Le minacce del Longo al Rettore
Dopo solo quattro giorni dalle elezioni a Rettore del 1998 il prof. Peppe Longo, certo che le promesse fattegli, quale contropartita alla rielezione del Cuzzocrea, non si erano ancora concretate, decise di passare all’azione, ponendo in essere condotte minatorie in danno del neo eletto.
L’episodio più indicativo avvenne alle ore 17,20 dell’8 Maggio 1998, quando Longo si presentò nell’ufficio di Capodicasa e reclamò un incontro con il Rettore da tenersi, perentoriamente, prima della sua partenza per la Calabria, programmata per la successiva domenica 10 Maggio.
Per far comprendere al Capodicasa, in maniera inequivocabile, la sua volontà che l’incontro avvenisse prima della sua partenza, il Longo disse testualmente: “perché se non vado in Calabria, qua, da mercoledì TU-TUN -TUN-TUN (ndr. simulò degli spari)…. Chiaramente che devo dire … siamo … abbiamo a che fare con pazzi… inconcludenti, é circondato da persone strane che non si rendono conto della situazione”.
Eugenio Capodicasa, colto di sorpresa, prese molto sul serio la pretesa del Longo e la correlata minaccia, tanto che, subito dopo la conclusione del colloquio con il medico, si recò a parlare con il Rettore.
Dopo qualche minuto, alle 17,35 Capodicasa chiamò il Longo sul cellulare e, senza ulteriori chiarimenti, lo invitò a recarsi al Policlinico.
Anche Giacomo Ferraù e Diego Cuzzocrea dimostrarono di non aver preso alla leggera il comportamento del Longo e alle 17,49 furono già sulla vettura di Capodicasa, diretti verso il Policlinico per l’incontro chiarificatore con il gastroenterologo.
Durante il tragitto verso il nosocomio, il segretario riferì al Rettore il contenuto del colloquio avuto con Longo e il primo commentò testualmente: “Ebbè e che c’entra tutto questo CU SPARARI?”.
Il commento del Rettore chiarì inconfutabilmente, alle attente orecchie di D’Arrigo e Miroddi, che la minaccia posta in essere dal Longo fu considerata seria e proveniente da soggetto capace di attuarla, direttamente o per interposta persona.

A tal riguardo, il Rettore disse esplicitamente: “Piglia due studenti e ci fa sparari a quattru machini, cosa che ha già fatto”, attribuendo implicitamente allo stesso Peppe Longo la responsabilità del danneggiamento dell’autovettura di Capodicasa.
Peraltro, ciò che voleva il Longo era noto sia al Rettore che al duo Capodicasa – Ferraù, tanto che il Segretario, in riferimento alle pretese del Longo disse: “poi quello che vuole esattamente è quello….poi che cosa significhi questo… ”, manifestando, al contempo, la preoccupazione che il personale della Squadra Mobile, nei loro servizi di appostamento e pedinamento, potessero vederli in compagnia del Longo.
Il contenuto del colloquio riservato tra il Cuzzocrea e Longo al Policlinico non poté essere colto dagli investigatori, stante la celerità nell’esecuzione, per la mancanza di un servizio intercettivo, nonostante ciò alcuni commenti di tale conversazione a “quattrocchi” furono colti allorquando il Rettore, il Ferraù e Capodicasa salirono nuovamente sull’auto di quest’ultimo per fare rientro al rettorato. Certo è che il luogo dell’incontro fu prescelto, evidentemente perché, per ragioni logistiche, limitava al minimo il rischio che la conversazione tra il Rettore e Longo potesse essere notata, stante anche l’elevato numero dei locali nei quali i due avrebbero potuto appartarsi. Cose di cui parlare ne ebbero certamente, perché i tempi delle intercettazioni permisero di comprendere ai ragazzi della Mobile che il colloquio, tra il Longo e il Rettore, durò un’ora e trenta minuti circa.
La microspia a suo tempo collocata sulla Renault Clio del Capodicasa, per motivi tecnici, non consentì, agli addetti alla Sala Ascolto della Questura, di cogliere appieno quale fosse l’oggetto della contesa e quale pressante richiesta di Longo abbia giustificato la precipitosa organizzazione dell’incontro con il Rettore, stante anche il linguaggio ermetico utilizzato dai tre (Cuzzocrea, Capodicasa e Ferraù).

Cuzzocrea, dopo aver fatto un oscuro riferimento a un contatto avuto con un malavitoso calabrese che aveva offerto i suoi servigi, espresse, con una certa virulenza, il suo convincimento del coinvolgimento di Longo negli attentati e nei vari atti intimidatori subiti. Quello che accadde dopo l’8 Maggio 1998, agli inquirenti dell’epoca, sembrò che fosse il risultato dell’accoglimento delle richieste del Longo, anche in considerazione del fatto che, l’11 maggio, il Ferraù telefonò a Longo che si trovava in Calabria, per rassicurarlo del suo interessamento per risolvere tutte le questioni in sospeso.
In considerazione di quanto emerso, nei frenetici e significativi incontri e contatti intervenuti l’8 maggio, il capo della Mobile Bocca e il vice Bonaccorso decisero di predisporre un adeguato servizio di pedinamento del professore Longo, al fine di verificare quale fosse il contatto in terra calabra al quale dovevano essere riferite le risultanze dell’incontro del Rettore.
L’unico contatto di particolare importanza investigativa avvenne tra Longo e Giovanni Morabito, il soggetto incontrato agli imbarcaderi di Villa San Giovanni alcuni mesi prima, proprio presso l’abitazione del secondo e durato circa un’ora.
In tale circostanza, all’uscita della casa del Morabito, Longo lo salutò calorosamente stringendogli la mano e baciandolo, a testimonianza dei particolari rapporti di amicizia tra i due.

Le particolarità dell’incontro e la condotta, talmente sospetta e guardinga del Longo, fecero intuire agli inquirenti che il servizio fosse stato scoperto dal medico messinese e che per tale motivo egli eseguisse quelle modalità comportamentali.
I risultati ottenuti da tutta l’attività di intercettazione, la mole dei dati raccolti, nonché le attività di riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia, permisero alla Squadra Mobile di presentare, il 24 Aprile 1998, una dettagliata informativa di reato a carico del Longo, denunziandolo quale partecipe dell’associazione mafiosa africese capeggiata da Morabito Giuseppe detto “tiradritto”.
Inoltre, nella stessa informativa furono denunziati Ferraù, Capodicasa, Giovanni Raimondo, Diego Cuzzocrea e Adriana Laganà, perché ritenuti responsabili di aver favorito le condotte di Longo, quale componente dell’associazione mafiosa sopra descritta.
A completare il quadro delineato il 24 Aprile, il successivo 27 Maggio 1998 fu depositata altra informativa di reato che escluse definitivamente altre ipotesi investigative ancora “sospese”, in riferimento all’omicidio Bottari, che illustrò i particolari rapporti del prof. Longo con esponenti della criminalità organizzata.
Nella menzionata comunicazione della Mobile, si poneva in evidenza l’anomalo comportamento tenuto dal prof. Diego Cuzzocrea che, a fronte delle gravi minacce del Longo, non denunziò immediatamente i fatti alle FF.OO. ma, addirittura, si recò a incontrare il suo minacciatore, evidentemente perché conscio che il Longo avesse i mezzi e le capacità per potergli nuocere gravemente. Fra l’altro, i risultati acquisiti in corso di indagine misero in evidenza che il Longo, all’interno dell’Università, fosse circondato da un’aura misteriosa ma inquietante di contiguità criminale, per la quale la sua vicinanza al Rettore provocava a quest’ultimo un danno di immagine.
Ciò che restava da verificare agli investigatori fu se tale fama fosse stata artatamente costruita dal Longo per ottenere vantaggi personali, come supponeva il Cuzzocrea, oppure alla stessa corrispondevano effettivi rapporti con persone individuate iscrivibili in gruppi criminali organizzati.
Per tale ragione, dall’Aprile 1998 in poi il pubblico ministero, Carmelo Marino, autorizzò e delegò personale della Mobile a procedere all’interrogatorio di collaboratori di Giustizia.

Longo e i racconti dei pentiti
Una volta deciso di approfondire la pista dei contrasti tra il Longo e Bottari e ipotizzato che l’omicidio del secondo potesse essere stato originato da un “messaggio trasversale” inviato al prof. Cuzzocrea, a seguito dell’allontanamento del Longo dal Rettorato, la Procura della Repubblica, nella persona del PM Carmelo Marino, d’intesa con i vertici della Mobile, decisero di verificare se qualche collaboratore di giustizia, specie della sponda reggina, in considerazione dei particolari rapporti di affetto e di interesse che legavano il prof. Longo a quella terra, potesse contribuire a fornire un quadro esaustivo sulla complessità della personalità del medico messinese, alla luce della millantata conoscenza di ambienti criminali con i quali aveva creato una sorta di alone di mistero sulla sua persona.
L’intento del Procuratore e degli investigatori era quello di apprendere dai collaboratori, non certo notizie utili sulle modalità esecutive o all’identificazione degli autori dell’omicidio del prof. Bottari Matteo, in considerazione dell’eccessivo tempo trascorso, rispetto al momento iniziale della loro collaborazione, ma quello di poter meglio comprendere il contesto in cui il gravissimo fatto di sangue era maturato e le potenzialità “criminali” del Longo.
Il primo collaborante che fu interrogato fu il “re dei pentiti di ’ndrangheta” cioè il pluripregiudicato calabrese Lauro Ubaldo Giacomo, il quale, in data 02/04/1998, fornì un primo positivo contributo all’attività di indagine riferendo quanto segue:
- Il Longo era conosciuto dal Lauro sin dagli anni ’80, quando era ancora un giovane ricercatore, e si prodigava, a richiesta, a favorire soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, tanto da prestare cure allo stesso Lauro allorquando fu latitante nel 1987/88;
- Il docente messinese era “vicino e protetto” dalla cosca Morabito di Africo, tanto che il “tiradritto” intervenne in suo favore per farlo liberare allorquando fu sequestrato da alcuni “cani sciolti”. Fra l’altro, il Longo era in rapporti con Sculli Francesco, genero del prefato Morabito Giuseppe;
- Il gastroenterologo peloritano era anche amico dei componenti maschi di una famiglia africese, anch’essa a nome Morabito, inserita nella ‘ndrina del “tiradritto”, uno dei quali era medico a Bologna.

– omissis – A.D.R. Il Dr. Giuseppe Longo, che io conosco come Ricercatore dell’Università di Messina, era una persona che favoriva il mio gruppo e più esattamente del gruppo SARACENO – LAURO tanto che il suddetto veniva a curare me ed il SARACENO quando eravamo latitanti nell’anno 1987/88 in una casa di Scilla. Il Longo, avendo sposato tale ZAPPIA di Bruzzano Zeffirio, era vicino al genero del Tiradritto tale SCULLI, imprenditore edile originario proprio di Bruzzano. Di conseguenza é evidente che il Longo era vicino e protetto dal Morabito Giuseppe” al punto tale che, quando fu sequestrato nel 1991, da “cani sciolti”, fu successivamente, dopo alcuni giorni rilasciato per l’autorevole e decisivo intervento dello stesso Peppe Morabito come io stesso posso testimoniare essendo in quel periodo a Brancaleone. Al Longo si affiancava spesso, nel periodo 1987, un medico a nome Morabito, di Africo Nuovo, che faceva il ginecologo o il dentista a Modena o a Bologna. Detto medico, essendo di Africo, era sottoposto, insieme ai suoi fratelli, all’autorità ed all’influenza del gruppo mafioso riconducibile a Peppe Morabito. Il Longo Giuseppe fu introdotto in tale ruolo in forza della conoscenza che vantava con Nino SARACENO, che risale al 1981/82, anno in cui quest’ultimo fu inviato in Messina, quale soggiornante obbligato, e frequentava l’ambiente universitario ove conobbe il Longo. – omissis -(All. n. 1 dell’Informativa di reato del 27/05/1998)
Le numerose e particolareggiate circostanze riferite dal Lauro furono puntualmente riscontrate dagli accertamenti effettuati sotto la direzione del dr. Bonaccorso, tanto che fu verificato che:
- Effettivamente il Lauro e tale Saraceno Antonino avevano trascorso un periodo di comune latitanza, tra la fine del 1987 e l’inizio del 1988, in una casa di Marina di Scilla (RC), circostanza questa confermata anche da altro collaboratore di Giustizia a nome Nasone Rocco;
- gli elementi indicati dal Lauro sulla famiglia e sulla personalità del Longo, in riferimento ai rapporti di trentennale amicizia di quest’ultimo con il Morabito Giuseppe, erano veritieri sia con riferimento alla sua conoscenza del paese natio della moglie del docente messinese, nonché addirittura alla verificata appartenenza di quest’ultimo ad una Loggia Massonica, dimostrando come il collaboratore avesse avuto con il medico peloritano rapporti tali da consentirgli di apprendere notizie e particolari sulla propria vita privata non certo riferibili ad una persona appena conosciuta;
- veritieri risultarono i particolari sui fratelli Morabito, legati alla cosca del “tiradritto”, uno dei quali, a suo dire lavorava a Modena o Bologna ed era particolarmente legato al Longo. Questi si identificò in Morabito Leo, medico in Budrio (BO), che in passato fu presidente del collegio sindacale della società C.P.Z. Srl, sedente nel comune di Bruzzano Zeffirio il cui Amministratore Unico fu proprio il citato Longo Giuseppe.
In riferimento alla circostanza narrata dal Lauro circa la liberazione del Longo dal patito sequestro di persona, su ordine del boss Giuseppe Morabito “tiradritto”, intervennero le dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di Giustizia Scopelliti Giuseppe, innanzi ai Sostituti Procuratori della Procura della Repubblica di Messina Dott. C. Marino e Dott. V. Barbaro, in data 05/07/1998, in cui dichiarò di aver effettuato un intervento, sulla famiglia Barbaro di Platì (RC), affinché venisse liberato il dr. Longo Giuseppe, precedentemente sequestrato.
Inoltre, proprio in riferimento ai rapporti tra il Lauro e il Longo, lo Scopelliti disse:
“…Omissis… Mi risulta che elementi del gruppo SARACENO, ed in particolare il LAURO Giacomo, erano particolarmente vicini al gruppo Morabito ed al loro capo Morabito Giuseppe detto “Tiradritto”, al quale erano legati, se non erro, da un rapporto di comparato. Il SARACENO, poi, era molto vicino al Longo, come ho desunto dal fatto che in più occasioni il TRAPANI – cognato del SARACENO – mi disse che qualora avessi avuto bisogno di interventi sanitari per mia moglie, avrei potuto rivolgermi al Longo. Quest’ultimo, difatti, aveva in cura la moglie di Salvatore SARACENO, sorella di Giovanni TRAPANI, che soffriva di disturbi all’apparato digerente …Omissis…” .

Le dichiarazioni dello Scopelliti riscontrarono positivamente quanto in precedenza dichiarato dal Lauro, sia sulla circostanza della liberazione del Longo, sia in ordine ai particolari rapporti esistenti tra quest’ultimo e la famiglia Saraceno.
Qualche giorno dopo l’interrogatorio del Lauro, il 03/04/1998, fu interrogato il collaboratore di giustizia Pansera Claudio, il quale poco aggiunse a quanto riferito dal Lauro Ubaldo Giacomo sulla personalità del docente messinese anche se identificò il Morabito Rocco del convivio di Bianco (RC) del 1991, dopo la liberazione del Longo, quale componente di una famiglia di Africo, omonima di quella del “tiradritto” ed a quest’ultima affiliata.
Di tale famiglia, oltre al Morabito Rocco, per il quale il Pansera diceva che era stato arrestato a Messina per un’estorsione, facevano parte il fratello Morabito Giovanni, incontrato a Villa S. G. (RC) dal Longo, e l’altro fratello a nome Leo indicato dal Lauro.
Ampio e positivo riscontro ebbe la circostanza riferita dal collaborante, in ordine all’arresto di Morabito Rocco, avvenuto in data 09/06/1993, da questa Squadra Mobile, unitamente ad altro pregiudicato locrese, tale Cordì Vincenzo, nella flagranza del reato di tentata estorsione in danno del titolare di una ditta che gestiva la mensa della Casa Circondariale di Locri, meglio indicata nella società di ristorazione SIR Srl di Messina.
Peraltro, nella circostanza, il Morabito Rocco, come alibi, dichiarò agli investigatori di aver raggiunto la città di Messina perché aveva un appuntamento con il dr. Longo Giuseppe.
Inoltre, il Morabito Rocco è fratello del summenzionato Leo, nonché di Giovanni, deceduto qualche anno addietro, con il quale Longo Giuseppe ha avuto stretti legami di frequentazione, come riscontrato dai registrati incontri, in corso di indagine, dell’08 Febbraio e del 12 Maggio 1998, come si è evidenziato nelle precedenti puntate della presente ricostruzione.
Altre circostanze di particolare significato furono ottenute dalle dichiarazioni del boss Barreca Filippo, profondo conoscitore della ‘ndrangheta reggina, divenuto collaboratore di Giustizia, il quale, nel suo interrogatorio, effettuato in data 28 aprile 1998, così ebbe a riferire:
– omissis –
Sin dagli anni ‘70, le cosche ‘ndranghetiste dei Mammoliti e dei Piromalli hanno sempre esercitato la loro influenza sull’Università di Messina, sia in relazione all’aggiudicazione degli appalti, che a forniture di beni e servizi a favore del Policlinico Universitario. Non saprei dire come avveniva la procedura che portava a condizionare gli appalti e le forniture suddette. So soltanto che dette famiglie, come la famiglia Pelle, della zona jonica, vicina ai Nirta, avevano interessi all’interno dell’Università di Messina.
Non saprei dire chi erano i referenti messinesi di tali famiglie so comunque che le stesse potevano contare sull’aiuto della famiglia Cuzzocrea di Reggio Calabria che so che hanno un deposito di medicinali a Reggio Calabria. Al riguardo le mie informazioni provengono da Araniti Santo, di recente condannato per l’omicidio di Lodovico Ligato, in ordine al quale io ho reso dichiarazioni accusatorie di un certo peso.
Durante la mia detenzione in Messina, negli anni tra il 1983 ed il 1985, mi avvalsi della compiacenza e dell’amicizia di tale Dr. Longo che all’epoca svolgeva il suo servizio presso la I Clinica Medica del Policlinico Universitario diretta dal Prof. Squadrito. L’intervento del Dr. Longo fu nel senso di trattenermi a lungo in degenza presso il Policlinico.

Ricordo che fu Antonio Pelle a farmi sapere, mentre ero detenuto a Messina, che potevo fare affidamento sul Dr. Longo. Quest’ultimo so essere originario di Staiti, o forse lo é la moglie ed inoltre so che era collegato con la famiglia Morabito della zona jonica, facente capo a “Peppe Tiradritto”. Fu per questo che rimasi sorpreso quando appresi che il suddetto era stato sequestrato negli anni ottanta. So che il Dr. Longo é proprietario di un terreno vicino Staiti.
Tornando al discorso dell’infiltrazione ‘ndranghetista, posso riferire che i rappresentanti degli studenti, così come anche il “grifo”, erano designati previo interessamento delle famiglie calabresi.
Le mie informazioni si arrestano tuttavia al 1992, anno in cui ho deciso di collaborare con la giustizia.” …omissis…
Le rivelazioni del Barreca Filippo si dimostrarono di particolare importanza, in quanto riferì di aver appreso, da un “uomo d’onore” del calibro di Antonio Pelle, che per le sue necessità poteva fare affidamento sul Dr. Giuseppe Longo.
Altra particolare circostanza narrata dal Barreca fu quella relativa all’aiuto ottenuto dal prof. Longo, quando il boss reggino fu ricoverato presso il Policlinico Universitario di Messina, mentre si trovava già detenuto presso il carcere della stessa città.
Il prof. Longo, a dire del Barreca, fece in modo di prolungargli la degenza ospedaliera e tale circostanza fu riscontrata dagli accertamenti all’epoca effettuati presso Casa Circondariale peloritana, ove si verificò che il Barreca Filippo, durante la sua detenzione, dal 24.05.1984 al 20.6.1984 e dal 12.07.1984 al 02.08.1984, fu ricoverato presso la II^ Clinica Medica del locale Policlinico messinese, trascorrendovi rispettivamente 27 e 21 giorni.
Inoltre, dalla documentazione acquisita presso la Segreteria Generale del Rettorato dell’ateneo dello Stretto, i mobilieri accertarono che nei periodi sopra indicati il Longo prestava servizio proprio nella II^ Clinica Medica con la qualifica di Assistente Ordinario -Aiuto- .
Apparve di particolare interesse anche la circostanza riferita dal Barreca, che riscontrava e supportava quanto precedentemente dichiarato dal Lauro, con la seguente frase: <<…. so che (ndr. Longo Giuseppe) era collegato con la famiglia Morabito della zona jonica, facente capo a “peppe tiradritto”.
Ciò spiegherebbe anche la conoscenza da parte di un mafioso del calibro di Antonio Pelle, della presenza presso il Policlinico di Messina di un medico “fidato”, quale il Dr. Longo Giuseppe, in virtù dell’inserimento di quest’ultimo in quel contesto criminale descritto dai citati collaboranti.
Le dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia calabresi consolidarono l’ipotesi investigativa della Mobile che il prof. Longo fosse intraneo alla ‘ndrina dei Morabito “tiradritto” di Africo (RC), ma in rapporti particolarmente intensi con gli omonimi tre fratelli africesi Giovanni, Rocco e Leo.
Consolidata tale ipotesi, fu deciso di verificare se il prof. Longo si fosse adoperato in Messina per favorire le attività illegali della ‘ndrina Morabito, motivo per il quale furono interrogati alcuni collaboratori di Giustizia messinesi.

Il primo fra i collaboratori di giustizia messinesi a rendere dichiarazioni accusatorie sul conto del Prof. Longo Giuseppe, fu Ferrara Carmelo, fratello del più ben noto Sebastiano, quest’ultimo già a capo di un agguerrito clan delinquenziale nel quartiere C.E.P. di Messina.
Il Ferrara Carmelo, sin dal 1995, aveva riferito di un traffico di stupefacenti tra la Calabria e la Sicilia posto in essere dai fratelli Pietro e Felice Stelitano, da lui identificati anche a mezzo di ricognizione fotografica.
Nei primi giorni del Luglio 1998, il Ferrara inviò un telegramma alla Procura della Repubblica di Messina, informandola che aveva riconosciuto, nella foto pubblicata dalla “Gazzetta del Sud” a fine Giugno 1998, l’effigie di un soggetto che era complice dei fratelli Stelitano nel traffico di stupefacenti. Tale foto ritraeva il prof. Peppe Longo.
Pertanto, giusti accordi con il sostituto procuratore, Vincenzo Barbaro, divenuto responsabile delle indagini dopo il trasferimento del collega Marino, perché promosso ad altro incarico, gli Ispettori Zanghì e Rappazzo procedettero all’interrogatorio del Ferrara il 15 Luglio 1998, negli uffici della Mobile, ed egli rilasciò le dichiarazioni che qui di seguito vengono riassunte:
- tra l’Ottobre 1986 e il Gennaio 1987, il Ferrara Carmelo avviò un traffico di sostanze stupefacenti (cocaina ed eroina) con i fratelli Stelitano, con i quali effettuò diversi scambi di droga;
- durante la loro frequentazione, i fratelli calabresi gli presentarono tale “compare Peppe”, loro fornitore di droga, e soggetto a cui andavano i proventi del traffico, da questi poi trasferiti alla cosca Morabito di Africo;
- in due occasioni, su richiesta del Ferrara, il “compare Peppe” gli avrebbe fornito della sostanza da taglio, lattosio per l’eroina e procaina per la coca, fuori dal Policlinico di Messina;
- il Ferrara riferì di aver riconosciuto il prof. Peppe Longo in una foto pubblicata sul quotidiano la “Gazzetta del Sud”, e che era a conoscenza che Pietro Stelitano fosse, all’epoca dei fatti, studente in veterinaria, mentre il fratello era uno studente di Medicina;
- i due germani Stelitano, all’epoca dei fatti, abitavano in un appartamento sito a valle del Viale San Martino.
Le inedite ma sconvolgenti dichiarazioni rilasciate dal Ferrara Carmelo sul diretto coinvolgimento, in un traffico di stupefacenti, di un professore universitario che egli indicava, così come il Lauro e il Barreca (e come vedremo in seguito anche altro collaborante a nome De Carlo) inserito nella cosca Morabito, meritavano un accurato approfondimento.
Pertanto, data la presenza del Ferrara a Messina, i due esperti Ispettori decisero di mettere subito alla prova la memoria del Ferrara Carmelo e, previo accordo con il dr. Bocca e il dr. Bonaccorso, in compagnia del legale del collaborante e dello stesso Ferrara, procedettero ad un sopralluogo volto all’individuazione dell’abitazione indicata quale dimora dei fratelli Stelitano all’epoca dei fatti.
Al termine dell’interrogatorio, attesero che si facesse buio e poi, unitamente al loro collaboratore Salvo Milazzo, a bordo della spaziosa Hyundai Sonica del Dirigente, iniziarono il sopralluogo. L’ispettore Zanghì si sedette accanto all’autista, mentre nei sedili posteriori salirono il collaborante, a cui fecero indossare un cappellino con visiera, il suo avvocato e l’ispettore Rappazzo, così come gli stessi descrissero l’atto di p.g. nella loro Relazione di servizio.
Si diressero verso il Viale San Martino e, giunti all’incrocio con il Viale Europa, il Ferrara gli disse di scendere verso mare, entrando nella Via Napoli e facendogli fare il giro di tutte le vie del Rione Lombardo, sino a quando disse “Ferma! E’ Là!” e indicò un appartamento presente nello stabile ubicato al civico n.11 di Via Gino Buganza, al piano terra, sulla sinistra, della palazzina sita al centro del cortile dell’isolato.
Lo stesso isolato è delimitato dalle vie Buganza, Via Giolitti, Via Lombardia, ove è presente un altro ingresso al civico nr.16, e Via Napoli.
Dopo l’individuazione Zanghì chiese: <<Carmelo sei sicuro? Non è che hai preso un abbaglio? Devi essere certo di quello che ci dici!>> e Ferrara rispose: <<Tranquillo Ispettore… chiddu è!!>> e abbandonarono il posto facendo rientro in ufficio.
Naturalmente, la sola indicazione dell’appartamento, durante il sopralluogo di cui sopra, non bastava ad accertare che proprio quella era l’abitazione di pertinenza dei fratelli Stelitano all’epoca di fatti, e, per tale motivo, qualche tempo dopo, gli stessi operatori procedettero all’identificazione della famiglia che, alla data dell’Ottobre 1986 era proprietaria dell’immobile, nonché all’interrogatorio di quella che, nel periodo delle investigazioni, occupava la predetta abitazione.
Appresero così che l’appartamento in questione era di proprietà del signor M.F. sino al 1990, anno in cui fu venduto a una terza persona e che l’immobile, sino al 1990, era abitato da giovani studenti calabresi.
Accertarono anche che il proprietario della casa in argomento era successivamente divenuto il suocero di uno dei due germani Stelitano.
Per verificare sino in fondo le dichiarazioni del Ferrara Carmelo, i citati investigatori procedettero all’interrogatorio di alcune persone che abitavano nello stabile in argomento, dai quali appresero che i due germani calabresi erano soliti frequentarsi con due giovani conterranei a nome Micheletti Giuseppe e De Maria Francesco.
I positivi accertamenti riscontrarono le dichiarazioni del collaborante, in ordine alla disponibilità dei fratelli Stelitano dell’appartamento in argomento, dalla quale è verosimilmente scaturita la non casuale circostanza che uno dei due germani, in epoca successiva, ha poi sposato la figlia del suo ex padrone di casa, conosciuta presumibilmente all’epoca della sua dimora all’indirizzo in questione.
Importante fu anche il riscontro sulla frequentazione dei due fratelli con il Micheletti e De Maria, questi ultimi entrambi denunziati e arrestati, così come lo Stelitano Pietro e il Longo, in seno alla c.d. Operazione “Panta Rei”, quali facenti parte di un gruppo criminale dedito allo spaccio di stupefacenti in Messina .

In un successivo interrogatorio davanti all’A.G., il 03/11/1998, Carmelo Ferrara forniva una serie di chiarimenti in merito agli incontri avuti con il prof. Giuseppe Longo, relativamente al periodo in cui, a suo dire, aveva trafficato in droga con i due germani Stelitano, e di averlo incontrato, in una sola occasione, al Policlinico allorché gli consegnò, in due pacchetti da 500 gr. ciascuno, la sostanza da taglio, la procaina per la cocaina, ed il lattosio per l’eroina.
L’ultimo riscontro che pose un timbro di assoluta veridicità alle dichiarazioni del Ferrara, fu quello ottenuto con gli accertamenti eseguiti, sotto la direzione di Bocca e organizzati dall’Isp. Sup. Zanghì, nei giorni compresi tra il 16 e il 30 Novembre 1998, allorquando si procedette alla verbalizzazione dei responsabili della società che, nel periodo descritto, aveva in gestione il servizio di farmacia del Policlinico e all’acquisizione, presso il deposito del Servizio Farmacia del Policlinico, di tutte le schede e delle richieste di materiale concernenti l’anno 1986, verificando la mancanza, nell’inventario di quegli anni, di alcuni chilogrammi di lattosio.
Gli investigatori riscontrarono che proprio nel menzionato periodo, il prof. Longo prestava servizio all’interno del Policlinico Universitario e precisamente nella II^ Clinica Medica, e aveva la concreta possibilità di reperire la procaina, in quanto presente tra i prodotti farmaceutici forniti al Reparto ove egli prestava servizio.
In quella decina di giorni di Novembre 1998, durata degli accertamenti svolti all’interno del Servizio Farmacia, la quasi costante presenza di personale della Mobile sul posto, provocò un certo allarme presso il Policlinico e l’Università, perché molti dipendenti del nosocomio pensarono fosse legata al c.d. scandalo “SITEL”, dal nome della società che prese in appalto la gestione del Servizio Farmacia del Policlinico, a seguito di un appalto bandito dall’ateneo messinese.
Non pochi furono gli addetti ai lavori che, vedendo sostare gli agenti presso il Servizio Farmacia chiesero il motivo della loro presenza, tirando un sospiro di sollievo quando poi appresero che il loro intento era diverso da quello che i dipendenti del nosocomio temevano.
I positivi accertamenti all’epoca espletati dalla Mobile fornirono prova di straordinaria genuinità delle dichiarazioni del Ferrara Carmelo, in considerazione del fatto che egli era soggetto totalmente estraneo alla struttura del Policlinico Universitario di Messina e che non aveva alcuna competenza nel settore medico-sanitario, tali da poter indicare le sostanze utilizzate nella clinica del Longo.
Peraltro, giova precisare che nell’arco temporale, compreso tra luglio 1986 e Dicembre dello stesso anno, i due fratelli calabresi erano in stato di libertà così come riferito da Carmelo Ferrara.
Volendo riassumere le novità riferite dal Ferrara, queste di sintetizzano:
1) particolari rapporti che legavano il prof. Longo e i due germani Stelitano;
2) coinvolgimento del Longo in un presunto traffico di sostanze stupefacenti;
In una delicata indagine, come quella dell’omicidio del prof. Bottari, l’individuazione di un docente che avesse rapporti con elementi della ‘ndrangheta e si adoperasse a favorire un traffico di sostanza stupefacente, appariva estremamente anomala, motivo per il quale, nonostante i riscontri alle dichiarazioni del Ferrara Carmelo, alle convergenti dichiarazioni rese dai collaboranti calabresi LAURO Ubaldo Giacomo e BARRECA Filippo (in ordine alla contiguità del medico alla cosca Morabito di Africo), i vertici della Mobile decisero di approfondire ulteriormente la figura del prof. Longo, procedendo alla verifica di alcune dichiarazioni rilasciate, diversi anni prima, da un “pentito” calabrese, a carico del medico messinese, a cui non era stato dato il giusto credito.
Tale collaboratore di giustizia, a nome De Carlo Giuseppe, in data 07/12/1987, cioè circa 11 anni prima dell’omicidio Bottari e proprio nel periodo narrato dal Ferrara Carmelo, ebbe a dichiarare, innanzi agli allora Giudici Istruttori del Tribunale di Reggio Calabria, quanto segue:
omissis – “… mio padre mi ha detto che l’avvocato FINO forniva a tutti i componenti del clan della droga che a sua volta la riceveva da un tale dottore Longo di Messina.
Ho incontrato questo dott. Longo nel 1985 a casa di SARACENO Antonino ad Archi. Insieme a lui vi era un altro medico di Africo e mi pare che si chiami Morabito.
Il dottore Longo è basso, biondo, robusto con barba. Ha partecipato anche ai funerali di mio padre.” – omissis –
All’epoca del suo interrogatorio, il giovane pentito reggino non sapeva fornire altri particolari a proposito dell’identità del dr. Longo ma, l’11/03/1991, qualche tempo dopo il sequestro di persona patito dal gastroenterologo messinese, il De Carlo riferì di riconoscere nelle fotografie pubblicate negli articoli del quotidiano la “Gazzetta del Sud” la persona da lui indicata in passato quale “Dr. Longo” del quale riconosceva anche l’autovettura di sua pertinenza.
Alla luce dell’inoppugnabile identificazione del prof. Longo, le dichiarazioni del De Carlo Giuseppe erano perfettamente aderenti a quelle del Lauro Ubaldo, sia sulla particolare amicizia del Longo con il boss Saraceno Antonino, zio dello stesso collaborante, sia in relazione a quella intrattenuta dallo stesso medico messinese con il già menzionato Morabito Leo, medico in Budrio (BO) e fratello del Giovanni incontrato da Longo a Villa S.G..
E’ il caso di sottolineare, che già undici anni prima delle dichiarazioni degli altri collaboranti, il De Carlo riferiva dell’inserimento del Longo in un traffico di sostanze stupefacenti, proprio nel periodo dettagliatamente indicato dal Ferrara Carmelo.
I due pentiti di cui sopra non si sono mai conosciuti, né hanno mai avuto rapporti di “affari”, e quindi è impossibile che gli stessi abbiano mai potuto dialogare in merito al Longo.
Peraltro, a ulteriore conferma delle dichiarazioni del Ferrara Carmelo, circa l’inserimento di Stelitano Pietro, fratello di Felice, nel traffico di droga operato dal clan Morabito nella città dello Stretto, di cui anche il Longo avrebbe fatto parte, si vuole qui riportare il contenuto di un dialogo intervenuto tra il cittadino greco Papachristrou Dimitrios ed Arena Fausto Domenico, quest’ultimo particolarmente legato al prof. Longo (vedasi episodio di minacce al prof. Purello).
Al termine di tale colloquio, il Papachristou, al momento del saluto, mostra all’Arena un articolo di giornale, verosimilmente la “Gazzetta del sud” del 25/02/1999, nel quale era riprodotta la foto di Stelitano Pietro Michelangelo e lo indica all’Arena come suo amico.
L’Arena, udito bene il nome della persona indicata dal suo interlocutore, ripete il nome dell’amico, sottolineandone dopo l’attività cui questi si sarebbe all’epoca dedicando, pronunciando per tre volte consecutive la parola “droga” .
Trascrizione della conversazione tra presenti avvenuta a bordo dell’auto FIAT – Punto targata BA*890*CA, in uso a PAPACRISTOU Dimitrios nato a Karditsa (Grecia) il 24.04.1957, registrata nella postazione n. 8 alle ore 21.58 del 25.02.1999, sul nastro ufficio n. 10 lato “B” da giri 569. La conversazione avviene tra PAPACRISTOU Dimitrios (P) ed ARENA Fausto (A).-
… OMISSIS …
nella prima parte della conversazione i due fanno riferimento ad una situazione di attrito nata nei confronti di alcune persone che nelle trascorse consultazioni elettorali Universitarie hanno avuto la peggio. In seguito…
…Omissis…
P: …non gli hai detto … tu dici che mi ha giustifi… (non completa) è venuto il mio amico e mi ha giustificato?
A: ah, si! Che è venuto l’altro ieri, mi ha giustificato perché stavo poco bene …le porto il certificato …
P: … quale “amico”?
A: uno qualsiasi, non gli deve fare nomi!
P: ah è andato?!
A: si ho mandato un ragazzo a dirgli …(inc.)
P: …(inc.) con questo se tu vedi che si bisticcia …
A: quattro pagliacci sono …(inc.) si non ti preoccupare …compare, ci vediamo poi va bene?
P: si ciao!
A: ciao compare… stai attento ciao!
P: ahh! Sai chi ho visto oggi?
A: chi hai visto?
P: l’amico tuo! Questo qua! …(ndr. Gli mostra verosimilmente il giornale)
A: STELLITANO Pietro…(inc.) droga, droga, droga… ciao
P: ciao!
Fine conversazione
La seppur breve conversazione di cui sopra confermava quanto riferito dal Ferrara Carmelo, circa l’inserimento dello Stelitano Pietro in ambienti relativi al traffico di sostanze stupefacenti, confermando implicitamente le medesime dichiarazioni del pentito messinese a carico del Longo.
L’affermazione sopra riportata è stata fata da un soggetto, quale l’Arena Fausto, in stretti rapporti di amicizia con il Felice Stelitano fratello di Pietro.
I positivi risultati ottenuti dopo gli interrogatori dei collaboratori di Giustizia reggini, indussero gli inquirenti ad approfondire ulteriormente la figura del prof. Longo, procedendo all’interrogatorio di “pentiti” messinesi, alcuni dei quali non avevano mai conosciuto né il Ferrara Carmelo, né i collaboranti reggini.
Il primo di questi fu un collaboratore c.d. di “secondo livello”, dal passato criminale di poco spessore, a nome Giammoia Salvatore, il quale, in data 22 Maggio 1999, ebbe a confermare precedenti dichiarazioni rilasciate al P.M. Barbaro. Il Giammoia collocava i suoi ricordi agli anni 1990/91, raccontando che nell’estate di quegli anni, non ricordava bene se nel ’90 o nel ’91, aveva conosciuto il prof. Longo, allorquando questi andava a trovare il medico dentista calabrese Rosaniti Alessandro nella sua casa estiva al vill. Rodia.
Il pentito riferì di aver frequentato la casa del Rosaniti, perché in quel periodo egli aveva il compito di vigilare sul giovanissimo figlio di Sparacio Luigi, boss dell’omonimo clan, che nel periodo estivo dimorava anch’esso nel menzionato villaggio balneare, ed era amico dell’odontoiatra .
A tali incontri, spesso avvenuti in un lido balneare di Rodia (ME), partecipavano anche i sopra menzionati Micheletti Giuseppe e De Maria Francesco, e le conversazioni effettuate avevano come contenuto problemi inerenti l’Università di Messina, il sostenimento di esami, appalti e anche particolari concernenti l’organizzazione del traffico di sostanze stupefacenti.
Il Giammoia riferiva di essere stato testimone oculare di detti incontri e di aver sentito parte delle loro conversazioni, aggiungendo che il prof. Longo era conosciuto anche dall’ex boss della malavita messinese, Sparacio Luigi, con il quale si incontrava allorquando quest’ultimo andava a trovare il Rosaniti nel sopra citato ritrovo balneare del vill. Rodia.
Il collaborante aggiungeva anche di aver sentito il dr. Longo vantarsi dei suoi legami con la famiglia Morabito di Africo, dei quali, a suo dire, rappresentava gli interessi nelle riunioni che si tenevano, alle quali, in alcune occasioni, partecipò anche Sparacio Luigi che era solito baciarsi con il docente universitario ogniqualvolta si incontravano, a dimostrazione del loro rapporto di conoscenza.
Le circostanze narrate dal Giammoia Salvatore trovarono piena conferma in quelle rilasciate dall’ex “re” della malavita messinese sul conto del Prof. Longo, nel verbale del 25/06/1999, allorquando lo Sparacio Luigi rese le seguenti riassunte dichiarazioni:
- di aver conosciuto il prof. Longo a Rodia a casa Rosaniti e questi gli disse che il docente messinese faceva parte della sua organizzazione e si occupava di droga;
- di aver saputo da Micheletti Giuseppe che il Longo era stato dapprima sequestrato e poi rilasciato per ordine dei vertici della ‘ndrina cui apparteneva il medico;
- di aver saputo da Micheletti Giuseppe che il loro gruppo, tra cui vi ernao Mollica, Laurendi, e il Rosaniti, avevano rapporti con la mafia barcellonese ed in specie con il Gullotti Giuseppe.

Il racconto fatto dall’ex boss Gino Sparacio sul ruolo del prof. Longo contribuì a conclamare che il docente messinese era inserito a pieno titolo in una consorteria criminale, dedita al traffico di sostanze stupefacenti, direttamente dipendente dall’agguerrita ‘ndrina dei Morabito “tiradritto” di Africo (RC).
Nonostante i risultati ottenuti, il capo della Mobile raccomandava al suo personale di tenere i “piedi per terra”, perché non dovevano dare per scontate le dichiarazioni dei collaboranti a carico del prof. Longo, ricordandogli che i “pentiti”, fino a poco tempo prima, erano soliti delinquere e che, al solo scopo di accreditarsi agli occhi della Procura della Repubblica, potevano di loro volontà inserire in vicende passate la presenza del docente messinese.
Per tale ragione, fu deciso di verificare se tra le persone quotidianamente frequentate dal Longo vi fossero individui appartenenti alla criminalità, in modo da comprovare definitivamente l’inserimento del medico messinese nell’ambiente mafioso presente nell’area dello Stretto.

Come già accennato in precedenza, la prima frequentazione che emerse con individui appartenenti all’ambiente criminale fu quella, impensabile, tra il Longo e l’ex boss della mafia barcellonese Gullotti Giuseppe.
Infatti, il primo accertamento in Banche Dati a carico del docente messinese fece emergere una circostanza impensabile, inimmaginabile, il Longo ed il Gullotti Giuseppe erano stati denunziati per i reati di oltraggio e minacce a P.U. da personale dei NAPS – Nucleo Anti Sequestro – di Bovalino (RC) .
Pertanto, al fine di accertare come si erano svolti realmente i fatti, Bocca, su ispirazione dell’Isp. Sup. Zanghì, decise di richiedere alla Questura di Reggio Calabria copia degli atti all’epoca redatti.
Una volta acquisiti, emerse che, qualche mese dopo il suo rilascio, il 10/06/1991, alle ore 19.00 circa, durante un normale servizio di controllo del territorio, presso il bivio Samo-Casignana, sulla S.S. 106, due pattuglie della Sezione Operativa del Nucleo Anti-Sequestro di Bovalino (RC), fermavano alcune autovetture che procedevano in fila indiana.
Il prof. Longo Giuseppe scendeva immediatamente dall’auto, qualificandosi come un ex sequestrato, chiedendo di essere lasciato libero e di andare via insieme ai suoi accompagnatori, perché aveva organizzato una riunione conviviale, che si sarebbe tenuta di lì a poco, in una sala dell’abitazione di Sergi Stefano, proprietario dell’omonimo ristorante sito nella Via Domenico Salvatore del Comune di Bianco (RC).
Alla ritrosia degli agenti operanti a lasciarli andare, il Longo e il Gullotti gli rivolsero contro frasi oltraggiose, cercando di sottrarsi al controllo, protestando animatamente durante la consegna dei documenti di riconoscimento.
Il medico messinese, alla richiesta dei documenti da parte del personale operante, togliendosi gli occhiali, testualmente gli inveì contro: “Mi guardi in faccia, non mi conosce? Io sono ……. State sempre sulla nazionale a rompere il cazzo piuttosto che cercare i sequestrati in montagna!”, “Chi cazzo siete, che cazzo volete!”.
Il Gullotti Giuseppe non fu da meno all’amico medico, tanto da millantare una sua qualità professionale e a minacciare anch’egli gli agenti dicendo: “Sono un avvocato! Vi pago io! Non fate un cazzo! Vi faccio passare un guaio!” .
Il gesto del Longo e del Gullotti, a prima vista inspiegabile, trovava la sua motivazione nella “squadra” di individui che li accompagnava, in cui vi erano sia affermati professionisti che mafiosi pluripregiudicati.
I mezzi e i loro occupanti furono identificati per:
RENAULT Cherokee tg. M1457225: conducente MIRABILE Antonino, con a bordo il Longo Giuseppe;
- ROMEO Giulietta tg. RC414487: condotta da BATTAGLIA Giuseppe;
Jeep SUZUKI Vitara tg. ME551485: conducente CALDERONE Mario, con a bordo MILICI Mario e COPPOLINO Giovanni;
FIAT Uno tg. ME542359 : condotta da MESSINA Renzo in compagnia di OFRIA Antonino;
PEUGEOT 205 tg. RC402206: condotta da FAVASULI Salvatore e Morabito Luciano;
PEUGEOT 205 tg. ME475460: guidata da PRIVITERA Eolo, con accanto BELLINVIA Carmelo e BUCALO Francesco;
MERCEDES tg. ME551714: guidata da CALIRI Carmelo, con a bordo GULLOTTI Giuseppe, GULLOTTI Salvatore, ISGRO’ Giuseppe e CANNONE Nicola.
Tante sono state le ipotesi circa le motivazioni della cena di cui sopra, tenutasi, ricordiamo, in una stanza dell’appartamento del titolare di un ristorante di Bianco (RC).
Innanzitutto sorgevano spontanee due domande: “ Ma perché farla in una stanza dell’abitazione quando hai tutto il locale a disposizione? Doveva rimanere riservata tale cena?”.
Come detto, diverse furono le ipotesi sull’origine della cena tra gli esponenti mafiosi barcellonesi e africesi:
1) una cena per festeggiare la liberazione del Longo dopo il sequestro, (ma perché farla proprio in Calabria e con il boss di Barcellona P.G. ?);
2) La costituzione di un patto criminale (ma perché tutta quella gente presente?);
Una delle ipotesi che potrebbe spiegare il convivio di cui sopra è “un battesimo di ‘ndrangheta”.
Pentiti di ‘ndrangheta hanno riferito che, per affiliarsi all’organizzazione mafiosa calabrese, è necessario un rituale preciso con un “giuramento di fedeltà” del battezzato, per il quale il mafioso che presenta il novizio garantisce con la propria vita.
Nel caso in cui il novizio sia un soggetto non calabrese, il soggetto che deve garantire per questi è un mafioso di rilievo della città o zona di origine del novizio.
Nella circostanza di Bianco (RC) di cui sopra, è possibile, quindi, che il Gullotti Giuseppe, all’epoca boss mafioso indiscusso dell’hinterland barcellonese, abbia fatto da garante ad una terza persona .
Forse dello stesso Longo Giuseppe, stante i suoi rapporti con mafiosi calabresi? Non si sa.
Certo è che anche tale particolare avvenimento gettò delle ombre sulla personalità di un docente universitario come fu il Longo Giuseppe.
A ulteriore conferma che il convivio di Bianco (RC) non fosse stato un caso isolato di frequentazione tra il Longo Giuseppe e i soggetti mafiosi barcellonesi, sovvennero gli accertamenti effettuati da personale della Mobile sui numeri telefonici annotati nell’agenda personale del medico messinese, sequestrata al momento del suo temporaneo arresto del Giugno del 1998.
In tale agenda, oltre a rinvenire diversi numeri di pertinenza di alcuni dei partecipanti al convivio di Bianco, appartenenti al nucleo familiare del Gullotti ed altri, vennero rinvenuti altri numeri telefonici appartenenti a soggetti di particolare spessore della mafia dei Nebrodi.
Infatti, uno dei numeri telefonici più significativi annotati nell’agenda del Longo Giuseppe fu quello a numerazione “095/446…”, con accanto la dicitura “CALANDRA Peppino CT” .
Gli accertamenti all’epoca eseguiti consentirono di accertare che l’utenza fissa era intestata a Mancuso Franca Via Chisari n. 12 Catania, attiva dal 29/06/1977.
Ulteriori accertamenti consentirono di accertare le esatte generalità della predetta identificata in Mancuso Prizzitano Maria Teresa Franca, moglie del noto Calandra Giuseppe che già nel 1993, veniva descritto come “grosso pregiudicato, figlio del più noto Calandra Domenico, uomo d’onore della zona di Capizzi e la “famiglia di Mistretta” capeggiata dal Tamburello Giovanni, in collegamento con il clan delinquenziale di Galati Giordano Orlando di Tortorici e con i Farinella di S. Mauro Castelverde (ME)” .
Altro numero telefonico rivelatosi di particolare interesse fu lo 090/970…, con accanto la dicitura RUGOLO – FAZIO – GULLOTTI.
I successivi accertamenti rivelarono che l’utenza 090/9702193 risultò intestata a Vita Maria Assunta, nata a Tripi (ME) il 14/08/1931, residente in Barcellona P.G. in Via Trieste n. 46, coniugata con Cocuccio Luigi, madre di Cocuccio Graziella Rita, quest’ultima moglie di Rugolo Salvatore, cognato del summenzionato Gullotti Giuseppe.
Altre utenze telefoniche annotate dal prof. Longo nell’agenda rinvenuta presso il suo studio al Policlinico universitario di Messina, relative al territorio di Barcellona P.G., aventi numero 090/970… – 090/970… -090/979… con la dicitura “BUCALO Ciccio”, furono compiutamente individuate come utenze nella disponibilità del menzionato medico del Longano presente al convivio di Bianco. Va opportunamente rappresentato che il prefato Bucalo Francesco è stato notato dalle FF.OO., in data 17/06/1996, accompagnarsi al già menzionato boss Gullotti Giuseppe.
Per quel che concerne i rapporti di frequentazione del prof. Longo con soggetti di origine calabrese, appare scontato dire che quelli con i germani Morabito si sono protratti oltre la data dell’omicidio del prof. Bottari, così come quelli menzionati dai collaboratori di Giustizia e riguardanti le figure di Stelitano Felice e Rosaniti Alessandro.
A conferma di ciò sovvenne una prima nota del Consulente Tecnico nominato dal P.M., il Dr. G. Genchi che già dalle prime sommarie estrapolazioni aveva fornito elementi di riscontro circa i rapporti di frequentazione del prof. Longo, specie in relazioni con soggetti che poi divennero, così come il medico messinese, imputati nel processo “Panta Rei” .
In particolare, la succitata consulenza permise di accertare che il prof. Longo aveva assidui rapporti di frequentazione proprio con lo Stelitano Felice, il Rosaniti Alessandro e il Morabito Giovanni più volte menzionato.
Tale circostanza appariva di particolare rilievo alla luce del fatto che proprio lo Stelitano Felice e il defunto Rosaniti Alessandro furono ritenuti a capo dell’organizzazione di stampo ‘ndranghetistico, propaggine della cosca del “tiradritto”, che regnava sovrana sull’università di Messina, ove riusciva a condizionare le scelte amministrative, i concorsi di ammissione alle facoltà a numero chiuso, a garantire il superamento di prove d’esame etc etc, e che si era resa responsabile di numerosi atti intimidatori in danno di docenti dell’ateneo.
Sempre in riferimento alla personalità del defunto prof. Longo, appare oggi utile rammentare che, sin dall’inizio dell’attività d’intercettazione delle utenze telefoniche in uso al Longo, emerse palesemente come egli fosse solito recarsi, quasi quotidianamente, presso l’allora Banca Commerciale di Via 1° Settembre di Messina, al fine di rilevare le quotazioni azionarie, stante i suoi investimenti mobiliari che spesso gli provocavano malumori.
Inoltre, dal quotidiano ascolto e dalla registrazione delle conversazioni effettuate dal Longo sulle sue utenze fisse e cellulari, nonché a bordo della propria autovettura, gli operanti appresero che il docente aveva una vita dispendiosa perché, oltre a essere amante dei viaggi, viveva da solo nella sua casa del Vill. Gesso, provvedeva economicamente alla sua numerosa famiglia che viveva in città, ai diversi cani da caccia che possedeva, nonché alle spese che sosteneva per le donne che frequentava.
Insomma, anche se guadagnava bene, lo stipendio di docente poteva anche non riuscire a coprire le spese mensili, potendolo indurre a condotte riprovevoli, come quelle indicate dai collaboratori di Giustizia.
A seguito delle dichiarazioni dei collaboranti, ante e post omicidio Bottari, dei riscontri diretti sugli atti redatti dalle FF.OO., dalle risultanze dell’attività di analisi dei numeri telefonici rinvenuti e dei tabulati di traffico dei cellulari in uso al Longo, si appalesò negli investigatori la possibilità che il medico messinese fosse realmente inserito in un contesto criminale così elevato, e che “sì” il Longo avrebbe potuto richiedere ai suoi associati l’eliminazione fisica del Bottari, nel caso questa potesse portargli indiscutibili vantaggi economici o di carriera.
Prima di analizzare quali ipotetici vantaggi avrebbe potuto trarre il prof. Longo dall’uccisione del suo collega, appare utile ricordare una vicenda che vide coinvolto il gastroenterologo messinese, scoperta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria.
CONTINUA…
