendosi come un virus sulle notizie senza verificarle. La paura è una componente essenziale del processo di creazione e diffusione delle fake news. Per usare le parole di Maria Vella: «Il più delle volte è difficile, se non impossibile, conoscere gli autori delle fake news, a maggior ragione nell’età dei social. […] Ma, a prescindere dal fatto che Facebook e gli altri media siano un acceleratore formidabile, il punto di partenza rimane quello che, tendenzialmente, si crede a ciò in cui già prima si voleva credere».

Anatomia della fake news: forme, strategie e finalità

Secondo uno studio della Sapienza Università di Roma, attualmente possiamo descrivere sei tipologie prevalenti di fake news:

  • Disinformazione. Basata su notizie false create di proposito per sviare l’avversario.
  • Propaganda. L’informazione viene predisposta strategicamente per sostenere un’idea e conquistare il pubblico con l’obiettivo di raggiungere prima il cuore che la mente delle persone.
  • Informazione di parte (c.d. partisanship). Informazioni non necessariamente false, ma sicuramente di parte, presentate in modo da difendere interessi o portare avanti punti di vista di determinati settori e gruppi di interesse.
  • Errori giornalistici. In questo caso la fake news è legata a errori umani. Il giornalista verifica le fonti, ma le fonti possono “mentire” o essere poco affidabili.
  • Satira/parodia e burla (c.d. hoax). La satira e la burla sono falsità divertenti, create per far ridere. Sono sempre notizie false, anche se in questi due casi lo scopo è solo la parodia o la critica del sistema.
  • Teorie cospirazioniste. Si tratta di narrazioni che, per quanto non veritiere, sono suscettibili di condizionare il modo in cui gli individui si rapportano alla realtà e le loro scelte politiche.

Fake news come strumento di propaganda: il 40% delle notizie politiche è falso

In àmbito politico, le fake news possono essere impiegate come strumento di propaganda, ovvero per gettare discredito sulla parte avversa con l’obiettivo di minare la reputazione di determinate figure politiche, partiti o Istituzioni. È significativo rilevare come circa il 40% delle notizie relative alla politica, reperibili su qualsiasi fonte di informazione disponibile sia, in buona sostanza, falso o riporti informazioni non del tutto fedeli e corrette. Negli ultimi due anni, sono cresciute le false informazioni relative ad argomenti di economia, scienza e tecnologia; stabile, invece, il livello di fake news relativo al fenomeno dell’immigrazione e al tema dell’ambiente, climate change ecc[1]La “fabbricazione” su scala industriale e la conseguente diffusione di storie false possono erodere la fiducia della pubblica opinione nei confronti delle fonti informative legittime e delle Istituzioni, creando un clima di scetticismo diffuso e generalizzato, che può favorire l’adesione di una parte della società, non particolarmente alfabetizzata e istruita per discernere il falso dal vero, a teorie cospirative e a visioni del tutto distorte della realtà (basti pensare ai c.d. “terrapiattisti”, alle “teorie” sul 5G, sui campi magnetici, ecc.).

Ma quali sono i social che contribuiscono maggiormente alla diffusione di notizie false e disinformazione? I social del gruppo Meta (Facebook e WhatsApp) giocano un ruolo notevolissimo in tal senso, rispettivamente con il 32% e il 28% di fake news diffuse nel 2024. Seguono YouTube (18%)Telegram (8%)Linkedin (8%)[2].

Fake news e social media: l’ecosistema ideale

La percentuale della popolazione che si informa tramite le piattaforme social è fornita direttamente dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Per citare alcuni dei dati più rilevanti, nel 2025 il 43,4% della popolazione ha cliccato sul link di una notiziail 40,7% ha messo un like ad una notizia; 16,9% ha commentato e il 14,6% ha condivisopostato, twittato il link di una notizia. È evidente, dunque, come i social media, in particolar modo TikTok, Facebook, Instagram e Telegram, rappresentino l’ambiente d’azione prediletto dai “disinformatori”, complice la semplicità nel creare bot automatizzati, che svolgono il proprio compito in completa autonomia e con grande efficienza. L’irruzione sulla scena globale della rete Internet e, ancor di più, dei social network ha innescato una mutazione “genetica”, complessiva e strutturale, nel settore della comunicazione. Si è assistito ad un cambio di paradigma nel quale i singoli individui non sono più meri recettori, bensì nodi proattivi nella “rete”, creatori e diffusori, a loro volta, di contenuti e significati.

[1] Fonte: Digital News Report.
[2] Fonte: Pew Research e Our World in Data.

 

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