Barbara Bordigato nasce a Piacenza negli anni ’70 e ha una vita in viaggio. Scrive fin da giovanissima, iniziando con le poesie per poi passare ai racconti brevi. Ha vissuto una breve esperienza come assistente di volo su rotte intercontinentali e come beauty advisor nel settore cosmetico, prima di dedicarsi per diversi anni alla pubblicità con ruoli commerciali.
Alla fine del 2024 Readaction Editrice pubblica il suo romanzo d’esordio, Noi più di ieri, un’opera corale e di formazione con una struttura narrativa poco convenzionale. Ambientato nella provincia di Nord-Est tra gli anni ’60 e ’70, il romanzo narra le vite parallele di Zeno e Grace, i protagonisti, che si raccontano a due voci con ritmo incalzante. Non mancano frammenti di sogni e ricordi. Diverse vicende e personaggi vengono utilizzati come espedienti narrativi per esplorare l’animo umano in tutte le sue sfaccettature, con vizi e virtù. Anche la parte più oscura di alcuni personaggi viene raccontata senza filtri, con realismo, spesso illuminata da una luce benevola, perché forse qualcuno non si è perso per sempre. In “Noi più di ieri” c’è la promessa di una rinascita, che non sarà tradita.

Barbara, parlaci del romanzo: quanto è frutto di fantasia e quanto specchio della realtà?
È un romanzo di fantasia che affonda le sue radici nell’ambito del “finito”. Ispirandomi alla realtà è nato qualcosa di verosimile. I personaggi, nel loro realismo, si sono mossi in libertà: mi sono limitata a raccontarli mentre li scoprivo e a scoprirli nel raccontarli.
Sulla tua pagina social hai scritto: “Se avete paura del buio, non leggete questo romanzo. Se avete speranza, fatelo. Noi più di ieri (Readaction Editrice) è un racconto corale ambientato in una nebbiosa e vitale provincia di nord-est tra gli anni Sessanta e Settanta…”. Noi più di ieri cosa restituisce al lettore?
È un libro per chi crede che affrontare le proprie paure guardando il mondo senza filtri sia un passaggio obbligato per la via della speranza. Quella luce sottile che filtra da una fessura nel buio è la nostra vera conquista: la speranza è frutto di un’esperienza consapevole. Questo romanzo è un viaggio che scandaglia tutti i territori dell’animo umano. È uno spaccato sociale degli anni di piombo intriso di ottimismo post-bellico, un racconto corale che narra la storia di due famiglie di ceto sociale diverso con segreti inconfessabili. Segreti che ricadono sulla vita dei figli. È un romanzo di formazione. L’opera ha un impianto narrativo poco classico: ci sono i protagonisti, Zeno e Grace, che si raccontano a due voci, a capitoli alterni, intrecciando il loro destino con una serie di personaggi: sono questi a motivare le loro scelte. Per quasi tutto il tempo del libro il loro amore si scontra con il destino e vive di attesa mentre accade molto altro. Il ritmo è serrato, a tratti con uno stile che resta fedele all’epoca. Temi centrali sono l’apparenza, che inganna, e la ricerca della verità, fuori e dentro di sé. Non si tratta della verità assoluta ma di quella che consente a ognuno di riconoscersi in quello che è o che intende essere. Nel titolo del libro, “Noi più di ieri”, c’è il seme della rinascita, una promessa che sarà mantenuta. Ogni personaggio contiene un tratto archetipico, legato a emozioni e moti profondi che appartengono da sempre all’uomo di ogni epoca.
Che ricordi hai degli anni 60/70?
Ero bambina negli anni 70. Ne ho respirato a pieni polmoni l’atmosfera. Ho ascoltato racconti, carpito segreti, immaginato scenari, osservato il mondo a nord-est dello Stivale. Non mi sono fatta mancare neppure qualche frame di “Giovannona coscialunga” grazie alla disattenzione di una giovane bambinaia improvvisata che ne approfittava per vedere la tv fino a tardi. Riguardando certe foto sbiadite oppure sfogliando vecchie riviste ho trovato molti spunti per imparare a conoscere a fondo il contesto storico e sociale di quel periodo. Avevo la sensazione che ogni forma di imperfezione fosse una risorsa, una possibilità per rimpastare le cose e farle diventare altro. C’era fermento, il germe della trasformazione era in atto, una promessa viva: chi c’era si sentiva protagonista di una spinta propulsiva e non semplice comparsa. E io c’ero.
La cosa più importante che hai imparato da questo viaggio nel passato?
Ho imparato ad apprezzare un’epoca con le sue luci e le sue ombre, ovviamente lasciando da parte gli estremismi. Poi c’è il tema dell’attesa: nessun cellulare poteva spezzare il tempo dell’attesa. Ci si trovava dopo settimane in piazza, alla solita panchina, di fronte alla chiesa, al caffè Ottolina oppure l’anno seguente in un luogo di villeggiatura, stessa spiaggia e stesso mare. Ci si incontrava con la voglia di raccontarsi e, soprattutto, di ascoltarsi. Non mancava il desiderio di contraddittorio. Il confronto aperto con gli altri era considerato un’opportunità. E poi la meraviglia come stato mentale, credo fosse ovunque: la sensazione che si potesse costruire ancora tutto era potente. Neppure la Luna era più un mistero.
Come si fa a rimediare agli errori di gioventù, agli abusi e agli smarrimenti?
Il fatto di aver affrontato seriamente queste tematiche nel libro non mi rende depositaria di ricette facili. Ho comunque due convinzioni: la prima è che le vittime di abuso debbano ammettere per prime di aver subito un danno e la seconda, legata allo smarrimento, è che per ritrovare la strada sia meglio affidarsi a un ideale. Gli ideali dipendono da te, se li nutri non ti tradiscono mai, le persone sì. E poi c’è l’amore: con quello vero, inteso in senso lato, si va lontano.
Le zone d’ombra per te che cosa sono?
Ottusità, pregiudizio, ipocrisia sono zone d’ombra. Da lì non si risale.
A quali dei tuoi personaggi immagini di assomigliare di più?
A nessuno, ma sono quella che li anima tutti perché si muovono grazie al mio punto di vista, anche i peggiori. Ho tentato di raccontarli senza coinvolgimento. E inevitabilmente mi hanno attraversata, a volte quasi spezzata. Se poi la domanda è a chi vorrei assomigliare di più, potrei dirti Grace. Ma forse è una bugia.
Scrivi: “Ci sono storie sepolte nei diari segreti delle donne che non conosceremo mai. Altre sono spuntate dai cassetti polverosi della memoria, tramandate dopo anni da qualcuna di loro, ormai spoglia dei timori che l’hanno inchiodata a un immeritato destino”. Quali sono i segreti che tieni ben nascosti nel tuo cuore?
Sono segreti…
Una curiosità: giudicare o difendere la vita degli altri a volte diventa complicato, si ha l’impressione di dover comporre quel cubo di Rubik che rappresentano. Se fosse possibile riscrivere un fatto di cronaca che ti ha colpito, quale sarebbe?
Concordo. Io sono una scrittrice, non una giornalista. Con la pura realtà non ci so fare. Se dovessi riscrivere qualcosa in chiave romanzata, al momento non sceglierei un fatto di cronaca. Preferisco le storie che fanno poco rumore, facendo emergere quello che sfugge.
Abbiamo libertà di parola e ognuno può dire quello che vuole. Ma ha senso questo parlare a vuoto, a vanvera, confondendo, se non addirittura, disinformando le persone? Insomma, il politically correct ha ucciso la libertà d’espressione?
Siamo nell’epoca della mistificazione linguistica. Ripensando a Blade Runner, potrei dirti che tutti rischiamo di essere “replicanti della notizia”. Infatti, i social e il web sono verosimili fonti di informazione che possono trarre facilmente in inganno. Il problema non è quindi la libertà di parola, che è un diritto sacrosanto, ma la sua contestualizzazione e interpretazione. Faccio un esempio banale: hai presente l’arrotino che gira per le strade di paese? Può parlare a tutti senza doversi presentare a nessuno. È libero di muoversi e proporre i suoi servizi con un megafono. Tutti lo sentono. Pensa se un giorno decidesse di offrire al popolo i suoi servizi con l’aggiunta di un “bonus notizie”? Chiunque sarebbe costretto ad ascoltarlo, suo malgrado, ma chi gli darebbe davvero credito? Il primo a dare un giusto peso alla fonte è chi ascolta. Dovremmo migliorare la qualità del nostro ascolto. Poi se con politically correct ci riferiamo all’uso di espressioni “delicate” per non arrecare offesa al prossimo, concordo sul fatto che anche la violenza verbale debba essere evitata. Tuttavia, porsi troppi limiti – esistono sempre le scuse per chi dovesse oltrepassarli – porta a un avvilimento del pensiero. Lo deprime. Troppe barriere limitano la libera espressione. Spero si trovi un equilibrio. Un’ultima cosa: mi scuso con l’arrotino per averlo usato come esempio.
In conclusione: raccontare storie e pubblicarle con una casa editrice non è forse semplice come accadeva in passato. Dove trovi l’energia per non lasciare nulla d’intentato?
Non mi faccio illusioni: questa è la mia energia. So che spesso ci sono più like che lettori. Forse resterò una delle tante comparse che scrivono ma non smetterò di farlo. Capita che faccia anche incontri fortunati con giornalisti curiosi che mi lasciano spazio.
L’ultima provocazione: ti sei pentita di aver accettato l’intervista?
No, anzi. E tu di avermela proposta?
