27 gennaio 2026. A Pesaro, la mia Giornata della Memoria davanti ai dipinti dell’artista e testimone Regina Lichter-Liron

di Roberto Malini

Ho partecipato, nella mia vita, a molte Giornate della Memoria.
Le ho attraversate con linguaggi diversi, cercando ogni volta una forma di verità che non fosse ripetizione rituale, ma esperienza viva: con il documentario In viaggio con Anne Frank, realizzato insieme al regista Dario Picciau; con il teatro-danza Anne in the sky, scritto con Angelica Edna Calò Livné; con i cortometraggi Binario 21 e Grüne Rose (ancora realizzati con Picciau); con le mostre Capelli d’oro e di cenere e Un diverso Olocausto (foto di Steed Gamero e mie); con le performance di Poesia dell’Olocausto; con il trittico multimediale Sprich auch du, creato con Fabio Patronelli.

E poi le lezioni, le conferenze, gli incontri con studenti e cittadini, sulle pagine più atroci della Shoah.

Eppure, quest’anno, ho sentito il bisogno di sottrarmi all’atmosfera celebrativa degli eventi ufficiali. Non certo per disinteresse, ma per un nuovo atto di fedeltà alla Memoria stessa.

La Memoria non è un calendario. Non è (solo) una cerimonia. Non è una rassicurante liturgia civile che, una volta esaurita, ci consente di tornare indenni alle nostre vite.

La Memoria è un’urgenza.

Per questo, il 27 gennaio 2026 a Pesaro, ho scelto un luogo e un tempo diversi: la Galleria Rossini, grazie alla disponibilità di Roberto Betti – nipote della grande artista e testimone della Shoah Regina Lichter-Liron – e di Stefano Franceschetti, insegnante di cinema d’animazione alla Scuola del Libro di Urbino.

Davanti a me, non un pubblico generico, ma studenti: ragazzi e ragazze in visita alla mostra Immagini di Regina Lichter-Liron.

Li ho guardati negli occhi prima di parlare.
Ho capito che non avrei potuto permettermi alcuna retorica.

 

Regina Lichter-Liron: sette anni all’inferno.

Ho raccontato loro chi era Regina.

Una donna nata nel 1920 nel villaggio di Uhnow (oggi Uhнів, Ucraina; allora Polonia).
Una giovane artista che ha trascorso sette anni all’interno dell’incubo nazista: il ghetto di Cracovia, il campo di Plaszów, Auschwitz-Birkenau; poi una marcia della morte da Auschwitz a Ravensbrück e un’altra da Ravensbrück a Neustadt-Gleve.

Sette anni possono essere lunghi come settemila.

Sette anni in luoghi di annullamento sistematico: fame, malattie, percosse, impiccagioni, fucilazioni, gas. Intorno a lei morivano quasi tutti: madre, padre, fratello, compaesani, amici. Bambini, anziani, esseri umani inermi.

Lei però sopravvisse.

Perché?

Per una tempra fuori dal comune. Per una fede incrollabile nella vita. E anche perché, a volte, disegnava per i suoi aguzzini: ritratti dei loro figli, delle loro mogli, copiati da fotografie. In cambio, un giorno di vita in più. Forse un cucchiaio di zuppa di rape. Un altro giorno. Poi un altro ancora. Fino a superare i duemila giorni.

Quando ho pronunciato queste parole, i ragazzi erano in silenzio assoluto.
Un silenzio turbato, partecipe, in cui si affollavano emozioni e domande. I dipinti, i disegni, le incisioni rispondevano; senza rassicurare, senza mentire.

L’arte che nasce dal punto più estremo dell’esperienza umana

Ho detto loro qualcosa che affiorava alle mie labbra attraverso una connessione emozionale con la vicenda di Regina, i luoghi in cui passò, le grida, i rantoli, l’aria e i miasmi che la circondarono:

“Questi dipinti non sono semplicemente opere d’arte.
Sono il risultato di un talento che è sopravvissuto all’indicibile.
E per questo rappresentano il grado più alto che l’arte possa raggiungere.

Più alto dei grandi capolavori celebrati nei musei, perché la sua arte nasceva oltre ogni confine dell’esperienza umana. Nasceva dove tutto era stato tolto. Nome, volto, futuro, dignità. Nasceva dove non restava nient’altro che la fine”.

Ho illustrato uno dei dipinti di Regina.
Ho chiesto loro di ricordarlo per sempre.

“Un gruppo di persone senza volto, senza identità, senza destino.
Chiuse tra mura impenetrabili, troppo alte anche solo per immaginare la libertà.
Una strada che corre dritta verso una notte assoluta, senza luci, senza sagome, senza speranza”.

Ho aggiunto, per loro:

“È lì che ogni essere umano può essere condotto, se viene privato di tutto e dichiarato indegno di vivere. È una possibilità sempre presente nella Storia. A quella notte noi dobbiamo opporci. Ricordando. E restando pronti”.

Una mostra che parla al presente

La mostra Immagini di Regina Lichter-Liron, inaugurata il 20 gennaio alla Galleria Rossini di Pesaro, non è solo un’esposizione. È un atto di responsabilità.

Promossa dalla Scuola del Libro di Urbino con ANPI – Comitato Provinciale Pesaro e Urbino, in collaborazione con la famiglia Betti, presenta matrici originali, stampe, didascalie autografe, dipinti e sculture dell’artista. Ma soprattutto, coinvolge i giovani: due classi della Scuola del Libro hanno lavorato per mesi sulla sua opera, producendo elaborati ispirati ai suoi temi. Le xilografie esposte sono state stampate proprio nei laboratori della scuola, utilizzando le matrici originali incise da Regina nel 1945-46, subito dopo la liberazione.

Un gesto di straordinaria forza simbolica: la Memoria che passa di mano in mano, da una sopravvissuta ai lager alle nuove generazioni.

Perché ricordare, oggi

Uscendo dalla Galleria Rossini, ho pensato che forse quello era il genere di Giornate della Memoria di cui abbiamo bisogno. Non quelle che consolano, ma quelle che inquietano.
Non quelle che si esauriscono in discorsi, ma quelle che lasciano una ferita aperta, insanabile, necessaria.

La Memoria non serve a dirci che siamo “dalla parte giusta”.
Serve a ricordarci che nessuna parte è garantita per sempre.

E che l’arte, quando nasce dall’abisso ed è restituita al mondo con verità, può ancora essere, oltre che valore sublime, atto di resistenza.