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ATTUALITÀ
L’ASPETTATIVA DI VITA CRESCE, PRESTO VIA DAL LAVORO A 67 ANNI

Attualità(24/10/2017) - L’Istat registra l’innalzamento dell’aspettativa di vita - come di consueto più elevata per le donne, 85 anni, ma il vantaggio nei confronti degli uomini, 80,6 anni, si limita a 4,5 anni di vita in più - e già si parla di via libera per portare la pensione di vecchiaia dagli attuali 66 anni e sette mesi a 67 anni tondi, con un innalzamento (dal 1° gennaio 2019) della soglia di pensionamento di altri cinque mesi: secondo Anief-Cisal si tratterebbe di un’ingiustizia clamorosa. Il sindacato autonomo ricorda che nell’ultimo periodo l'età per la pensione di vecchiaia dei dipendenti pubblici è stata già ritoccata due volte: prima nel 2013, di tre mesi; poi, tre anni dopo, nel 2016 di altri quattro, sino a quota 66 anni e sette mesi per gli uomini (65 anni e sette mesi per le dipendenti del settore privato). E già si parla, in parallelo, di un possibile incremento dei requisiti contributivi utili per l'uscita anticipata: per uscire dal lavoro attraverso la pensione di anzianità, ricordiamo che già oggi occorrono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne.

La relazione tra la soglia pensionistica e l'aspettativa di vita è stata introdotta per la prima volta con la manovra estiva di bilancio pubblico del 2009, per poi cambiare nel tempo, sino ad essere confermata con il decreto “Salva Italia” dell’esecutivo tecnico di Mario Monti. Nella sostanza, però, il provvedimento è stato confermato da quattro Governi. Anzi, quello attuale sta addirittura anticipando una 'clausola di salvaguardia' della riforma Fornero, in base alla quale l’incremento dell'età pensionabile a 67 anni sarebbe scattato a partire dal 2021. Tra l’altro, in base al quadro normativo vigente, l'aggiornamento dell’età, oggi previsto ogni tre anni, dal 2019 si modificherebbe ogni due. Sino ad arrivare a 70 anni, nel volgere di un trentennio.

“Continuare a considerare solo l’aspettativa di vita per giustificare questo processo assurdo di innalzamento dell’età pensionabile – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – significa gestire l’economia del Paese in modo miope. Abbiamo il più alto numero di Neet d’Europa, una disoccupazione inferiore solo alla Spagna, il corpo docente più vecchio ed esposto al rischio burnout dell’area Ocse, e continuiamo a mandare in pensione i cittadini lavoratori sempre più tardi. I giovani, in tal modo, quando avranno spazio? Di questo passo, viste tutte le condizioni, l’Italia è destinata a diventare la maglia nera dei Paesi moderni, dato che altrove le riforme previdenziali non sono state fatte con l’accetta: in Germania, ad esempio, si continua a dare la possibilità agli insegnanti di lasciare la cattedra con circa 25 anni di contributi e senza tagli allo stipendio”.

“Invece – continua il sindacalista autonomo – in Italia i tecnici del Governo stanno lavorando per introdurre un assegno pensionistico minimo di 650-680 euro, dando modo di cumulare la pensione sociale e contributiva. L’iniziativa sarebbe lodevole se però, nel contempo, tra non molto le pensioni medie di chi ha lavorato una vita non supereranno di molto quella somma mensile. Nella scuola, ad esempio, gli immessi in ruolo dopo il 2015, con l’entrata a regime della riforma Monti-Fornero e della Buona Scuola, sono destinati a percepire un assegno mensile decurtato tra il 38% ed il 45% rispetto a chi ha lasciato il servizio sino a quell’anno. Il processo, del resto, non è nuovo visto che è stato avviato a partire della fine degli anni 90, con il potere di acquisto delle pensioni che nel frattempo ha perso già il 33%”.

“Ancora di più perché gli stipendi che percepiscono, come quelli dei dipendenti pubblici, sono fermi ai box da nove anni, e spolpati dal costo della vita: ora, ci vogliono far passare il messaggio che con 85 euro medi lordi di aumento previsti dal nuovo contratto, peraltro nemmeno per tutti, visto che i finanziamenti nella Legge di Bilancio non sono sufficienti, si pareggerà tutto. Le cose non stanno così è per questo invitiamo il personale a garantirsi almeno il triplo dell’aumento, più arretrati, presentando ricorso con noi”.

Del resto, con il sistema pensionistico contributivo, chi può contare su uno stipendio tabellare ridotto, come avviene per moltissimi lavoratori della scuola, è “condannato” ad una pensione minuscola. In termini pratici, significa che un docente che due anni fa percepiva una pensione di 1.500 euro, verosimilmente lascerà il servizio a 70 anni con 46 anni e mezzo di contributi versati, ma andrà a percepire una pensione collocata nella fascia 825 euro-930 euro. Senza dimenticare l’irrisolto problema dell’esclusione dei lavoratori pubblici dal TFR in busta paga, perché lo Stato non ha mai versato in solido i contributi.

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