Lo Stretto parla, la città tace. Quel che resta del caos Amministrative

Il caffè è ancora caldo, il sole di giugno scivola sulla ringhiera e lo Stretto brilla come se nulla potesse scalfirlo. La Calabria sembra a un passo, immobile. Messina invece ribolle sotto la superficie: le amministrative si sono chiuse da poco, le polemiche no. E quando le parole si accavallano, resta solo una cosa da fare: affidarsi ai numeri. Perché i numeri non si offendono, non si giustificano, non partecipano alla narrazione.

Dicono la verità, anche quando non conviene

E allora partiamo da Messina. Gli aventi diritto al voto erano 188.540. Hanno votato in 116.772, un’affluenza del 61,93%. Federico Basile – Sud Chiama Nord più quattordici liste civiche – ha raccolto 64.533 voti, pari al 58,42% dei voti validi. Ma sul totale degli aventi diritto è appena il 34,23%: poco più di un messinese su tre. E per ottenere questo risultato è stata messa in campo una macchina elettorale senza precedenti: quindici liste, oltre mille candidati, un esercito distribuito in ogni angolo dove scorrono incarichi, partecipate, micro – poteri. Quelle stesse partecipate che De Luca definiva “bancomat della politica” quando gli conveniva. Oggi sono la sua centrale operativa.

E mentre questa macchina saturava Messina, altrove il miracolo non c’è stato. A Barcellona Pozzo di Gotto, Melangela Scolaro ha ottenuto 9.676 voti, il 40,45%, contro i 9.528 di Nicola Maria Barbera, fermo al 39,83%: una vittoria di appena 148 voti, con ricorso già depositato. A Milazzo, Laura Castelli si è fermata a 2.772 voti, il 14,85%, travolta dal sindaco uscente Giuseppe Midili, che ha raggiunto 10.977 voti, il 58,81%. Negli altri comuni siciliani, il movimento ha raccolto consensi modesti o irrilevanti.

Ecco la realtà: dopo otto anni di gestione De Luca – Basile, il “trionfatore” Basile rappresenta poco più di un terzo della cittadinanza messinese. Il resto o non ha votato, o ha detto no. Eppure si celebra come una vittoria epocale. Ed è qui che la fotografia diventa nitida, quasi imbarazzante. Un fenomeno che non si espande, non cresce, non attecchisce.

Un fenomeno che vive solo qui, sul bordo dello Stretto.

Un fenomeno “social”, più che politico. Un format che funziona finché resta dentro la sua bolla naturale: la diretta, il palco, il ritmo da influencer, la narrazione continua. Fuori da questo set, però, la scena cambia. L’algoritmo non segue, il pubblico non risponde, il personaggio non si traduce in struttura. È politica che vive di esposizione, non di espansione. Una presenza che performa benissimo nel suo habitat, ma che appena varca il confine perde volume, perde presa, perde eco. Non è un movimento che cresce: è un profilo che non scala.

Non ha ereditato un feudo: lo ha costruito.

Pazientemente, scientificamente. Una infezione che continua a espandersi nel silenzio, mentre la città si abitua a un sistema che si autoalimenta e si chiude come un recinto. E dentro questo recinto si può proclamare tutto: baricentri, leadership regionali, primati immaginari. Si può perfino raccontare che Sud Chiama Nord sia la nuova forza trainante della Sicilia. Ma basta allontanarsi di pochi chilometri per vedere la verità: il consenso evapora, si sbriciola, si dissolve. Non c’è espansione, non c’è radicamento, non c’è crescita. C’è solo un fenomeno locale che tenta di travestirsi da movimento regionale. Una bolla che regge finché resta nel suo habitat. Fuori, non esiste.

Intanto, dentro il recinto, si stringono mani. Molte mani.

Non solo Basile: anche De Luca. E c’è già chi presenta il conto, perché una macchina elettorale così vasta non si muove per spirito civico. Si muove per aspettative, per ritorni, per ruoli da confermare o da ottenere. E allora viene spontaneo chiedersi quanto sia costata questa campagna elettorale. Chi l’ha finanziata. Chi ha pagato manifesti, eventi, dirette, palchi, logistica, spostamenti, apparati. Chi ha sostenuto economicamente quindici liste e oltre mille candidati. E soprattutto: cosa si aspetta in cambio chi ha investito così tanto. Perché in politica nulla si muove gratis, e quando la macchina è così grande, il conto arriva sempre.

E in una città con un debito che continua a stratificarsi – residui, passività latenti, contenziosi che riaffiorano, un Piano di Riequilibrio che la Corte dei Conti osserva con crescente inquietudine – ogni promessa pesa. Ogni favore chiesto oggi diventa un costo domani.

E quel costo non lo pagheranno loro.

E allora torno a guardare lo Stretto. Brilla come sempre, indifferente come sempre. E mentre lo guardo, penso alle sue due correnti ancestrali – la Montante e la Scendente – che ogni giorno ridisegnano le spiagge, spostano la sabbia, cambiano il profilo della costa senza chiedere permesso a nessuno. Sono loro a decidere, da secoli, cosa resta e cosa viene portato via. La città, invece, sembra aver smarrito questa libertà elementare: qui si chiede permesso per tutto, perfino per vivere la propria città, come se appartenesse a chi la usa, non a chi la abita.

Perché alla fine non è stata la macchina propagandistica di De Luca a conquistare Messina. Hanno vinto per abbandono. Perché gli altri – PD, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, M5S – negli ultimi anni hanno fatto tutto, tranne che fare opposizione. Hanno lasciato vuoti, silenzi, spazi. Hanno rinunciato a esserci. E quando chi dovrebbe contrastare si fa da parte, non c’è una vittoria: c’è solo un vuoto che qualcuno occupa. E quel vuoto non nasce per forza: nasce per assenza. E Messina questo lo ha visto accadere in silenzio.

Qualcuno ha accettato che il mare continui a cambiare forma mentre Messina resta ferma, prigioniera di un sistema che non ha più il coraggio di lasciarsi portare via dalle correnti. L’acqua non fa proclami, non costruisce recinti, non promette rivoluzioni a ogni stagione. Scorre, cambia, pulisce.

E nel suo scorrere ricorda una verità semplice, quasi crudele: la città merita la forza delle correnti, non la stagnazione dei recinti.

Il resto – slogan, dirette, trionfi annunciati – evapora.

Lo Stretto no.

Lo Stretto resta.

bilgiu