Cecilia Gargiulo di professione fa l’avvocato: specialista in diritto delle relazioni familiari e dei minori. Quando si parla di di certi argomenti spesso le parole si mischiano alle lacrime e quando hai esaurito le prime bisogna alzarsi dal divano e metterci la faccia. Storie brutte, tristi, drammatiche. Storie di violenza, negazioni e privazioni.
Storie di fragilità all’interno delle famiglie e della coppia. Cecilia, una donna prima di tutto, della sua professione di avvocato ne ha fatto il punto di forza. Sulla sua pagina web scrive: “Se filosoficamente l’umanità è una virtù morale che innalza al divino, più concretamente, auspico una “UMANITÀ” fatta di persone che abbiano il potere e la volontà di prendersi cura di altre persone, più fragili ma non meno “dignitose” e che in ogni ambito, siano piccoli in difficoltà, giovani, uomini, donne, anziani, non venga mai leso il loro diritto di essere umani, di essere considerati Umani e un valore per la società intera”. Credo che ognuno ci troverà la regola che gli serve. Magari gli darà riflessioni e azioni diverse, ma intanto ci saremo alzati dal divano. Perché la vita, come l’amore, non è un arrocco degli scacchi ma azione, scelte, diritti.
Cecilia & la sua vita
In questa lunga intervista scoprirete la sua anima. Una quotidianità dedicata alla cura dei fragili. Nata dalla volontà e dal bisogno di restituire sorrisi a bambini e adulti che in qualche modo sono lesi, nonché un senso di giustizia che si sente perduto. E se questo passa attraverso una battaglia legale, è pronta a combatterla!

Cecilia, la storia di un avvocato può essere sintetizzata in un’immagine: il codice. Il diritto di libertà, i diritti sociali e i diritti politici. Quello della ricerca degli ideali è il più pericoloso: devi raggiungere luoghi inesplorati, originali… Quanto ha contato l’ambizione nel tuo percorso? Che cosa significa indossare la toga?
C’è una frase di Piero Calamandrei che porto con me da sempre, come si porta una bussola: «L’avvocato deve essere il difensore non solo dell’imputato, ma della giustizia stessa.» Ogni volta che indosso la toga, quella frase torna. Non come un monito esterno, ma come qualcosa che sento nascere da dentro, dal profondo di una scelta che ho fatto molto prima di sapere davvero cosa significasse farla.
Calamandrei per me non è solo un giurista. È l’incarnazione di ciò che la toga dovrebbe essere: coscienza civile, presidio di libertà, voce di chi non ha voce. Era un uomo che credeva nel diritto come strumento morale prima ancora che tecnico. E io, in questo, mi riconosco profondamente. Perché il diritto — quello vero, quello che vale la pena esercitare — non è mai neutro. È sempre una scelta di campo. Non nel senso partitico, ma nel senso più alto: scegliere di stare dalla parte della persona, della sua dignità, della sua storia.

L’ambizione. Sì, ha contato. Ma devo essere onesta su cosa intendo con questa parola, perché ambizione può voler dire molte cose diverse. Non è stata l’ambizione del potere, né quella del riconoscimento. È stata l’ambizione degli ideali — quella che Calamandrei chiamava, appunto, la più pericolosa. Perché ti porta in luoghi dove le mappe non esistono, dove non c’è una risposta scritta da qualche parte ad aspettarti. Ti porta davanti a situazioni in cui il codice è necessario ma non sufficiente, in cui devi trovare dentro di te qualcosa che va oltre la norma: il giudizio, la sensibilità, il coraggio di sostenere una posizione anche quando è scomoda.
Ho scelto il diritto di famiglia non per caso. L’ho scelto perché è il terreno in cui la vita delle persone si mostra nella sua forma più vera e più fragile. Le separazioni, i figli, la violenza dentro le mura domestiche, i diritti dei minori: sono luoghi in cui il dolore è autentico, in cui le parole del codice si confrontano ogni giorno con la complessità dell’essere umano. Non puoi fare questo lavoro con distacco. Non puoi permetterti di essere fredda. Devi essere precisa — tecnicamente ineccepibile — ma devi anche saper leggere quello che non è scritto negli atti, quello che la persona di fronte a te non riesce ancora a dire.
Indossare la toga, per me, significa tutto questo. È un gesto che ha un peso fisico e simbolico insieme. Quando la indosso, entro in un ruolo che non è solo mio: è di tutti coloro che prima di me hanno creduto che il diritto potesse essere uno strumento di giustizia reale, non solo formale. È di Calamandrei, che scrisse pagine bellissime sull’avvocatura come missione civile. È di tutte le donne che prima di me hanno dovuto conquistare quel diritto di stare in un’aula di tribunale senza essere messe in discussione solo per il fatto di esserci.
E poi c’è una dimensione più intima, più personale. La toga è anche il confine tra me e il ruolo. Quando la indosso, so che quello che faccio non riguarda me — riguarda chi ho di fronte. Il cliente, il minore di cui sono curatrice, la persona che ha bisogno che qualcuno stia nel processo con competenza e con umanità. Quel confine non è distanza: è responsabilità. È la consapevolezza che le parole che dico in udienza hanno conseguenze reali nella vita reale di qualcuno.
Ma c’è una cosa che la toga non cambia, e che tengo a dire con chiarezza: i valori in cui credo non appartengono al ruolo. Appartengono a me. La giustizia, la tutela del più debole, il rispetto della dignità di ogni persona: non sono princìpi che indosso insieme alla toga e ripongo nell’armadio quando torno a casa. Sono il modo in cui guardo il mondo, sempre. Con o senza toga sono la stessa persona, animata dalle stesse convinzioni. Questo, forse, è il tratto che più mi avvicina a Calamandrei: per lui il diritto non era una professione separata dalla vita, era una forma di esistenza civile. E io non riesco a immaginarlo altrimenti.
L’ambizione, allora, è rimasta. Ma si è trasformata nel tempo. Oggi non ambisco a vincere ogni causa — ambisco a fare il mio lavoro in modo che, quando esco dall’aula, io possa dire di aver fatto tutto quello che era possibile fare, nel modo più corretto e più giusto possibile. Ambisco a essere degna della toga che indosso. Ambisco a non tradire quella frase di Calamandrei che continua, ogni giorno, a chiedermi qualcosa.
E ogni giorno, in qualche modo, cerco di risponderle.

La cronaca degli ultimi tempi ci restituisce l’immagine di una società piena di ombre: omicidi, violenze, stupri con i minori spesso nei panni dei cattivi. Dalla tua esperienza di avvocato: quale tipo di disagio è figlio dei nostri giorni? Dove si trova una via d’uscita?
Ogni volta che apro un fascicolo che riguarda un minore, che sia vittima o autore di un atto violento, la prima domanda che mi faccio non è giuridica. È umana: dove era questa persona quando stava crescendo? Chi ha visto? Chi non ha visto? Perché il disagio che oggi esplode nelle cronache non nasce all’improvviso. Ha una storia. Ha radici lunghe, spesso invisibili, che affondano nell’infanzia, nella famiglia, nel contesto in cui un essere umano si è formato — o si è deformato, per mancanza di cura, di ascolto, di confini chiari.
Il disagio dei nostri giorni ha un nome preciso: solitudine relazionale. Non la solitudine fisica — i ragazzi di oggi sono iperconnessi, sempre in contatto con qualcuno attraverso uno schermo. È la solitudine dell’anima. La mancanza di adulti capaci di stare davvero, di reggere le emozioni difficili di un figlio, di dire no quando serve e di spiegare perché. Vedo famiglie in cui i genitori sono presenti fisicamente ma assenti emotivamente. Famiglie in cui il conflitto tra adulti — la separazione, la guerra tra ex coniugi — diventa il paesaggio quotidiano in cui un bambino cresce, convinto che l’amore assomigli a una battaglia.
E poi c’è la povertà educativa. Non solo quella economica, che pure esiste ed è grave, ma quella culturale, quella affettiva. La difficoltà di trasmettere valori che non siano quelli del successo immediato, della forza come unico linguaggio riconosciuto, del dominio sull’altro come forma di identità. I minori che finiscono nei fascicoli giudiziari come autori di violenza quasi mai sono mostri nati tali. Sono, il più delle volte, il prodotto di un fallimento collettivo: della famiglia, della scuola, delle istituzioni, di una comunità che non ha saputo o potuto intercettarli in tempo.

Questo non significa deresponsabilizzare. La responsabilità individuale esiste e va riconosciuta, anche nei minori, con le forme adeguate alla loro età e al loro sviluppo. Ma significa rifiutare la narrazione pigra che trasforma il disagio in cattiveria congenita e chiude il caso con una condanna, senza chiedersi cosa è andato storto prima. Perché se non ci chiediamo cosa è andato storto prima, continueremo a rincorrere le emergenze senza mai affrontare le cause.
La via d’uscita? Non è una sola, e sarei disonesta se dicessi che esiste una soluzione semplice. Ma so dove bisogna guardare. Bisogna guardare alla famiglia, non come istituzione astratta da difendere retoricamente, ma come luogo concreto di relazioni da sostenere, accompagnare, formare. I servizi sociali devono avere risorse reali, non solo compiti formali. Le scuole devono tornare a essere comunità educanti, non solo erogatrici di programmi. I consultori, i centri di ascolto, le figure di mediazione familiare devono essere accessibili a tutti, non solo a chi ha i mezzi per cercarli.
E poi c’è qualcosa che riguarda ciascuno di noi, al di là delle istituzioni. Riguarda la capacità di tornare a guardare i bambini — quelli che ci circondano, quelli che conosciamo, quelli che vediamo crescere — con occhi davvero attenti. Non con il giudizio, non con l’indifferenza, ma con quella presenza adulta responsabile che è forse la cosa più rara e più preziosa che possiamo offrire a una generazione che sta crescendo con troppe domande e troppo poche risposte.
Io lo vedo ogni giorno, nei tribunali, nei fascicoli, negli occhi di quei bambini che incontro nel mio ruolo di curatrice. Bambini che non chiedono molto. Chiedono di essere visti. Chiedono che qualcuno li tenga. Chiedono che il mondo degli adulti smetta, almeno per un momento, di essere un campo di battaglia e torni a essere un posto sicuro.
Non è una pretesa irragionevole. È il minimo che dobbiamo loro.
Che definizione dai alla parola famiglia?
Famiglia è una parola che ho imparato a non dare per scontata. Nel mio lavoro — e nella mia vita — ho capito che definirla non è mai un esercizio teorico. È sempre un atto profondamente personale, carico di storia, di ferite, di bellezza.
La definizione che ho smesso di usare è quella più ovvia: quattro mura, un tetto, un cognome condiviso. Non perché non conti — la stabilità conta, eccome — ma perché ho visto troppe famiglie perfette nell’apparenza e devastate dentro, e troppe famiglie imperfette nella forma eppure piene, ricche, capaci di dare ai propri figli tutto quello che davvero serve.
Per me la famiglia è un campo di forza. È il luogo in cui una persona — un bambino soprattutto — impara che esiste, che vale, che è degna di essere amata. Non in modo astratto. In modo concreto, quotidiano, fatto di gesti piccoli e di presenze costanti. È il posto in cui si sperimenta per la prima volta cosa significa essere visti davvero. E quella prima esperienza lascia un’impronta che dura tutta la vita.
Ho scritto una dedica, per un libro che riguarda proprio questo. L’ho scritta pensando ai miei figli, Alberta e Antonio. L’ho scritta nei giorni in cui la nostra casa si è divisa — perché le case a volte si dividono, le storie a volte cambiano forma — ma in cui ho sentito con assoluta chiarezza che la nostra famiglia non si era spezzata. Si era trasformata. Aveva preso una forma diversa, ma era rimasta intera nell’unica cosa che conta davvero: l’amore.
Ho scritto che io e il loro padre siamo due sponde che li sostengono. Due voci che li chiamano con lo stesso nome: figlio, figlia, amore. E mentre scrivevo quelle parole, capivo che stavo dando la mia definizione più vera di famiglia. Non è la struttura. È la funzione. Non è la forma. È la sostanza.
Questo lo vivo anche professionalmente ogni giorno. Nei tribunali, nei procedimenti di affidamento, nelle storie di separazione che attraverso come avvocato e come curatrice dei minori, ho imparato a riconoscere la famiglia non dove la legge la disegna, ma dove i bambini la sentono. E i bambini la sentono dove c’è continuità affettiva, dove c’è rispetto, dove c’è la certezza — anche dopo la tempesta — di essere amati da entrambi i genitori, ciascuno nel modo e nel luogo in cui si trova.
La famiglia, per me, ha un concetto ampio. Comprende genitori separati che scelgono di restare alleati nella genitorialità. Comprende nonni che diventano pilastri quando i genitori vacillano. Comprende figure di riferimento che non hanno legami di sangue ma hanno dato presenza, calore, radici. Comprende tutte le forme in cui esseri umani scelgono di prendersi cura gli uni degli altri con fedeltà e con amore.

Quello che non comprende — e qui sono ferma, perché lo vedo nei danni che lascia — è la famiglia come campo di battaglia. La famiglia usata come strumento di potere tra adulti in conflitto, in cui i figli diventano ostaggi, messaggi, armi. Quella non è famiglia. È la sua negazione.
La famiglia vera, nella mia esperienza e nella mia vita, è il posto in cui anche quando tutto cambia — la casa, i giorni, la geografia degli affetti — resta qualcosa di incrollabile. Un amore che non ha bisogno di un tetto comune per essere reale. Che non si misura in metri quadri ma in profondità di legame.
L’ho scritto per Alberta e Antonio, perché lo capissero presto, prima che qualcuno glielo complicasse. E lo ripeto qui, con la stessa convinzione: la famiglia esiste dove esiste l’amore che tiene. Tutto il resto è forma. E la forma, senza sostanza, non basta a nessuno — e non basta, soprattutto, a un bambino.
4) Giudicare o difendere la vita degli altri a volte diventa complicato, si ha l’impressione di dover comporre quel cubo di Rubik che rappresentano. Se fosse possibile riscrivere una storia giudiziaria o politica quale sarebbe?
Il cubo di Rubik è un’immagine che sento mia. Perché ogni fascicolo che apro è esattamente questo: un sistema complesso di facce colorate che sembrano non trovare mai un ordine definitivo. Sposti un lato e ne disallinei un altro. Trovi un equilibrio su un piano e ne perdi uno su un altro. E intanto il tempo passa, i bambini crescono, le persone soffrono. La differenza tra il cubo di Rubik e la vita vera è che nella vita non c’è un algoritmo che garantisce la soluzione. Ci sei tu, con la tua competenza, la tua sensibilità, e il peso enorme di sapere che ogni mossa ha conseguenze reali.
Difendere o tutelare la vita degli altri non è mai un esercizio intellettuale. È un atto di responsabilità profonda. E con gli anni ho imparato che la parte più difficile non è la norma da applicare — quella si studia, si padroneggia, si affina. La parte più difficile è stare dentro la complessità umana senza perdersi, senza smettere di vedere la persona dietro l’atto, la storia dietro il comportamento, il bisogno dietro la richiesta.

Se potessi riscrivere una storia — giudiziaria o politica — sceglierei quella di Eluana Englaro.
Non perché abbia una risposta certa su cosa fosse giusto fare. Ma proprio perché non ce l’ho, e credo che chiunque dica di averla con sicurezza stia mentendo a sé stesso. Quella vicenda ha mostrato all’Italia intera quanto sia lacerante il confine tra diritto, etica, fede, medicina e politica. Ha mostrato quanto sia pericoloso quando la politica entra nelle aule giudiziarie non per legiferare in modo lungimirante, ma per occupare uno spazio che non le appartiene, per rispondere a una crisi con un decreto invece che con una legge costruita nel tempo, con cura, con rispetto per tutte le voci in campo.
Quello che riscriverei non è la decisione finale. Riscriverei il processo che ci ha portati lì. Riscriverei l’assenza — colpevole, imperdonabile — di una legge sul testamento biologico che l’Italia avrebbe dovuto avere decenni prima e che è arrivata solo nel 2017, con la legge 219, dopo anni di battaglie, dolori, silenzi istituzionali. Riscriverei la strumentalizzazione politica di una famiglia che chiedeva solo di poter esercitare il diritto di decidere per la propria figlia, in nome di lei, con il rispetto che ogni essere umano merita.
Quella vicenda mi ha insegnato qualcosa che porto ancora con me: che il diritto, quando è buono, anticipa il dolore. Non lo rincorre. Una buona legge nasce dalla capacità di immaginare le situazioni limite prima che diventino casi umani disperati finiti sui giornali. Nasce dalla volontà politica di affrontare le domande difficili senza rinviarle, senza delegarle ai tribunali perché la politica non ha il coraggio di rispondere.
E invece troppo spesso accade il contrario. Le grandi questioni etiche e sociali vengono lasciate in sospeso finché non esplodono. E quando esplodono, sono le aule di tribunale a doverle reggere — con gli strumenti del diritto vigente, che spesso non è adeguato, che spesso arriva in ritardo rispetto alla realtà che cambia.
È una delle frustrazioni più grandi di questo lavoro: sapere che potresti fare di più, meglio, in modo più giusto, se il sistema normativo fosse all’altezza della complessità della vita. E invece ti ritrovi a lavorare con quello che c’è, cercando di essere creativa nei limiti, rigorosa nella forma, umana nella sostanza.
Se potessi riscrivere una storia politica, riscriverei la capacità di questo Paese di legiferare con coraggio sulle questioni che fanno paura. Sulla morte, sulla vita, sulla famiglia, sui diritti di chi non ha voce. Riscriverei la tendenza a rimandare, a mediare al ribasso, a costruire leggi che accontentano tutti e proteggono nessuno.
Perché il diritto non dovrebbe mai arrivare dopo il dolore. Dovrebbe essere lì prima — come una mano tesa, come un confine chiaro, come una promessa che la società fa ai suoi membri più vulnerabili: ti vedo, ti riconosco, ti proteggo.
Questo è il diritto in cui credo. E questa è la storia che, ogni giorno, cerco di contribuire a scrivere — un fascicolo alla volta, un’udienza alla volta, un bambino alla volta.

Le donne in uscita da Centri antiviolenza e Case Rifugio vivono un percorso accidentato, fatto di ostacoli e difficoltà, che le espone a estrema vulnerabilità socioeconomica e al rischio di ricadere nella spirale della violenza… I freddi numeri dei femminicidio ci dicono che dal 2000 a oggi è costata la vita a più di tremila donne nel nostro Paese: in media in Italia ogni 2 giorni una donna viene uccisa dalla violenza di un compagno, un marito, un amico… Cosa altro si deve aggiungere?
Cosa altro si deve aggiungere. Me lo chiedo anch’io, ogni volta che leggo un nuovo nome sui giornali. Ogni volta che un caso diventa titolo, hashtag, dibattito televisivo durato il tempo di un’indignazione collettiva, e poi sparisce. Lasciando dietro di sé solo il silenzio e un’altra famiglia devastata.
I numeri li conosco. Tremila donne dal 2000 ad oggi. Una ogni due giorni. Sono numeri che dovrebbero togliere il sonno a un’intera classe dirigente, che dovrebbero pesare come macigni sulle coscienze di chi ha il potere di cambiare le cose e spesso sceglie di non farlo, o di farlo troppo poco, troppo tardi, troppo male.
Ma voglio dire una cosa che si dice raramente in questo dibattito. E la dico non per togliere spazio alla violenza sulle donne — che è reale, è sistemica, è una emergenza civile e culturale che non ammette minimizzazioni — ma perché tacerla sarebbe un’altra forma di ingiustizia.
Ci sono altri numeri. Numeri che non finiscono sui manifesti, che non diventano campagne di sensibilizzazione, che non trovano quasi mai spazio nel discorso pubblico. Sono i numeri dei padri separati che non reggono il peso di quello che la separazione, a volte, porta con sé: la perdita della casa, l’allontanamento dai figli, le difficoltà economiche, la solitudine. Uomini che scivolano in un dolore che non sanno nominare, che non trovano strutture pensate per loro, che non hanno un numero da chiamare, un posto dove andare, qualcuno disposto ad ascoltarli senza giudicarli.
Uomini che a volte scelgono di non esserci più.

Uno di quei numeri era un mio amico. Ed ha un nome. E quella consapevolezza — che dietro ogni statistica c’è una persona, una storia, un vuoto che nessun dato sa restituire davvero — è qualcosa che porto con me ogni giorno, nel mio lavoro e nella mia vita.
Non lo dico per costruire una falsa equivalenza, per dire che il dolore degli uni cancella il dolore delle altre. Lo dico perché credo che una società civile non possa permettersi di scegliere quali sofferenze meritano attenzione e quali no. Lo dico perché credo che il welfare, i servizi, la politica, debbano imparare a vedere tutti i pezzi del disastro — non solo quelli che fanno più rumore.
La violenza di genere va combattuta con leggi più severe che oggi abbiamo, con centri antiviolenza finanziati davvero, con percorsi di uscita che non lascino una donna sola davanti alla ricostruzione della propria vita. Su questo non ho dubbi e non ho esitazioni. Ma nello stesso respiro, chiedo che si costruiscano anche reti di supporto per i padri in crisi, sportelli di ascolto per gli uomini che non sanno più dove stare nel mondo, percorsi che intercettino il dolore prima che diventi silenzio definitivo.
Perché il problema, nella sua radice più profonda, è uno solo: siamo una società che non sa stare dentro il dolore. Che non ha imparato a dargli spazio, a trattarlo, a trasformarlo in qualcosa che non distrugga. Una società che aspetta l’emergenza invece di prevenirla. Che conta i morti invece di ascoltare i vivi quando chiedono aiuto, spesso senza parole, spesso senza sapere come farlo.
Cosa altro si deve aggiungere? Forse non servono altre parole. Servono azioni concrete, continuative, finanziate, strutturate. Servono politiche che guardino alla complessità della realtà senza semplificarla per convenienza. Servono adulti — nelle istituzioni, nelle famiglie, nelle comunità — capaci di stare accanto a chi soffre senza voltarsi dall’altra parte.
Serviva qualcuno che fosse lì per il mio amico. E non c’era.
Questo non me lo dimentico. E non me lo perdonerò mai come società.

Poi ci sono anche le parole sbagliate e i troppi ambiti in cui ancora si registra una differenza eccessiva tra i due mondi. Troppo spesso si legge ancora “omicidio passionale”, quando l’amore o la passione non c’entrano proprio…
Le parole non sono mai innocenti. Non lo sono mai state. Le parole costruiscono realtà, orientano percezioni, legittimano comportamenti. E quando una parola sbagliata entra nel linguaggio comune, nel linguaggio giornalistico, nel linguaggio giuridico, smette di essere solo un errore lessicale e diventa qualcosa di molto più pericoloso: diventa cultura.
“Omicidio passionale.” Due parole che mi fanno fisicamente male ogni volta che le leggo. Perché in quelle due parole c’è tutto il peso di una narrazione che ha protetto gli uomini violenti per secoli, che ha trasformato il possesso in amore, il controllo in devozione, la morte in tragedia romantica. Passionale. Come se la passione potesse giustificare, spiegare, quasi nobilitare un atto che è invece la forma più assoluta e irreversibile di sopraffazione. Come se uccidere qualcuno che ami — o che dici di amare — fosse una reazione comprensibile, quasi umana, quasi perdonabile.
Non lo è. Non lo è mai stato. E il fatto che questa espressione resista, che continui a comparire nei titoli dei giornali, nelle cronache, persino in certi atti processuali, non è una svista. È il sintomo di una mentalità che non ha ancora fatto i conti con sé stessa. Di una cultura che fatica ad abbandonare l’idea che una donna appartenga all’uomo che dice di amarla, e che lui abbia quindi — in qualche modo oscuro e mai dichiarato apertamente — il diritto di decidere della sua esistenza.
Le parole sbagliate non descrivono soltanto la realtà. La producono. “Era geloso perché la amava troppo.” “Non riusciva ad accettare la fine.” “Era un uomo disperato.” Quante volte abbiamo letto queste frasi? Quante volte abbiamo visto l’attenzione spostarsi dall’assassino alla vittima, dalla violenza alla crisi sentimentale, dalla responsabilità individuale alla fatalità del destino? È una distorsione sistematica che ha un nome preciso: vittimizzazione secondaria. E avviene ogni volta che il racconto pubblico di un femminicidio diventa, anche solo in parte, la storia di un uomo che ha perso la testa per amore.

Io credo nel potere delle parole anche in senso opposto, però. Credo che le parole giuste possano riparare, possano aprire spazi di comprensione, possano dare voce a chi non ne ha. Credo che chiamare le cose con il loro nome — femminicidio, violenza, controllo coercitivo, abuso — non sia un atto di militanza politica ma un atto di precisione civile. Significa rifiutare l’eufemismo come forma di complicità. Significa scegliere la chiarezza come atto di rispetto verso le vittime.
Nel diritto questa consapevolezza è fondamentale. Le parole che usiamo negli atti, nelle sentenze, nelle ordinanze, non sono neutre. Costruiscono precedenti, orientano interpretazioni, segnano la vita delle persone. Ho visto provvedimenti in cui il linguaggio tradiva ancora una visione paternalistica della donna, in cui le sue scelte venivano messe in discussione invece di essere tutelate, in cui la sua credibilità veniva valutata in base a parametri che non si sarebbero mai applicati a un uomo nella stessa situazione. Questo non è solo un problema di stile. È un problema di giustizia.
E poi c’è il linguaggio quotidiano. Quello che usiamo a casa, a scuola, con gli amici. Quello che i bambini assorbono senza che nessuno glielo insegni esplicitamente, semplicemente ascoltando come gli adulti intorno a loro parlano delle relazioni, del conflitto, dell’amore. Se crescono in un contesto in cui la gelosia viene romanticizzata, in cui il controllo viene scambiato per cura, in cui la violenza verbale viene minimizzata con un “tanto sono cose che si dicono” — crescono con una mappa emotiva distorta che nessuna legge, da sola, riuscirà a correggere.
Per questo credo che la battaglia culturale sulle parole sia tutt’altro che secondaria. È forse la più urgente di tutte. Perché cambiare una legge richiede una maggioranza parlamentare. Cambiare una parola richiede coraggio, consapevolezza, e la volontà collettiva di dire: no, così non va più bene. Non è passione. Non è amore. È violenza. Chiamiamola con il suo nome.
Solo quando le parole saranno finalmente all’altezza della realtà, forse anche la realtà potrà cominciare a cambiare.

Facciamo il punto: si parla di molestia sessuale quando…? Perché ultimamente i media fanno dei distinguo a seconda delle vittime. Per essere chiari ci può essere differenza di percezione tra maschi e femmine? Una norma che manca e che dovrebbe esserci?
Facciamo il punto, sì. Ma facciamolo davvero, senza semplificazioni e senza la tentazione di dire quello che è più comodo dire.
La molestia sessuale, nel nostro ordinamento, non ha una definizione autonoma e compiuta. È questo il primo problema, ed è un problema enorme. Il codice penale italiano disciplina le molestie all’art. 660 c.p. — disturbo alle persone — una norma pensata per tutt’altro, nata in un contesto storico lontanissimo dalla complessità delle dinamiche di potere e di genere che conosciamo oggi. Per le molestie a sfondo sessuale in senso stretto, si ricorre per lo più alle norme sulla violenza sessuale ex art. 609-bis c.p. e alle sue aggravanti, oppure agli atti persecutori ex art. 612-bis c.p. — il cosiddetto stalking — o ancora all’art. 609-bis nelle forme tentate. Ma una norma che definisca in modo preciso, autonomo e organico la molestia sessuale come condotta specifica, con una sua collocazione sistematica chiara e una sua risposta sanzionatoria proporzionata? Non esiste. Ed è una lacuna che il legislatore italiano non ha ancora avuto il coraggio di colmare, nonostante le sollecitazioni europee, nonostante la Convenzione di Istanbul ratificata nel 2013, nonostante anni di dibattito pubblico.
Questo vuoto normativo ha conseguenze concrete. Significa che chi subisce molestie — in ambito lavorativo, nella vita quotidiana, nelle relazioni — si trova spesso a dover ricorrere a fattispecie che non calzano perfettamente, che richiedono soglie di prova più alte, che lasciano zone d’ombra in cui il comportamento lesivo rimane impunito non perché non sia accaduto, ma perché il diritto non ha ancora trovato le parole per nominarlo.
E qui arriviamo al punto più delicato, quello che i media quasi sempre evitano: la percezione della molestia, e più in generale della violenza, non è uguale per tutti. Non perché alcune vittime contino meno di altre — ogni vittima conta, e ogni forma di violenza merita risposta — ma perché il sistema culturale, mediatico e talvolta anche giuridico applica filtri diversi a seconda di chi subisce.
Quando la vittima è una donna, il dibattito pubblico si accende, e giustamente. Quando la vittima è un uomo, accade qualcosa di diverso e di profondamente ingiusto: scatta lo scetticismo. La minimizzazione. Il sorriso imbarazzato. La domanda non detta — ma come è possibile? — che rivela quanto il nostro immaginario collettivo fatica ancora a riconoscere la vulnerabilità maschile come reale, come legittima, come degna della stessa attenzione e della stessa protezione.

Gli uomini vittime di violenza sessuale, di stalking, di abusi nelle relazioni affettive esistono. Esistono e sono invisibili. Invisibili culturalmente, perché la narrazione dominante non li contempla. Invisibili socialmente, perché chiedere aiuto per un uomo significa ancora, in troppi contesti, ammettere una debolezza che la società non gli ha mai insegnato a rivendicare come diritto. E invisibili giuridicamente — e questo è il punto che mi preme sottolineare con forza — perché alcune delle nostre norme, nella loro applicazione concreta, rivelano asimmetrie che non possono essere ignorate.
Penso al codice rosso, la legge 69 del 2019, strumento importante e necessario nella sua finalità di protezione delle vittime di violenza domestica e di genere. Ma penso anche a come, nella prassi applicativa, il genere della vittima pesi ancora nella valutazione del rischio, nell’urgenza della risposta, nella credibilità riconosciuta alla denuncia. Un uomo che denuncia maltrattamenti da parte della compagna o della moglie incontra ostacoli che una donna nelle stesse circostanze, almeno in teoria, non dovrebbe più incontrare. Incontra perplessità, tempi più lunghi, una rete di supporto quasi inesistente — perché i centri antiviolenza per uomini in Italia si contano sulle dita di una mano, e quelli finanziati adeguatamente sono ancora meno.
La norma che manca — e che dovrebbe esserci con urgenza — è duplice. Da un lato, una definizione legislativa autonoma e organica della molestia sessuale, che finalmente dia al fenomeno la sua collocazione giuridica propria, con standard di prova adeguati e risposte sanzionatorie chiare. Dall’altro, una legge che riconosca esplicitamente la neutralità di genere della violenza nelle relazioni affettive, che destini risorse reali all’ascolto e al supporto delle vittime maschili, che costruisca una rete di protezione che oggi semplicemente non esiste.
Perché il diritto, quando è giusto davvero, non sceglie a chi applicarsi in base al sesso di chi soffre. Protegge la persona. Ogni persona. Senza distinzioni, senza gerarchie del dolore, senza la pigrizia culturale di chi decide che certe vittime sono più credibili di altre.
Finché non saremo capaci di questo, non potremo dire di avere un sistema di tutela all’altezza. Potremo avere leggi. Ma non ancora giustizia.
Come è possibile riconoscere i segni della violenza, anche quando non sono visibili? Educando i ragazzi e i giovani si riesce ad arrivare anche dentro le famiglie. Può essere una soluzione?
I segni della violenza che non si vedono sono i più pericolosi. Perché la violenza che lascia un livido ha almeno la brutalità di mostrarsi, di rendere impossibile la negazione. Ma la violenza che non lascia tracce sul corpo — quella psicologica, quella economica, quella del controllo sistematico, quella dell’isolamento progressivo, quella delle parole usate come lame affilate nel chiuso di una stanza — quella può andare avanti per anni, invisibile a tutti, a volte persino a chi la subisce.
Ho visto persone arrivare in studio dopo anni di violenza che non avevano mai chiamato con quel nome. Donne — e uomini — convinti che quello che vivevano fosse normale, o comunque colpa loro. Che se il partner controllava il loro telefono fosse per amore. Che se li isolava dagli amici fosse gelosia, e la gelosia fosse prova di un sentimento. Che se li umiliava in privato fosse perché loro avevano sbagliato qualcosa. La violenza psicologica ha questa capacità devastante: riscrive la realtà di chi la subisce dall’interno. Non hai bisogno di sbarre se convinci qualcuno che fuori non c’è niente di meglio ad aspettarlo.
Riconoscere questi segni richiede uno sguardo educato — nel senso più letterale del termine. Uno sguardo che qualcuno ha insegnato a usare. E qui sta il cuore della domanda: l’educazione può essere la soluzione?
La mia risposta è sì. Non la soluzione unica, non la bacchetta magica, ma la fondamenta senza cui qualsiasi altro intervento rischia di restare in superficie. Perché le leggi puniscono dopo. L’educazione previene prima. E prevenire significa intervenire nel momento in cui le mappe emotive e relazionali si stanno ancora formando, quando un essere umano sta ancora imparando cosa significa amare, essere amato, rispettare, essere rispettato.
Cosa significa educare davvero su questo? Non significa fare una lezione in classe sulla violenza di genere, distribuire un opuscolo, celebrare il 25 novembre con qualche discorso e poi tornare alla normalità. Significa costruire un percorso continuo, trasversale, che attraversi tutte le discipline e tutti gli anni scolastici. Significa insegnare ai bambini, fin da piccoli, a riconoscere e nominare le proprie emozioni — perché un bambino che sa dire “sono arrabbiato” invece di colpire ha già fatto un passo enorme. Significa insegnare il consenso non come concetto astratto ma come pratica quotidiana, nelle piccole cose, nei giochi, nelle relazioni tra pari.
Significa insegnare agli adolescenti a riconoscere i segnali di una relazione tossica — il controllo, l’isolamento, la gelosia possessiva, la svalutazione sistematica — prima che quella relazione diventi la loro normalità. Perché la violenza nelle relazioni giovanili esiste, ed è in crescita, e spesso non viene riconosciuta come tale né da chi la subisce né da chi la esercita, perché entrambi mancano degli strumenti per darle un nome.

E poi c’è la parte che mi sta più a cuore, quella che riguarda il raggiungere le famiglie attraverso i figli. Sì, è possibile. L’ho visto accadere. Un ragazzo che a scuola apprende un nuovo modo di guardare le relazioni porta quel modo a casa. Fa domande. Mette in discussione dinamiche che dava per scontate. A volte — e questo è il momento più delicato e più prezioso — trova il coraggio di dire a qualcuno di fiducia quello che vede, quello che vive, quello che teme. Diventa, senza saperlo, un agente di cambiamento dentro il nucleo familiare.
Questo non significa scaricare sui figli la responsabilità di ciò che accade tra gli adulti. Significa riconoscere che l’educazione, quando è buona, crea una catena. Che un giovane con strumenti critici e relazionali solidi è meno vulnerabile alla violenza, meno incline a esercitarla, e più capace di riconoscerla intorno a sé e di chiedere aiuto — per sé o per chi ama.
Ma voglio essere chiara su una cosa: l’educazione funziona solo se è coerente. Se quello che si insegna a scuola trova conferma a casa, nelle istituzioni, nel linguaggio dei media, nel comportamento degli adulti di riferimento. Se invece un ragazzo esce dalla lezione sull’uguaglianza e torna a casa dove le dinamiche di potere tra i genitori raccontano tutt’altra storia, il messaggio si frantuma. Resta un’astrazione bella e inutile.
Per questo l’educazione alla relazione sana non può essere solo un compito della scuola. Deve essere un impegno collettivo. Delle famiglie, dei media, delle istituzioni, degli sportivi e degli artisti che i giovani seguono e imitano. Deve essere un impegno culturale profondo e duraturo, non una risposta emergenziale all’ultimo caso di cronaca.
Io ci credo. Ci credo perché ho visto cosa succede quando manca. Ho letto gli atti, ho ascoltato le storie, ho guardato negli occhi bambini che avrebbero avuto bisogno che qualcuno insegnasse loro — e ai loro genitori — un alfabeto diverso. Un alfabeto fatto di rispetto, di confini, di libertà reciproca, di amore che non possiede ma accompagna.
Quell’alfabeto si insegna. Si impara. E può cambiare tutto.

La generazione dei ventenni ci accusa di avergli lasciato un Paese malato e sofferente. Sei d’accordo?
Sì. Sono d’accordo. E lo dico senza difese, senza giustificazioni, senza il riflesso condizionato di chi appartiene a una generazione e sente il bisogno di proteggerla dall’accusa.
Sono d’accordo perché l’onestà è l’unica forma di rispetto autentico che possiamo offrire a chi viene dopo di noi. E l’onestà impone di guardare in faccia quello che abbiamo costruito — o che non abbiamo costruito — e di avere il coraggio di dire: sì, avremmo potuto fare di più. Sì, abbiamo sbagliato. Sì, vi abbiamo consegnato un Paese che porta i segni di scelte mancate, di visioni corte, di interessi particolari anteposti al bene comune.
Ma voglio andare oltre il semplice accordo, perché sarebbe troppo facile e troppo poco onesto fermarsi lì.
Questa generazione di ventenni è cresciuta in un tempo accelerato, frammentato, saturo di stimoli e povero di radici. Ha visto la crisi economica del 2008 divorare le certezze dei propri genitori. Ha vissuto una pandemia nell’età in cui si dovrebbe imparare a stare nel mondo. Ha ereditato una crisi climatica che non ha creato ma che dovrà gestire. Ha trovato un mercato del lavoro che chiede tutto e offre poco, un sistema universitario che spesso non prepara alla realtà, un welfare che non la contempla davvero come soggetto di diritti propri.
E ha trovato anche qualcos’altro: una classe politica che per decenni ha anteposto il consenso immediato alle riforme strutturali, che ha preferito promettere piuttosto che costruire, che ha usato il futuro come moneta di scambio senza mai presentare il conto a sé stessa. Noi — e uso questo noi consapevolmente, con tutto il peso che comporta — abbiamo spesso scelto la comodità del presente a scapito della solidità del futuro. Abbiamo accumulato debito pubblico, abbiamo lasciato marcire le infrastrutture sociali, abbiamo permesso che la scuola e la sanità pubblica si svuotassero lentamente di risorse e di dignità.
E poi c’è una dimensione ancora più intima, che conosco bene perché la incontro nel mio lavoro ogni giorno. Abbiamo lasciato crescere troppi ragazzi dentro famiglie in guerra. Li abbiamo esposti ai nostri conflitti, alle nostre incapacità relazionali, alle nostre separazioni gestite male, ai nostri silenzi e alle nostre urla. Li abbiamo fatti crescere dentro case in cui l’amore era diventato un campo di battaglia, e poi ci siamo stupiti se faticano a costruire relazioni sane, se non sanno gestire il conflitto, se cercano nel digitale quella connessione emotiva che nel reale non hanno trovato.

Detto questo — e lo dico con la stessa franchezza — non accetto che l’accusa diventi esimente. Non accetto che la narrazione del Paese malato e sofferente diventi una prigione identitaria per chi ha vent’anni oggi. Perché ogni generazione ha ereditato qualcosa di rotto. La mia ha ereditato le macerie di un sistema politico imploso, la corruzione come sistema, il cinismo come cultura dominante. Eppure qualcosa ha costruito. Ha cercato, ha resistito, ha provato.
Quello che chiedo ai ventenni — con rispetto, non con arroganza — è di non fermarsi all’accusa. Di trasformarla in energia. Di prendere quello che hanno ricevuto, anche nelle sue parti più dolorose, e di usarlo come combustibile per fare diversamente. Non meglio in astratto — diversamente, nel concreto delle loro scelte quotidiane, delle relazioni che costruiscono, del modo in cui partecipano o scelgono di non partecipare alla vita civile e politica del Paese.
Perché il rischio più grande non è ereditare un Paese malato. Il rischio più grande è convincersi che non valga la pena curarlo.
Io non ci credo. Ho scelto un lavoro in cui ogni giorno mi occupo di pezzi rotti — famiglie, relazioni, diritti negati — e ogni giorno cerco, nel mio piccolo, di ricucire. Non sempre ci riesco. Spesso il sistema è più grande di me. Ma non ho mai smesso di provarci. E non ho mai smesso di credere che valesse la pena farlo.
Ai ventenni che ci accusano dico: avete ragione. E avete anche la responsabilità di quella ragione. Perché conoscere il problema è già metà della soluzione. L’altra metà sta nella scelta di non restare fermi nell’accusa, ma di muoversi — con tutta la forza, la creatività e l’impertinenza che solo vent’anni sanno dare — verso qualcosa di diverso.
Noi vi abbiamo lasciato un Paese malato. Abbiate il coraggio — e la generosità — di restituircelo guarito.

La forza di Cecilia per cambiare le regole del gioco?
Bauman la chiamava società liquida. Io, nei momenti più bui, la chiamo liquame. Non lo dico per cinismo — lo dico per onestà, per quella stessa onestà che mi ha insegnato a non abbassare gli occhi davanti alla realtà, anche quando fa male guardarla. Viviamo in un tempo in cui tutto scorre senza depositarsi, in cui i valori si dissolvono prima di diventare radici, in cui la velocità ha sostituito la profondità e il rumore ha preso il posto del silenzio necessario.
Eppure, io non mi sono arresa. E non mi arrendo.
E voglio dire con precisione perché. Non per forza di volontà astratta. Non per un ottimismo di facciata che sarebbe il tradimento più grande di tutto quello che ho vissuto e che ho visto. Mi sono arresa no perché ogni volta che sono sul punto di farlo, il mondo mi restituisce qualcosa che mi richiama indietro con una potenza che nessun argomento razionale potrebbe eguagliare.
Mi restituisce gli occhi di un ragazzo di sedici anni in una scuola di periferia che, durante un incontro sull’educazione alle relazioni, alza la mano e dice una cosa vera. Una cosa che probabilmente non ha mai detto ad alta voce prima. E in quell’istante sento che qualcosa si è spostato — dentro di lui, e dentro di me. Mi restituisce lo sguardo di una studentessa universitaria che dopo una lezione mi aspetta fuori dall’aula e mi dice che ha capito qualcosa di sé. Non di diritto. Di sé.
Questi momenti non sono margini. Sono il centro. Sono la ragione per cui continuo.
Credo nella gentilezza come atto rivoluzionario. In un tempo che premia la durezza, l’ironia difensiva, il distacco come forma di intelligenza, scegliere la gentilezza è un gesto sovversivo. Non è ingenuità — è coraggio. È la scelta consapevole di restare umani anche quando il contesto spingerebbe verso l’indurimento, verso la corazza, verso quella forma sottile di rassegnazione che si maschera da realismo.
Ho abbracciato persone che avevano smesso di credere di meritare un abbraccio. Ho visto sorrisi tornare su volti che sembravano averli dimenticati. Ho tenuto la mano — metaforicamente, e a volte letteralmente — a madri, padri, bambini, che erano arrivati da me con la certezza che nessuno potesse più fare niente per loro. E qualcosa, quasi sempre, si è mosso. Non sempre come volevamo. Non sempre come speravamo. Ma si è mosso.

Perché gli esseri umani hanno una capacità di resilienza che continua a stupirmi, dopo anni di questo lavoro. Una capacità di rialzarsi, di ricominciare, di trovare un senso anche dove sembrava non esservene più. E ogni volta che lo vedo accadere, mi ricordo perché ho scelto questa professione. Non per le sentenze. Non per le carte. Per questo.
Nelson Mandela diceva che sembra sempre impossibile finché non è fatto. E io ci credo. Ci credo nei tribunali, dove a volte una sola parola giusta nel momento giusto cambia la traiettoria di una vita. Ci credo nelle scuole, dove uno sguardo adulto che riconosce davvero un ragazzo può diventare l’ancora che lo tiene. Ci credo negli studi legali, nei corridoi dei tribunali, nei centri di ascolto, negli spogliatoi delle palestre e nei cortili delle scuole — in tutti quei luoghi ordinari dove si gioca la partita straordinaria dell’essere umani.
La mia forza per cambiare le regole del gioco? È esattamente questa. È la scelta quotidiana, rinnovata ogni mattina, di credere negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani. Di non cedere alla narrazione del liquame. Di tenere gli occhi aperti su quella parte del mondo che resiste, che fiorisce, che sorride — non per ingenuità ma nonostante tutto.
È l’abbraccio di una madre che ha ritrovato i suoi figli. È la voce di un padre che per la prima volta riesce a parlare del suo dolore senza vergogna. È il tema di un quindicenne che descrive cosa significa rispettare qualcuno. È la stretta di mano di una persona che esce dal mio studio con qualcosa in più di quando è entrata — non necessariamente una vittoria giuridica, ma una direzione, una speranza, la sensazione di non essere sola.
Sono questi i sorrisi del cuore. Quelli che non si fotografano, che non finiscono sui social, che non diventano titoli di giornale. Ma che restano. Restano in chi li riceve e restano in chi li dona. E sono, nella loro silenziosa ostinazione, la cosa più potente che conosca.
Camus scriveva che bisogna immaginare Sisifo felice. Io aggiungo: bisogna immaginarlo convinto. Convinto che il masso valga la salita. Convinto che il tentativo abbia senso anche quando il risultato non è garantito. Convinto che esistere con pienezza, con cura, con presenza autentica — in una professione, in una famiglia, in una comunità — sia già, di per sé, un atto di cambiamento.
Io sono convinta. Lo sono nei giorni facili e lo sono, con più fatica e più orgoglio, nei giorni difficili. Lo sono quando vinco e lo sono quando perdo. Lo sono quando il sistema funziona e lo sono quando mi scontra contro i suoi muri.
Perché cambiare le regole del gioco non significa sempre vincere la partita. Significa restare in campo. Significa giocarla fino in fondo, con lealtà e con passione, senza smettere di credere che valga la pena farlo.
E io, finché avrò voce e fiato, non smetto.
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