L’Italia è sottoposta alla Procedura per Disavanzi Eccessivi (PDE) dal 2024, a seguito del deficit al 7,4% del PIL registrato nel 2023. Il Paese è tenuto a ridurre il disavanzo entro il 2026 con uno sforzo graduale medio dello 0,5-0,6% del PIL annuo, mentre il debito pubblico resta ben lontano dal limite del 60% (attualmente intorno al 137-138% del PIL, in lieve crescita secondo le stime più recenti di Banca d’Italia e MEF).
Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita UE include tuttavia clausole di salvaguardia per calamità naturali: deroghe temporanee agli obiettivi di bilancio sono possibili in caso di eventi con “rilevanti ripercussioni finanziarie”, purché accompagnate da un piano di rientro credibile.
Proprio in questo contesto di vincoli stringenti si inserisce il Fondo per le Emergenze Nazionali (art. 44 del Codice della Protezione Civile, D.Lgs. 1/2018), che dispone di una dotazione base annua modesta: per il 2026 si attesta intorno ai 300-380 milioni di euro, come previsto dalla Legge di Bilancio.
Un importo sproporzionato per un Paese altamente esposto a rischi territoriali: oltre 7.500 km di coste, montagne che coprono il 35% del territorio nazionale e rischi idrogeologici in circa l’80% dei comuni (dati ISPRA). Terremoti, frane e alluvioni generano mediamente 2-3 miliardi di euro di danni all’anno, con un incremento del 20% negli ultimi cinque anni.
La spesa in prevenzione e manutenzione resta insufficiente: il fondo funge da mero “tappabuchi” per interventi urgenti, mentre opere strutturali (argini, monitoraggio, difesa costiera) dipendono da risorse frammentate e ritardi sistematici. Ne deriva un circolo vizioso: territori sempre più vulnerabili, danni amplificati dalla carenza di investimenti preventivi, milioni di cittadini esposti a rischi gravi.
Questo squilibrio strutturale si riflette anche nelle priorità di spesa del Paese. Per le emergenze interne si destinano poche centinaia di milioni annui, mentre per il sostegno all’Ucraina l’Italia ha impegnato miliardi (totale dal 2022 stimato tra 6 e 9 miliardi, con tranche annue vicine ai 2-3 miliardi tra aiuti militari, umanitari, finanziari, prestiti e garanzie UE).
Si tratta di uno sbilanciamento evidente: le crisi estere (obblighi NATO/UE, interessi geopolitici e industriali) prevalgono sulle esigenze vitali di sicurezza idrogeologica interna.
La domanda è inevitabile: come vengono realmente allocate le risorse pubbliche?
Il paradosso diventa ancora più evidente quando si guarda al PNRR, che assegna circa 2,4 miliardi alla tutela e messa in sicurezza del territorio (Missione 2, Componente 4, dedicata a dissesto idrogeologico e alluvioni). Eppure un singolo evento come il ciclone Harry “brucia” importi equivalenti in danni diretti e indiretti (più ricostruzione, turismo paralizzato con perdite per miliardi in una stagione balneare già compromessa). Fondi europei pensati per prevenire, ma mancanza di interventi strutturali lascia il Sud a pagare il prezzo più alto.

Di fronte a macerie, famiglie evacuate, imprese agricole e turistiche sull’orlo del collasso, il governo Meloni ha stanziato solo 100 milioni complessivi per Sicilia, Calabria e Sardegna (circa 33 milioni a regione), dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza nazionale (CdM 26 gennaio 2026). Le stime provvisorie dei danni totali oscillano tra 1,2 e 2 miliardi di euro (Sicilia 1,5 miliardi inclusi indiretti, Sardegna circa 500 milioni, Calabria 200-600 milioni; infrastrutture costiere, agricoltura, turismo devastati). Rispetto alla scala della catastrofe, l’intervento appare iniquo e inadeguato.
Non esiste un tetto normativo rigido: si poteva agire con maggiore immediatezza, ma la scelta è rimasta cauta (anticipo per urgenze come rimozione detriti e viabilità, basato su stime preliminari, con integrazioni successive). La prassi per evitare “sprechi” è comprensibile, ma partire da cifre così basse trasmette un segnale di sottovalutazione.

Le Regioni hanno risposto con iniziativa autonoma: la Sicilia ha integrato con circa 70 milioni propri (50 immediati più 20 via ddl ARS), attingendo a fondi di riserva, revoche di progetti non urgenti e risorse ex art. 38 dello Statuto autonomo. Si tratta di un esempio positivo di responsabilità locale, ma non può supplire all’impegno centrale dello Stato.
Questa gestione del governo Meloni denota non solo inadeguatezza operativa, ma una grave sottovalutazione delle esigenze dei territori meridionali e dei loro cittadini. Mentre per priorità internazionali e nazionali le risorse vengono mobilitate con rapidità e generosità, per emergenze interne che colpiscono direttamente la popolazione – emblematico il caso della frana devastante a Niscemi, dove oltre 1.500 persone sono sfollate, interi quartieri (Sante Croci, Trappeto, via Popolo) rischiano il crollo imminente, case entro 50-70 metri dal fronte franoso sono teoricamente “condannate” e l’accesso al paese è parzialmente isolato – si opta per misure minimali e dilazionate.
Non è solidarietà effettiva: è un’impostazione che privilegia la prudenza contabile sulla sicurezza umana, sulla coesione nazionale e sulla prevenzione di ulteriori tragedie. In un contesto di paura diffusa, devastazione materiale e incertezza economica – con il rischio concreto di fallimento della stagione turistica e collasso di settori vitali per il Sud – lo Stato ha il dovere costituzionale di agire con decisione proporzionata al dramma, non con interventi simbolici. Altrimenti si legittima l’idea che alcune parti del Paese e i loro abitanti contino meno di altre. È una responsabilità politica e morale che non può essere elusa.
Ecco perché diventa urgente attivare il Fondo di Solidarietà dell’Unione Europea (FSUE) pensato esattamente per situazioni come questa: i danni di Harry soddisfano i requisiti (per catastrofi “regionali” >1,5 miliardi o >0,3% RNL nazionale; per “grandi” >3 miliardi prezzi 2011 o >0,6% RNL). Con stime superiori a 1,2-2 miliardi, si supera la soglia: aiuti non rimborsabili (grants, fino a miliardi, con anticipo rapido fino al 25% o max 100 milioni).
L’urgenza è evidente per accelerare la ricostruzione senza gravare solo sul debito italiano e dimostrare solidarietà UE concreta – la domanda va presentata entro 12 settimane dall’evento, valutata dalla Commissione per erogazione rapida. Eppure, a giorni dall’evento, il governo si è limitato ad annunci e verifiche preliminari, senza formalizzare immediatamente la richiesta: un ritardo che spreca tempo prezioso, esponendo i territori a ulteriori ritardi nella ripresa. Il governo dovrebbe procedere senza indugi all’attivazione formale del FSUE, sfruttando l’opportunità per mitigare l’impatto senza aggravare ulteriormente il debito nazionale.
In ultima analisi, gli interventi attingono dal bilancio statale (tramite rimodulazioni di capitoli non prioritari al MEF) o da risorse extra (PNRR prevenzione). Quando non bastano – e quasi mai bastano – si ricorre al debito: l’art. 81 della Costituzione consente deroghe temporanee al pareggio di bilancio per calamità, permettendo emissioni aggiuntive (BTP e simili) senza sanzioni UE immediate, purché con piano di rientro. È una flessibilità preziosa, ma limitata dal nostro debito già altissimo (137-138% del PIL, con interessi che assorbono miliardi ogni anno). Qualunque sia la forma – fondi ordinari, spostamenti di bilancio o emissioni extra – i costi finiscono sempre in debito pubblico: o lo aumentano direttamente, o lo mantengono elevato riducendo lo spazio per ridurlo. Non c’è bacchetta magica: o si taglia altrove (spesso su investimenti futuri, infrastrutture, welfare o prevenzione reale), o si prende a prestito, aggravando interessi e scaricando il conto sui cittadini.
È la condanna inevitabile di chi ha rinunciato alla sovranità monetaria: senza più poter stampare moneta per coprire emergenze o deficit, dobbiamo sempre andare col cappello in mano – mendicare flessibilità alla Commissione UE, deroghe al Patto di Stabilità, fiducia dai mercati sui tassi, o fondi europei che arrivano (quando arrivano) dopo burocrazia infinita. È umiliante e strutturale: un Paese senza controllo sulla propria moneta non decide davvero le priorità, ma reagisce alle crisi con le briciole concesse da altri. Intanto il debito cresce, gli interessi pesano e i cittadini pagano due volte: prima con la devastazione, poi con l’austerity mascherata da “responsabilità”.
bilgiu












