DOPO IL VENEZUELA, LA GROENLANDIA?

Un interessante intervento, fortemente polemico anche nel titolo, è quello del direttore di Libero, Mario Sechi, nel suo editoriale (Diritto di Golpe: Perché è legittimo far cadere i dittatori, 5.1.26, Libero). Che il golpe americano è contro il diritto internazionale, per Sechi “è la nuova favola dei progressisti contro l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela.

Non si rendono conto del sottosopra che alimentano: usano un argomento retorico contro Donald Trump e automaticamente finiscono per fare gli utili idioti del fronte dei dittatori guidato da Vladimir Putin e Xi Jinping”. Attenzione, scrive Sechi: “Maduro è un delinquente internazionale che ha truccato le elezioni, affamato il popolo e incarcerato gli oppositori, la sua cattura è una buona notizia, il “regime change” in Venezuela è quanto di meglio possa capitare in Sudamerica. Pertanto, insiste e chiarisce perché “il diritto di golpe”: “non è l’invasione russa di una nazione nel cuore dell’Europa, ma la liberazione da un satrapo che ha sfasciato il Venezuela alleandosi con i nemici della democrazia. Gli onusiani che difendono Maduro sono una tragedia: il Venezuela è uno Stato fallito e sotto sanzioni che vende gran parte del suo petrolio alla Cina e ha il sostegno di Russia, Iran e Cuba. La Casa Bianca ha deciso di polverizzare questa presenza radioattiva nell’emisfero occidentale […] non vuole correre il rischio di un’altra crisi dei missili di Cuba, quando nel 1962 Krusciov mise Kennedy di fronte alle testate nucleari sovietiche, a pochi chilometri dalla costa della Florida.

Certo è un inizio per la transizione alla democrazia, che ancora non c’è, come sostengono i tre autorevoli dissidenti del regime comunista, il giornalista Nelson Bocaranda, il politologo Héctor Schamis e l’intellettuale Elizabeth Burgos: la cattura di Maduro ha chiuso un’epoca, ma il sistema criminale è ancora in piedi. (Paolo Manzo, Lo scetticismo degli esiliati. “Sistema criminale in piedi. È tutto uguale a prima”, 7.1.26, Il Giornale) Sechi allarga la sua analisi politica, riferendosi ad un’intervista di Trump dove ha ribadito l’interesse strategico per la Groenlandia e non bisogna scandalizzarsi. Gli Stati Uniti hanno un problema di contenimento della Cina e della Russia nell’Artico.

Chi difende le coste del Nord America? La Danimarca? “Le cancellerie europee prendono sottogamba le preoccupazioni del Pentagono sulle manovre sino-russe in quella parte del mondo. Tra i ghiacci si nascondono mille insidie. Sull’argomento è intervenuto con un’interessante riflessione Antonio Socci (La Groenlandia è l’ultimo caso di colonialismo europeo. E nella UE difendono il colonialismo danese, ma gli abitanti vogliono l’indipendenza, 6.1.26, Libero) Socci polemizza con tutti “i progressisti che pur di andare contro Trump e contro gli Usa, ora – nell’Europa progressista (dove saltuariamente s’innamorano del “diritto internazionale”) – si giustifichi e si difenda questo residuo di colonialismo”. Soltanto che gli abitanti della Groenlandia secondo Socci vogliono staccarsi dalla lontanissima Danimarca, almeno così pare, soprattutto perché le elezioni del 2025 le hanno vinte i Demokraatit, partito di centrodestra, anch’essi favorevoli all’indipendenza sia pure in modo più graduale, del resto i sondaggi dicono che la vuole l’85 per cento degli abitanti dell’isola. “La Groenlandia di fatto ha oggi una grande importanza strategica, sia per le sue risorse minerarie, sia per la sua posizione fra l’oceano Atlantico e l’Artico, dove russi e cinesi stanno facendo i loro giochi; quindi, è ovvio che gli abitanti dell’isola rivendichino quell’indipendenza che permetterà loro di trattare da posizioni di forza con gli Stati Uniti”. Anzi secondo Socci gli abitanti della Groenlandia hanno tutto l’interesse di “stabilire un fortissimo rapporto con Washington.

L’isola avrebbe grandi prospettive di sviluppo e per i pochissimi abitanti dell’isola – circa 55 mila – sarebbe un enorme beneficio”. Concludo con una osservazione ripresa dal profilo facebook di Mario Adinolfi che è rimasto colpito dallo scontro a Roma tra i due venezuelani e i manifestanti della Cgil, questo “dialogo” acceso per Adinolfi è stato una “vera epifania, una manifestazione della verità. Questo 2026 non è solo un nuovo anno, stiamo entrando in una nuova epoca. Come italiani dobbiamo decidere da che parte stare: la mia, la nostra scelta è di stare con la libertà, che esiste solo nella verità e non alberga mai nelle sovrastrutture ideologiche”. In questo cambio d’epoca siamo con Trump e le profonde radici cristiane del popolo italiano nella lotta ai regimi, ai dittatori, agli oppressori legati all’islamismo o ai narcotrafficanti. Del resto, il blitz americano contro il regime di Nicolas Maduro è stato duramente attaccato da Pechino, Teheran, Mosca, (perfino) Ankara, Cuba e infine Hamas. “È una lista di nemici dell’Occidente – scrive Socci – Già scorrendola si nota l’alleanza fra regimi comunisti e islamisti che hanno un nemico comune – appunto –nell’Occidente”.

E questo non è per caso quello scontro delle civiltà, che aveva previsto, nel celebre saggio Samuel P. Huntington, “Lo scontro delle civiltà (e il nuovo ordine mondiale)”. Socci ci invita a leggere le righe finali di quel libro: “Nell’epoca che ci apprestiamo a vivere, gli scontri di civiltà rappresentano la più grave minaccia alla pace mondiale, e un ordine internazionale basato sulle civiltà è la migliore protezione dal pericolo di una guerra mondiale”. In effetti di lì a poco lo “scontro di civiltà” è arrivato: “gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, con tutto quel che seguì. Inoltre, il comunismo non è stato affatto spazzato via. Si è trasformato, ma è ben vivo”. Dopo trent’anni dobbiamo constatare che si è verificato – come si è detto – un compattamento del fronte ostile all’Occidente (anche grazie alla cecità delle passate presidenze americane che hanno fatto ingigantire la Cina fino a farne oggi una grande potenza), ma non si è affatto realizzato un rafforzamento politico, economico, culturale e identitario dell’Occidente. Anzi, l’esatto contrario. (Antonio Socci, “Venezuela (e non solo). Il piano di Trump per far rinascere l’Occidente”, 5.1.26, Libero)

 

a cura di Domenico Bonvegna