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POLITICA
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Sgarbi con Lombardo(29/03/2010) -

Arriva come una bomba, senza preavviso e scuote i massimi sistemi: Raffaele Lombardo, presidente della Regione Siciliana è indagato per mafia.

E noi siciliani, a distanza di poco tempo, dopo "il caso” Totò Cuffaro, ancora una volta siamo destinati a spaccarci tra colpevolisti e non, sospesi sul filo del rasoio ma sempre ottimisti pensando che la sorte cambierà. Ma dal 1947, da quando Giuseppe Alessi iniziò a guidare la Sicilia ad oggi, in realtà è cambiato ben poco, la Sicilia, infatti, resta sempre in odor di mafia.

Ma in questa splendida isola è possibile restare immuni dall'influenza mafiosa?

Ma qual è quell'uomo politico che posto al vertice del potere rimane integerrimo?

Pochi, pochissimi perché mafia e politica si intrecciano e si confondono.

Mafia e politica, un rapporto vincente e duraturo più di un matrimonio, di una passione che brucia l'anima, di una convivenza. La mafia e la politica si adorano e interagiscono perfettamente! La storia è testimone di questo binomio efficiente che controlla amministrazione pubblica, affari, appalti, concessioni, occupazione, usura, che accumula potere attraverso la sua violenza leggittimata da una secolare storia di impunità.

E stamattina quando la radio e la tv, i giornali on line e le agenzie hanno diffuso la notizia sul Presidente, siamo rimasti attoniti.

I siciliani ancora una volta si stupiscono. Incredibile.

E' incredibile perchè dovremmo essere abituati considerato che dal 1947 ad oggi, 48 politici sono stati Presidenti della Regione. Su 48 una buona parte è rimasta coinvolta da bufere giudiziarie.

Nel 1956 Giuseppe La Loggia. Dopo la sua morte è stato chiamato in causa per presunte connessioni ad ambienti mafiosi.

Nel 1961 Salvotore Corallo, che si adoperò da presidente della Regione anche per il riscatto dell'isola dalla criminalità mafiosa, cade per le posizioni poco chiare emerse nella sua coalizione.

Nel 1967 Vincenzo Carollo guida due Governi. Eletto senatore, nel 1986 si dimette. Il suo nome fu trovato nella lista degli appartenenti alla loggia P2.

Sul quotidiano Repubblica del 2 settembre del 1988 viene pubblicato un articolo a firma di Attilio Bolzoni “Alle nozze del padrino anche il sottosegretario Mario D'Acquisto”. L'articolo si riferisce al matrimonio del figlio di Giuseppe Marsala, il primo capomafia di Vicari. Mario D'Acquisto che dal 1980 al 1982 fu presidente della Regione Siciliana, fu anche testimone di nozze. Ma in mezzo anche un altro nome suscita indignazione, è quello di Mario Fasino, anche lui alla guida della Regione dal 1969 al 1972.

Resta in carica sino al 21 marzo del 1984, come presidente della Regione, Santi Nicita. Si dimette a seguito di un avviso di garanzia legato allo scandalo ISAB per il quale verrà rinviato a giudizio e prosciolto in appello dopo essere stato condannato in primo grado.

Rino Nicolosi per ben cinque legislature resta alla guida della Sicilia, dal 1985 al 1991. Sempre Attilio Bolzoni, il 20 dicembre 1994 su Repubblica titola: “In cella Rino Nicolosi il re del sale”. L'incipit dell'articolo è il seguente: Il padrone delle miniere siciliane ha svuotato le casse della Regione, ha chiesto e ottenuto leggi ad hoc per spremere finanziamenti miliardari, ha ricevuto l'appoggio incondizionato di un partito trasversale per almeno dieci anni...”.

Vincenzo Leanza, dal 1991 al 1992 regge la Sicilia. Anche per lui piovono le accuse: “Leanza rinviato a giudizio”. L'accusa è di corruzione e concorso in truffa. La vicenda, cosi come si legge su Repubblica il 2 dicembre del 2001, è legata al finanziamento Ircac di una cooperativa. Dietro alla richiesta di mutuo agevolato ci sarebbe stato un raggiro ai danni della Regione attraverso il quale il boss messinese Luigi Sparacio sarebbe rientrato di un credito usurario nei confronti dell'azienda.

E poi Giuseppe Campione, presidente dal 1992 al 1993. Prima Leanza, poi Campione e ultimo Franco Martino. Tre nomi accomunati da un avviso di garanzia con l'ipotesi accusatoria di associazione per delinquere finalizzata alla concussione, corruzione e turbativa d'asta, abuso e ricettazione.

Giuseppe Provenzano in carica dal 1996 al 1998. Nel 1984 viene emesso un mandato di custodia cautelare nei suoi confronti, firmato da Giovanni Falcone per avere intrattenuto rapporti con la moglie del boss mafioso omonimo Bernardo Provenzano. Doppo meno di una settimana lo stesso Falcone lo scagionerà e ordinerà il suo rilascio in quanto estraneo ai fatti da lui contestati. Ma la sentenza del giudice del pool antimafia Giuseppe Di Lello recita a proposito: "Emerge chiaramente che l'imputato era entrato in contatto con la Palazzolo attreverso il padre e che quest'ultimo doveva essere ben consapevole della provenienza illecita del denaro della Palazzolo, ovvero di Bernardo Provenzano [...] Giuseppe Provenzano è da ritenersi una sorta di consigliere della famiglia dei corleonesi [...] ma, non essendoci prove sufficienti della conoscenza da parte del Provenzano, della illiceità delle somme, si reputa conforme a giustizia prosciogliere l'imputato."

(Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione, sentenza ordinanza contro Cattaneo Renzo + 23, 23 novembre 1989).
Giuseppe Drago è presidente della Regione nel 1998. Nel maggio del 2009 la Corte di Cassazione conferma la condanna a tre anni e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici nei confronti di Drago e Giuseppe Provenzano che si sarebbero appropriati, secondo l'accusa, senza fare rendiconti, dei fondi riservati della Presidenza della Regione.per entrambi la pena è condonata.
Poi Totò Cuffaro.

E la storia continua...

L'impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata è emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall'impressione suscitata da un dato crimine o dall'effetto che una particolare iniziativa governativa può suscitare sull'opinione pubblica. (Giovanni Falcone)


Roberta Puglisi




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