Come fa il cervello a trasformare una cascata di segnali — alcuni rapidissimi, altri lenti e riflessivi — in un comportamento coerente? È una domanda che accompagna neuroscienziati e psicologi da decenni. Una ricerca dell’Università Rutgers (Usa) condotta su un campione di 960 individui offre una risposta sorprendentemente precisa: il segreto sta nel modo in cui le diverse regioni cerebrali “tengono il tempo” e nel modo in cui la rete di connessioni interne permette a questi ritmi di dialogare.
Gli scienziati hanno scoperto che ogni area del cervello elabora le informazioni secondo una propria “scala temporale intrinseca”. Alcune regioni — come quelle coinvolte nella percezione visiva o uditiva — aggiornano le informazioni in millisecondi, reagendo quasi istantaneamente agli stimoli dell’ambiente. Altre, come quelle deputate alla pianificazione, alla memoria o al ragionamento, lavorano su tempi più lunghi: accumulano informazioni, le integrano, le confrontano.
È come se il cervello fosse un’orchestra in cui convivono strumenti a percussione velocissimi e archi che sostengono note lunghe e profonde. La sfida è farli suonare insieme senza stonature.
La scoperta più importante dello studio è che questi ritmi non sono isolati: vengono modellati dai percorsi della sostanza bianca, le fibre che collegano le diverse regioni del cervello. Queste connessioni funzionano come autostrade neurali che trasportano segnali da un’area all’altra, determinando quanto velocemente le informazioni possono fluire.
Quando il cablaggio di un individuo è ben allineato alle esigenze temporali delle varie regioni, il cervello riesce a integrare in modo più efficiente segnali veloci e lenti. Questo si traduce in transizioni più fluide tra stati cerebrali e, in ultima analisi, in prestazioni cognitive migliori.
In altre parole: non conta solo quanto velocemente una regione elabora le informazioni, spiega la professoressa Linden Parkes, autrice senior della ricerca, ma come questa velocità si armonizza con il resto del cervello.
Lo studio mostra che esistono differenze significative tra le persone. Alcuni individui hanno un allineamento più preciso tra la loro architettura cerebrale e le esigenze temporali delle diverse regioni. Queste persone mostrano una maggiore efficienza nel passare da uno stato mentale all’altro: per esempio, dal concentrarsi su un dettaglio sensoriale al prendere una decisione complessa.
L’efficienza si riflette in capacità cognitive più elevate, come una maggiore flessibilità mentale, tempi di risposta più rapidi e una migliore integrazione delle informazioni.
Un altro elemento affascinante è che questi modelli di integrazione, tra segnali rapidi e lenti, non sono esclusivi degli esseri umani. I ricercatori hanno trovato tracce simili anche nei dati raccolti sui topi, suggerendo che si tratta di un principio neurobiologico fondamentale, conservato dall’evoluzione.
Inoltre, le differenze nelle scale temporali e nella loro integrazione sono legate a caratteristiche genetiche e molecolari delle regioni cerebrali. Questo apre la porta a nuove domande: in che modo i geni influenzano la velocità del pensiero? E come queste differenze possono contribuire a disturbi neurologici o psichiatrici?
Nel complesso, lo studio rivela un legame meccanicistico fra tre elementi fondamentali: l’architettura del cervello, cioè come sono organizzate le connessioni, la velocità con cui le informazioni vengono elaborate nelle diverse regioni, e le capacità cognitive, dalla memoria alla flessibilità mentale.
È un passo avanti importante nella comprensione di come il cervello riesca a trasformare segnali eterogenei in un’esperienza mentale unitaria. E potrebbe avere implicazioni profonde per lo studio dell’invecchiamento, dei disturbi cognitivi e delle differenze individuali nel modo di pensare.
Articolo pubblicato sul quotidiano LaRagione del 13 gennaio 2026
Primo Mastrantoni, presidente Comitato tecnico-scientifico di Aduc
