Col nuovo anno, continuo il mio studio sui “Santi sociali” torinesi. Ho appena letto, “Giulia Colbert di Barolo. Marchesa dei poveri” (Paoline, 2011) di Angelo Montonati, giornalista e studioso dei santi torinesi. Il secondo volumetto è “Giulia di Barolo. Patrimonio di umanità, valore di un’esperienza”, (Heritage Club, Torino, 2014), il testo curato da Andrea Pennini, raccoglie gli interventi di un Convegno celebrato a Torino in occasione del centocinquantesimo anniversario della morte della marchesa.
Il libro di Montonati è prefato dal compianto arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia che evidenzia il profilo eccezionale di donna cristiana di Giulia, “che si staglia grandiosa, quasi a rivendicare spazio per l’altra storia, emarginata e a volte censurata da quella scritta dai vincitori […]”. Nosiglia sostiene che oltre al Risorgimento ufficiale, c’è un altro Risorgimento (che va recuperato e riaffermato non contro, ma con), senza il quale l’Italia vera resta monca, non solo nelle pagine degli storici e dei giornalisti, ma anche, ed è più grave ancora, nella memoria del popolo italiano e della stessa Chiesa”. Queste affermazioni del vescovo per certi versi contrastano con quelle di chi si affretta a contestare una Giulia “antagonista a quella del ‘Risorgimento Nazionale’”.
Certo non ho elementi per descriverla come oppositrice del Risorgimento (che alcuni storici chiamano, “la Rivoluzione Italiana”, analoga a quella francese), però i fatti dimostrano che la marchesa è stata osteggiata dai liberali e massoni torinesi, nonostante alcuni di loro frequentassero il suo Salotto di via delle Orfane. Tuttavia, ha ragione monsignor Nosiglia a scrivere che Giulia Colbert marchesa di Barolo, vandeana di nascita e torinese di adozione, “fu donna europea, chiamata a vivere gran parte della sua vita tra due importanti rivoluzioni, quella francese del 1789 e quella europea del 1848, che la segnarono […]”. E comunque a lei spetta, di diritto, un posto di rilievo tra le grandi donne dell’Ottocento europeo.
Anche Montonati è abbastanza critico con certa storiografia del Risorgimento, di chiaro stampo massonico, “che ha deformato o praticamente cancellato dalla memoria ufficiale, riuscendovi peraltro solo in parte, protagonisti di grande rilievo nella società del loro tempo, che avevano il torto di essere cattolici”. C’è un capitolo nel testo di Montonati, (La bufera massonica) dove si constata che nonostante la marchesa si è adoperata tutta la vita per poveri di Torino, fu oggetto di una campagna di odio scatenata dai massoni. Per alcuni autorevoli esponenti della sinistra Subalpina, la marchesa era un “genio malefico”. E così, “La donna che a Torino aveva trasformato le carceri femminili facendone un modello europeo, che aveva aperto scuole popolari per i poveri, il primo asilo infantile d’Italia, il primo ospedale per bambini disabili, soccorso migliaia di bisognosi, era un ‘genio malefico’”. Giulia fu calunniata e minacciata dalla lobby liberal-massonica, che nel frattempo aveva preso piede agli alti livelli della politica torinese. Giulia agli occhi dei più fanatici, fu definita “Gesuitessa”, diventando un bersaglio da colpire. “Si arrivò ad accusarla di rapire le figlie ai genitori e di tenerle rinchiuse a forza nei suoi istituti, sottoponendole ai più duri trattamenti e a privazioni di ogni genere”. E’ il solito cliché che si ripete nella storia contro chi opera per la Chiesa.
Fu aperta, addirittura una indagine giudiziaria, con tanto di perquisizione nelle varie sedi in cui operavano le suore dell’opera della Barolo. Alla fine, gli “amici” consigliarono alla marchesa di lasciare il Piemonte e di tornare per un po’ in Francia. Gli stessi amici che avevano frequentato il Salotto Barolo, che dovevano difenderla dalle calunnie, ora facevano finta di niente. Avevano capito che la massoneria dominava la politica a Torino. Il testo di Montonati si compone di ben XXIII capitoli, e rappresenta una biografia ben documentata e nello stesso tempo sintetica, con un approccio divulgativo che contribuisce a correggere storture storiografiche e a colmare lacune informative. Di notevole interesse la pubblicazione degli Atti del Convegno su Giulia di Barolo, a cura di Andrea Pennini. Il curatore ringrazia gli enti che hanno contribuito alla pubblicazione degli atti che per la verità avrebbero meritato una maggiore risonanza con una pubblicazione più diffusa, invece di una tiratura limitata. Il primo passo che si vuole compiere con questi Atti “è quello di ‘staccare’ Giulia dagli altari. Infatti, troppo spesso il suo nome è legato ad una rigida religiosità, bigotta e reazionaria”.
Secondo Pennini, “si vuole affermare con forza che il carisma di Giulia, la sua vita e le sue opere sono una realtà pubblica e sociale che non può essere ristretta alla sola cerchia dei cattolici devoti”. Tutto quello che la marchesa ha fatto per gli ultimi, devono essere considerate, opere imprenditoriali di grande respiro. Anche Pennini si affretta a non vedere Giulia come protagonista di una storia parella o addirittura antagonista a quella del “Risorgimento Nazionale”. Tuttavia, ammette che Giulia non è portatrice delle teorie liberiste, figlie dell’Illuminismo giuridico, come quelle di Camillo Benso Conte di Cavour, ma il suo fondamento si trova nella sua adesione totale (e totalizzante) alla fede cattolica. E comunque Giulia non fu “una donna sola al comando”, ma ha lavorato insieme alle sue suore, al marito Tancredi, al segretario Silvio Pellico. Tra i numerosi interventi, prenderei in considerazione, sottolineando brevi concetti a partire dal saluto dell’allora arcivescovo Nosiglia (Fede, cultura e carità).
L’azione dei coniugi Barolo va ben al di là del circoscritto assistenzialismo o del cosiddetto benevolo obolo: ‘date a chi è povero’, ma applicava il principio della dottrina sociale cristiana che ‘non si può dare per carità ciò che è dovuto per giustizia’”. Interessante l’intervento del Cardinale Angelo Amato, (Giulia di Barolo: patrimonio di umanità, valore di un’esperienza) Parlare di Giulia di Barolo, esordisce Amato, “è come visitare un grande museo pieno di straordinari capolavori creati da un solo artista”. Tuttavia, continua il prelato, le sue opere, “non sono tele o statue inanimate di un museo, ma istituzioni vive, che continuano a diffondere ancora oggi nel mondo il profumo della sua instancabile e ostinata carità”. Giulia di Barolo dal cardinale viene descritta come una donna intraprendente e vulcanica. Il Cardinale Amato nella sua relazione spiegava come i Santi in particolare attraverso le opere hanno contribuito ad evangelizzare il mondo, aiutando i più bisognosi, dal punto di vista sociale. “Dio in Cristo non redime solamente la singola persona ma anche le relazioni sociali tra gli uomini”. Evangelizzazione e promozione umana sono strettamente connesse.
La opzione preferenziale per i bisognosi dei Santi sociali che hanno attraversato Torino ottocentesca, “prima che filantropica o sociologica, fu essenzialmente teologica e spirituale”. Questi Santi ricordava Amato, “hanno lasciato a questa nobile città un patrimonio di umanità, che merita non solo di non essere dimenticato o disperso, ma soprattutto di essere conosciuto, apprezzato e accresciuto per far fronte alle sfide sempre nuove della nostra società […]”. Giulia e Tancredi sono da annoverare tra gli “eroi della carità cristiana torinese”. “Entrambi sono stati grandi, anzi eroici, nell’esperienza di vita cristiana, suggellata da una straordinaria e concreta apertura di carità verso i bisognosi […]”. Amato sottolinea come la marchesa utilizzava i suggerimenti e i consigli di autorevoli persone attente al bene sociale, in particolare quelle del mondo francese, che conosceva bene. Il Cardinale Paul Poupard, conterraneo della Marchesa, scriveva: “La strada stretta e dura del Vangelo da lei scelta dimostra che anche il ricco può entrare nel regno dei cieli, a patto che si faccia povero ‘con’ e ‘per’ i poveri”. Amato rileva che i due coniugi Barolo oltre l’aiuto immediato e concreto agli indigenti, promuovevano l’istruzione culturale e religiosa, la formazione professionale, in questo modo mettevano in pratica la promozione integrale della persona. IL cardinale dimostrando di conoscere l’imponente opera assistenziale e sociale della marchesa, fa un elenco dettagliato e circostanziato delle tante opere.
Evidenziando la concretezza delle risposte di questi santi sociali a differenza dei tanti demagoghi utopisti del nascente socialismo. Altro particolare evidenziato è il dinamismo e l’impegno totale nell’intera giornata di questa straordinaria donna. La relazione di suor Ave Tago che è autrice di una monumentale opera sulla marchesa edita dalla Libreria Editrice Vaticana (che ho presentato qualche anno fa) evidenzia la sana inquietudine di Giulia di Barolo. “Dio l’ha resa inquieta nell’amorosa ricerca verso ogni fratello e sorella, l’ha portata ad uscire per farlo conoscere agli altri, ad andare a cercare l’uomo fin nei luoghi più degradati della società. Da qui si è fatta donna delle periferie […]”. La Tago sottolinea la femminilità della Marchesa, che è riuscita a farsi valere in un tempo in cui ancora il ruolo della donna non era tanto riconosciuto. E qui si potrebbe polemizzare con quanti ritengono che la Chiesa ha sempre sottovalutato la donna. Anche Giorgio Chiosso, sottolinea il coraggio di Giulia nelle “periferie dell’esistenza”, una donna che credeva nell’educazione per “costruire capacità” di intraprendere. Giulia fu una donna per rivalutare le tante donne abusate e escluse della società.
Le iniziative di Giulia erano ispirate al principio della “carità educatrice”. “Bella, colta, raffinata, apprezzata per la sua ospitalità e la sua intelligenza, avrebbe potuto vivere serenamente accanto al marito senza farsi carico di troppe responsabilità, godere senza egoismi dei loro beni, compiere con serietà le pratiche cristiane e fare la dovuta elemosina ai poveri com’era consuetudine tra gli aristocratici del tempo. E invece Giulia e Carlo Tancredi ragionarono in un’ottica molto diversa”. Oggi li definiremmo “laici impegnati”; la loro religiosità non era bigotta, rituale, ma attiva. I due dedicandosi all’impegno civico e politico, operano direttamente con i soldi propri, a differenza dei “politici”, “destinandoli non solo alla carità quotidiana, ma investendoli in opere durature con una mentalità che potremmo definire di tipo imprenditoriale”. Come faceva del resto a Napoli, Maria Cristina di Savoia, nei tre anni di regina del Regno delle Due Sicilie. Chiosso, rileva nell’opera educativa di Giulia rivolta al mondo femminile, un fil rouge convergente, da un lato l’avvio della scuola di Borgo Dora e nel medesimo tempo il difficile lavoro nelle carceri. “La scuola – secondo Chiosso – è concepita in un’ottica preventiva: quanto più le bambine non saranno lasciate a se stesse e avranno chi si cura di loro, tanto più sarà possibile che esse crescano con sani principi e non cadano nell’errore e nella devianza, andando fatalmente ad aumentare il numero delle fanciulle pericolanti o cadute o già carcerate”.
Ho già in altre occasioni occupandomi della biografia della marchesa, raccontato il percorso graduale e via via sempre più coinvolgente delle tante carcerate che sono state riabilitate dall’opera certosina di Giulia Barolo. Chiosso evidenzia il ruolo fondante della pedagogia della marchesa. Un ruolo che non ho mai trovato nei vari sussidi di pedagogia che mi è capitato di studiare sia nella scuola magistrale che all’università. Come mai il nome della marchesa o di suo marito non appare mai nei testi di pedagogia? L’itinerario pedagogico-religioso (la carità educatrice) degli sposi Barolo andrebbe conosciuto e studiato in questo momento storico di grande “emergenza educativa”. Vi chiedo ancora un po’ di attenzione, ci sono dei passaggi della relazione di Chiosso troppo importanti: “La laboriosità di Giulia documenta come la carità educatrice, agisce anche in un’altra direzione e cioè nel senso di una carità soccorrevole e abilitante: soccorrevole perché risponde ai bisogni reali delle persone più povere, ma anche abilitante perché non si limita ad assistere, ma si propone di fornire i mezzi per assicurare la propria sussistenza, individuati nell’istruzione, nella padronanza di un mestiere, nella promozione di una mentalità operativa e non parassitaria”, come è successo con il reddito di cittadinanza. Anche Chiosso evidenzia che la nostra Giulia non operava da sola, ma era pienamente inserita all’interno di un intreccio importante costituito da personalità notevoli, alcune dei quali già passate agli onori degli altari.
Primo tra tutti Pio Brunone Lanteri, don Luigi Guala, Giuseppe Cafasso, il giovane don Bosco. Segnalo gli altri interventi presenti nel saggio: Tiziana Ciampolini (Responsabili di un’eredità. Generare valore sociale ed economico per i territori). Stefano Zamagni (Per una carità delle opere che produca sviluppo) Di questo intervento mi pare importante segnalare qualche concetto: “Non basta re-distribuire, ma bisogna prima produrre”. Se io non genero risorse, non posso ridistribuirle. Zamagni rileva che nel mondo cattolico si pensa che “la ricchezza sia qualcosa che esiste a priori e che l’unico problema sia ridistribuirla”. E’ un pensiero che deriva nel mondo cattolico dal marxismo, che pretende soltanto distribuire le risorse, senza occuparsi di crearle. Giulia aveva capito che amare veramente il povero, non basta che io gli dia un pacco, con cui soddisferà i bisogni per oggi o per una settimana, devo pensare a come elevare le capacità che albergano in ciascuno di noi. Gli ultimi due interventi da segnalare, di Felicia Frascogna (Il carisma degli sposi Carlo Tancredi e Giulia. Le opere delle suore di Sant’Anna nel mondo) Florita Suarez (Figlie di Gesù Buon Pastore: il carisma della misericordia).
DOMENICO BONVEGNA
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